Uno show epocale quasi quanto l'evento storico che segnò la Riunificazione delle due Germanie
Una guardia di sicurezza sorveglia i lavori di costruzione del palco sulla Potsdamer Platz, Berlino, 20 luglio 1990
Il Muro ("Die Mauer") era caduto solo nominalmente (poi venne smantellato; ma la sua ombra continua a gettarla tuttora) e già Roger Waters metteva su, a Berlino, nell'ex "zona franca" tra Est e Ovest, lo spettacolo indimenticabile dell'opera rock che aveva sancito il successo universale, definitivo, dei Pink Floyd:The Wall. In un'atmosfera ubriaca di nuova - e ahinoi illusoria - libertà.
Alcuni dei protagonisti sono tedeschi: la magia viene aperta dagli Scorpions ("In the Flesh") e subito si passa aUte Lemper(attrice teatrale, cantante) che è sul palco insieme a Waters per "The Tin Ice" - insieme all'orchestra e al coro della Radio tedesca (Deutscher Rundfunk).
Allo spettacolo partecipano almeno due dozzine di grandi nomi della musica internazionale...
Una celebrazione rock dovuta, per un evento epocale come la caduta del Muro di Berlino.
Che poi tale evento epocale abbia segnato il dilagare totale del neoliberismo più cinico... beh... è altra storia.
Alcuni commenti da Youtube:"I was in the US Army stationed close enough to this show that I could see the spot lights from my guard tower. Lousy luck of the draw that I pulled guard duty that night, and of course couldn't find anyone willing to take it who wasn't already going to the show.
Never let it be said I didn't sacrifice A LOT for my country. 😁😁😁🇺🇲🤘""My grandfather accidentally got to this concert without a ticket, such a lucky man""This is like the endgame of 80s musicians""I was there the most memorable night of my life""This is one of the coolest things I've ever seen and I wasn't even there""The amount of production, planning, rehearsals, etc, is absolutely amazing. The amount of musical talent is stunning. This is by far one of the best live music events captured on film."
La Seconda Guerra Mondiale fu condotta anche nell'etere. Il mezzo radiofonico sembrava fatto apposta per la propaganda all'estero. Joseph Goebbels, giusto a scopo di mistificazione e diffusione dell'ideologia bruna, inventò un "jazz del Reich". Consisteva in celebri brani jazz dal testo riveduto e corretto. Spesso le parole delle songs erano macabre: "Fronte rosso, fronte rosso, molto sangue sparso...". Di questo macchinario per le terre oltreconfine, costituito da un'emittente che trasmetteva prevalentemente in inglese, i comuni cittadini del Terzo Reich non sapevano nulla. A loro, anzi, veniva negato assolutamente di andare in escandescenze per lo swing degli americani.
Nella terminologia nazionalsocialista il jazz era "musica negro-americana". In Germania veniva permesso solamente un tipo di jazz moderato. Erano del tutto vietate le jazz sessions, espressione del vero e proprio "jazz negro". I musicisti all'avanguardia non ebbero vita facile. Molti, ebrei ("meticci di secondo grado"), furono trascinati nei campi di concentramento, dove venivano costretti a suonare. Quasi nessuno di loro sfuggì alla morte.
Nonostante le minacce e le repressioni, in Germania non mancarono comunque gli ammutinamenti. Una sera in cui il locale Delphi di Berlino (che nel 1943 era una metropoli di 4 milioni di abitanti) era pieno zeppo di soldati in licenza – perché feriti –, la band attaccò improvvisamente un genere di musica finora poco conosciuta dagli spettatori. Era un jazz negro. La gente smise di ballare e si accalcò sotto il palco, stregata. Col passare dei minuti il ritmo divenne indiavolato: un susseguirsi di note scoppiettanti, una delizia acustica che entrava nelle vene. L'esecuzione era straordinaria, soprattutto per quei giorni in cui ogni suonatore doveva adattarsi a strumenti che non gli erano congeniali (il trombettista, ad esempio, doveva sapersela cavare anche col trombone). Fu un trionfo. Ma il rischio corso era troppo grande e quella fu una delle poche "insurrezioni". Di solito i musicisti non superavano mai il livello di guardia: i censori stavano all'erta.
Goebbels si era accorto che il jazz piaceva agli avieri. Lui stesso non era sprovvisto del senso della musica e il fatto che possedesse anche un filino d'umore, seppure in maniera contorta, è avallato dal piacere evidente che ricavava dal Grande Dittatore, che vedeva e rivedeva in un cinema privato sbellicandosi dalle risa.
Convocò dunque un manipolo di jazzisti alla Haus des Rundfunks della capitale e, sotto vigilanza delle SS, fece eseguire alcune canzoni che venivano immediatamente irradiate verso il territorio nemico. La musica era quella degli americani, mentre il testo era un insieme di frasi che rifacevano il verso a Cole Porter e altre stelle yankee, distorcendo il significato originale. "Tu sei eccezionale, tu sei un aviatore tedesco..." Il canto era sempre in inglese.
L'ammirazione dei tedeschi per i britannici, per lingua, usi, caratteristiche, ha radici che affondano in tempi di gran pezza tramontati. Molti militari del Terzo Reich vivevano una sorta di sdoppiamento della personalità: da un lato c'era il loro apprezzamento per gli inglesi e dall'altra c'era l'amato Führer, il grande costruttore di autostrade. Quando l'aviazione tedesca bombardò Londra e altre città della Terra d'Albione, venne inaugurato un nuovo, truce capitolo negli annali della guerra aerea. La Germania avrebbe poi conosciute sulla propria pelle le tragiche implicazioni di quell'affronto: le bombe di marca tedesca tornarono al mittente in quantità molto ma molto maggiore. Abbiamo già detto di Dresda, ma anche altri luoghi conobbero l'inferno della vendetta. Su Berlino si abbatterono in una sola notte 900 tonnellate di bombe inglesi... Come dicevamo, gli aviatori tedeschi facevano il verso ai britannici in tutto; non solo coltivando gli stessi gusti musicali. Quando Parigi fu occupata, si videro piloti della Luftwaffe girare in Rolls Royce per le avenues; e al collo portavano sciarpe azzurre, alla maniera dei piloti d'Oltremanica. Che cosa pensarono, quando fu loro ordinato di attaccare l'inghilterra? Erano forse talmente imbottiti di droga da essersi resi scevri di ogni sentimentalismo?
Alla propaganda nazista a colpi di jazz si opponeva la psy war degli anglosassoni. Attraverso le loro trasmissioni per la Germania, gli Alleati perseguivano la speranza di potenziare la resistenza intestina contro il regime hitleriano. La scaletta comprendeva programmi divulgativi e news che fornivano agli oppositori di Hitler solidi controargomenti al nazionalsocialismo e li aiutava a non sentirsi da soli, arroccati su posizioni disperate. Nel suo diario, Anna Frank annotava (giugno 1943): "Quando si è demoralizzati, aiuta non poco la voce magica che arriva dall'etere, che sempre ci infonde coraggio e ci fa intendere: 'Mai lasciarsi andare! Verranno giorni migliori!'".
Fin dal primo giorno di guerra vigeva in Germania il divieto di sintonizzarsi su antenne straniere. Il castigo per i "delitti radiofonici" era severissimo: in alcuni casi fu applicata persino la pena capitale. In barba a ciò, molte persone vollero mettere a repentaglio la propria vita. La radio era rimasta l'ultimo legame con il mondo libero, l'unica opportunità di ascoltare opinioni e vedute differenti da quelle di Hitler e del suo Propagandaminister. Nel gergo degli iniziati, l'ascolto clandestino veniva detto "inalazione d'inglese": perché si origliava la voce di Radio Londra tenendo la testa sotto una coperta.
Radio Lussemburgo irradiava programmi in tedesco, redatti e parlati da tedeschi esiliati. E psy war era condotta anche dall'America, basandosi su uno schema semplice: venivano lette notizie autentiche, news vere, senza troppe spiegazioni e senza abbellimenti; gli ascoltatori avrebbero dovuto trarre da sé le conclusioni.
Era la stessa falsariga della BBC, l'emittente più seguita. I programmi di Radio Londra iniziavano con gli inconfondibili colpi di timpani: tre brevi e uno lungo, che riprendevano le prime battute della Quinta Sinfonia di Beethoven ("del Destino") e ricalcavano la lettera 'V' dell'alfabeto Morse – 'V' come "Victory". Una delle armi principali della guerra psicologica condotta dalle rive del Tamigi erano gli sketch satirici. Alcuni personaggi stereotipati (un astuto caporale, una casalinga irrispettosa, due politici da bettola berlinesi) divennero assai popolari, perché commentavano gli avvenimenti in corso facendo divertire l'audience. Per la BBC lavoravano numerosi tedeschi e austriaci.
Altre stazioni radiofoniche molto attive furono Radio Mosca e Germania Libera. Dai microfoni anti-Hitler risuonarono le voci di Thomas Mann («Ascoltatori tedeschi!»), del teologo Paul Tillich (che presentò un programma memorabile) e di Wilhelm Pieck, segretario del Partito Comunista Tedesco. Furono prodotte piccole commedie e canzoni politiche, venivano mandati messaggi di conforto ai soldati prigionieri e venivano lette le ultime novità dalla linea di fuoco.
Ma anche le trasmittenti naziste vibravano senza sosta. Furor teutonicus si fiondava oltre i confini del Reich. Vennero ingaggiati attori che padroneggiavano l'inglese per scenette che prendevano in giro gli uomini politici britannici. Un esempio: Churchill sta facendo il bagno quando un ministro tutto affannato si presenta al suo cospetto. «Signor Churchill, i tedeschi hanno decimato la nostra flotta!» E Churchill ribatte: «Beh, accidenti, porgimi un sigaro e una bottle of whisky».
Prigionieri di guerra erano spinti fin davanti ai microfoni goebbelsiani e costretti ad annunciare che stavano bene e che beneficiavano di un trattamento eccellente: «A good life». Tali programmi andavano in onda regolarmente ed erano seguiti dai parenti dei prigionieri in Europa e in America.
A cominciare dal'42 il governo di Roosvelt fu il bersaglio preferito della propaganda nazista. «Roosvelt è ebreo» veniva decretato. E il testo di una canzone jazz faceva così: "Gli ebrei hanno tutti i motivi per rallegrarsi, loro hanno un nuovo erede e capo: Mister Roosvelt Jones, che manda milizie nel Vecchio Continente per difendere la causa giudea".
Il gruppo di Charlie & His Orchestra suonava per il "Deutschen Kurzwellensender" (emittente a onde corte) in estemporanea. Charlie & His Orchestra era una big band con musicisti tedeschi e stranieri: ne facevano parte belgi, olandesi e italiani. Il "Charlie" che dava il nome all'ensemble era il cantante Karl Schwedler. Era soprannominato "Charlie" perché era stato negli Stati Uniti d'America. Era anche colui che scriveva le lyrics (spesso razziste) delle canzoni. Il più celebre dei membri fu però un altro Charlie: Charlie Tabor, suonatore di tromba il cui destino era di rimanere in attività fino a età inoltrata. Tabor avrebbe partecipato a molti film e programmi televisivi della Germania Occidentale (soprattutto nei decenni Cinquanta e Sessanta).
Questi musicisti in un primo tempo furono lieti che fosse loro consentito di suonare musica americana, guadagnando niente male. Nel '41, nel '42, molte delle migliori orchestre jazz europee si esibivano in locali esclusivi della capitale tedesca. Al Roswitha Bar primeggiava quella di Tullio Nobilia, formata da soli italiani. Ma Charlie & His Orchestra (con Nino Impallomeni alla tromba) offriva senza dubbio il jazz migliore. Anche al di fuori del palcoscenico, gli elementi armonizzavano perfettamente. Mario Balbo, sassofonista, era il buffone della compagnia, sempre predisposto agli scherzi. Una volta Charlie e consorti scesero a una stazione metropolitana ribattezzata "Piazza Adolf Hitler". Dopo aver guardato meglio, si accorsero che Platz non era scritto correttamente: qualcuno aveva aggiunto una 't', e la parola adesso era 'Platzt'. Il tutto si leggeva: "Scoppia Adolf Hitler". Autore di questo tiro mancino era stato... Balbo.
Quando cominciarono i bombardamenti su Berlino, trasmettere dal vivo risultò ostico. Ogni giorno si susseguivano fino a cinque allarmi. La metropoli fu presto una miriade di residui, schegge, rottami. Mentre la popolazione crepava, Charlie & His Orchestra dovevano cantare, cinicamente, Let's go bombing, sul motivo di Let's go slumming di Irving Berlin.
Parecchie città tedesche erano dissestate, le strade e i quartieri non più riconoscibili; tuttavia, nei cinegiornali, girati soprattutto per l'estero, si vedeva una Germania tranquilla e ricca: sfilate di moda con ragazze semisvestite, spettacoli mondani di vario genere, sequenze di benessere e signorilità accompagnate dalla voce allegrotta dello speaker.Per la maggior parte del tempo i musicisti se ne rimanevano in un bunker a giocare a scacchi e ad annoiarsi. Finché ognuno di loro non ricevette una lettera di trasferimento. "Herr Impallomeni... trasferito a Breslau." Il termine "trasferito" (abkommandiert) suonava come un ordine. Nessuno poté dir di no: d'altronde, lavoravano per il ministero di Goebbels... anche se alcuni, fino a quel momento, sembravano averlo ignorato. Per la burocrazia nazista, i componenti di Charlie & His Orchestra occupavano lo stesso rango di soldati regolari.
Furono convogliati verso la Svevia, dove suonarono a Radio Stoccarda. Quando Badoglio, nel 1943, firmò il trattato di collaborazione con gli americani, il leader della big band assicurò ai musicisti italiani che non avrebbero rischiato rappresaglie da parte dei nazisti. «Nell'eventualità che qualcuno voglia crearvi seccature, potete sempre dire che lavorate per il Ministero della Propaganda.»
Swing e jazz continuarono a dilagare imperterriti. Dal 1939 alla fine della guerra, la 'Doktor Goebbels' Jazz Orchestra' (com'era altrimenti detta) non smise mai di eseguire in radio melodie già affermate su testi nuovi che avrebbero dovuto demotivare i nemici.
Il complesso rimase attivo anche dopo l'occupazione americana. A Ludwigsburg e in altre città del meridione tedesco, Charlie & His Orchestra, con un nuovo repertorio e alquanto rimaneggiati (alcuni suonatori se l'erano svignata dopo il tracollo della Germania), intrattennero i soldati occupanti. Nel giugno del '45 l'ensemble era ridotto a un quintetto. Due dei suoi elementi erano tedeschi (uno era Fritz "Freddie" Brocksieper, il batterista). I tedeschi venivano "coperti" dai loro compagni, due italiani e il pianista, olandese. Neanche quest'ultimo poteva certo lamentarsi, dato che in quel frangente postbellico, ad Amsterdam, più di 1.000 persone morivano d'indigenza. «Non vi preoccupate» dicevano ai due tedeschi. «Per quel che ci concerne, voi non siete tedeschi ma turchi.»
Come può un musicista giustificarsi per essersi messo al servizio di una dittatura? Ci riesce dicendo che vi è stato costretto. Spiega, a chi glielo chiede, che i musicisti, per natura, si occupano puramente di musica e che la politica non li stuzzica. È quel che fecero i componenti di Charlie & His Orchestra. I componenti restanti, cioè. Che erano stati contenti che persino sotto la svastica fosse stato loro concesso di suonare, e suonare il genere per cui stravedevano. Grazie alla loro passione e alla loro abilità, avevano potuto evitare di combattere al fronte e avevano persino ricevuto un'ottima paga. Ora, con gli americani in casa, non gli continuava a mancare nulla: zucchero, caffè, carne e burro abbondavano, così come cigarettes e "occupation marks", le banconote stampate dagli Alleati.
Durante un'esibizione in un ristorante per militi U.S.A., un sergente stelle-e-strisce si alzò e incitò, con la voce grossa del vincitore: «Let's go play!» Al che il trombettista improvvisò un assolo che scatenò l'entusiasmo dei soldati e degli altri astanti, i quali smisero di desinare per tributare una standing ovation. Il sergente manifestò la sua riconoscenza consegnando al suonatore il lasciapassare (la "denazificazione" era in pieno corso) insieme a 47 sterline.
Anche negli Anni Cinquanta e Sessanta i membri della vecchia Charlie & His Orchestra, singolarmente o militando in altre formazioni, raccolsero consensi.
Della big band ingaggiata da Goebbels non si hanno molti documenti sonori. Ma dalle rarissime registrazioni si ricava il senso di vigore, di forza esplosiva... una musica che purtroppo impallidisce di fronte ai testi di contenuto nazionalsocialistico.
I Moody Blues non sono mai stati inseriti nella Rock and Roll Hall Of Fame. Strano. Forse perché erano popolari (e.. pop)? Tuttavia, i loro album (almeno quelli più "impegnati", come In Search Of The Lost Chord- un disco del 1968: 53 anni fa!) fanno parte della colonna sonora di una generazione... e forse di più di una generazione.
1. "Departure": un intro di appena quarantacinque secondi, ma molto bello con il rumore del jet.
2. "Ride My See-Saw": il pezzo certamente migliore dell'album e uno dei cavalli di battaglia dei Moody Blues. Il testo dice:
"Left school with a first class pass
Started work but as second class"
("Ottenni a scuola i voti migliori / ma iniziai a lavorare dal gradino più basso")
E' una canzone sulla voglia di lasciare un mondo confuso, falso, una realtà che a una persona giovane non offre nessuna prospettiva.
3. "Dr. Livingstone, I Presume": chiaramente, è sul senso della vita. Livingston, Scott e Colombo hanno viaggiato per il mondo esplorandolo, trovando piante, bestie e uomini esotici...
La riga-chiave del brano è:
"We're all looking for someone..."
("Tutti quanti stiamo cercando qualcuno..") Be', è maledettamente vero!
4. "House Of Four Doors (Part 1)": L'esempio tipico che i Moody Blues non crearono le canzoni di quest'album pensando che dovevano essere trasmesse alla radio. La maggior parte delle tracce di In Search Of The Lost Chord erano ideate perché i giovani le ascoltassero dentro le loro camerette.
5. "Legend Of A Mind":
"Timothy Leary's dead No, no, no, he's outside looking in"
Apoteosi in forma musicale di un famoso intellettuale che teorizzò la "positività" delle droghe... e che portò - anche pubblicamente - esempi concreti. Durante gli Anni Sessanta e Settanta venne arrestato spessissimo. Secondo i suoi biografi, fu "residente" di ben 29 prigioni sparse per il mondo...
Il brano dei Moody Blues dedicato a Timothy Leary (una vera e propria mini-opera dove il flauto è lo strumento più importante)è celebre quasi quanto il loro "White Satin".
6. "House Of Four Doors" (Part 2)": Scrive Bob Lefsetz:
A reprise, after "Legend Of A Mind." When this came on you felt like you came back from an acid trip, you were glad to be on terra firma, in recognizable company.
7. "Voices In The Sky": Un brano molto leggero ma adatto a iniziare la seconda parte del disco. Punto e accapo, per così dire... Gli album su vinile a un certo punto si dovevano "girare" e spesso le due facciate avevano ciascuna un senso proprio, anche se (come nel caso di quest'opera) erano complementari. I CD, invece, in qualche modo ignorano l'importanza della "Part One" e "Part Two" che contraddistinguevano i dischi.
8. "(Thinking Is) The Best Way To Travel":
"And you can fly High as a kite if you want to Faster than light if you want to Speeding through the universe Thinking is the best way to travel"
Il fine della vita non è il denaro ma il sogno. ("Puoi volare in alto come un aquilone [...] Più veloce della luce...") Un brano decisamente psicheelico, come l'ultimo in questo disco ("Om").
9. "Visions Of Paradise": Il ritmo rallenta e qui cadiamo in atmosfere progressive da primissimi Genesis ("Visions Of Angels" e dintorni: e dunque un prog rock di una classicità misticheggiante). Una canzone talmente bella (e, a modo suo, trasgressiva) che trovarne su Internet un video non-oscurato è impresa assai ardua!
10. "The Actor":
"The curtain rises on the scene With someone shouting to be free The play unfolds before my eyes There stands the actor who is me"
Sì, siamo tutti attori nella grande rappresentazione dell'umana esistenza e la musica (e l'arte in generale) ci accompagna rivelandoci verità che noi prima sospettavamo o avevamo appena intravisto.
11. "The Word": E la porta si apre su...
12. "Om": E' questa la parola!
"And the word is... OM". (Per gli ignari: si pronuncia "aum"!)
Un grande finale per uno dei migliori album di tutti i tempi.
"The rain is on the roof Hurry high butterfly As clouds roll past my head I know why the skies all cry OM, OM, heaven, OM"
A Sollicciano, la Casa Circondariale alle porte di Firenze, esiste un gruppo di detenuti che fa musica. Si chiamaOrkestra Ristretta.
Aleggiano la personalità interessante e l'entusiasmo di Massimo Altomare in questo disco che vi invito a far girare e pubblicizzare con ogni mezzo. Lo caratterizzano qualità e impegno, e per questo ne scriviamo volentieri sul nostro blog. Tanto più che insieme all'Orkestra Ristretta di Sollicciano hanno suonato i componenti di Tempo Reale (ensemble legato all'associazione dallo stesso nome, che ha sede nel centro di ricerca musicale e didattica fondato da Luciano Berio, il celebre compositore di avanguardia e pioniere della musica elettronica).
Massimo Altomare e alcuni degli artisti di Sollicciano
Altre foto
In/Out: dentro o fuori, dentro "e" fuori. Chi è costretto tra quattro mura e per caso gli arrivano alle orecchie le canzonette di protesta di presunti rockettari, di gente cresciuta nell'ovatta, persone che non hanno mai conosciuto restrizioni di sorta, deve solo ghignare. E forse (giustamente) arrabbiarsi. L'anelito di libertà è sincero solo se quella libertà l'hai persa... L'energia, la schiettezza e l'urgenza delle canzoni di In/Out ci colpiscono come una pistolettata. Il divano sotto di noi scotta. E non per niente l'ossatura dell'album è sorretta dai rapper, che riprendono e traspongono la poesia della strada.
È una gioia ascoltare queste canzoni e poi tornare a passarle in rassegna, tracce che oscillano tra rap, ballate/invocazioni tipo gospel, e in più rock, jazz, reggae, elettronica (in "Rapatuà"). E, occasionalmente, due o tre di questi generi insieme.
La parola "libertà", ripetuta come uno slogan in più idiomi, è quella che forse ricorre più spesso. Incontriamo atmosfere cupe, da paesaggio post-industriale, ma anche inni di speranza, lungo la scaletta dell'album. Questi ultimi - gli inni - sono anche merito di CONfusion, un coro (formato da immigrati e cittadini italiani) capace di impreziosire qualsiasi composizione.
L'album è plurilingue e nessuno, davvero nessuno dei brani ci lascia indifferenti. Tutto è molto ben curato, dall'uso delle elettrochitarre al rap in arabo di "Everyday" (ma c'è anche in "Rapatuà"). E uguale se si tratta di cover (una sola: "Ring Of Fire" - e Johnny Cash viene tirato fuori dal cilindro non casualmente: anche lui conobbe la prigione...) o di songs originali (le altre nove tracce): ogni cosa riluce di passione e veridicità.
È un itinerario variegato, con momenti solari e altri che sono istantanee del ritrovarsi "dentro". L'angosciosa "Grid" ci ricorda, ad esempio, che non siamo qui solo per sollazzarci e ballare; che il messaggio trasportato da queste note vuol colpirci nel profondo.
Il viaggio sfocia nella conclusione felice e brillante di "Andrà tutto bene" (cantato quasi per intero in inglese, tranne per le parole in italiano che compongono il titolo). "Andrà tutto bene" segna la degna chiusura del cerchio, andando a ricollegarsi al bel rock di "La vita sbanca", il brano iniziale.
"Con loro riesco a essere felice" dice Altomare, che negli Anni Settanta formò un duo divenuto "cult" insieme a Checco Loy. Loy e Altomare (entrambi chitarristi e cantanti) facevano country-rock. Dopo, Altomare si dedicò al jazz, al jazz-rock... senza mai abbandonare il cantautorato.
Altomare. Autore di alcune delle più belle canzoni del panorama italiano. Ascoltate ad esempio "Outing", dall'album omonimo.
In/Out è stato realizzato grazie a una campagna di crowdfunding.
All’incisione, assieme ai detenuti e al direttore dell’Orkestra Massimo Altomare, hanno partecipato alcuni musicisti toscani e alcuni degli stessi collaboratori di Tempo Reale: Andrea Gozzi, Lorenzo Lapiccirella, Michele Lombardi, Federico Pacini (Bandabardò), Stefano Rapicavoli (Zumtrio), il compositore e direttore di Tempo Reale Francesco Giomi (Zumtrio), nonché CONfusion, gruppo vocale formato da immigrati, rifugiati e cittadini italiani diretto daBenedetta Manfriani).
Etichetta: M.P. & Records con distribuzione G.T. Music.
Immagine di copertina di: Roberto Deri.
In collaborazione con Ministero di Giustizia, Regione Toscana, Casa Circondariale di Sollicciano, Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze.
Uno dei vari comunicati
A Sollicciano, la Casa Circondariale alle porte di Firenze, esiste un gruppo di detenuti che fa musica. Si chiamaOrkestra Ristretta.
Negli anni, i contatti con i musicisti che hanno partecipato ai laboratori tenuti dal noto centro di ricerca, produzione e didattica musicale fiorentino Tempo Realee i contributi musicali dei detenuti membri dell’Orkestra hanno contaminato la produzione del gruppo, diretto da Massimo Altomare. Per celebrare questi incontri musicali sincretici tra “dentro” e “fuori”, Tempo Reale si è impegnato nella produzione di un concerto e in seguito del nuovo album IN/OUT, uscito in formato CD per l’etichetta M.P. & Records con distribuzione G.T. Music.
Importante e necessario il lavoro di Altomare con i detenuti di Sollicciano.
La musica, per i detenuti, è un modo per far sentire la propria voce. E dare sfogo alla gioia e alla passione.
Il sintetizzatore, punta di diamante degli "elettrofoni", non giunse dal nulla: Robert Moog, da giovane, si era messo a costruire e vendere theremin, strumento ai suoi tempi rivoluzionario.
Lev Termen alias Léon Theremin, inventore nel 1919 del theremin
Le origini del moderno sintetizzatore devono essere fatte risalire all'inizio del XX secolo, quando un certo Thaddeus Cahill fece domanda per il brevetto del dynamophone.
Trattavasi di macchinario a vapore davvero enorme: pesava più di 200 tonnellate (!).
Poiché non esistevano altoparlanti (adatti) o veri e propri sistemi di diffusione sonora, il suono del dynamophone avrebbe dovuto essere riprodotto tramite la rete telefonica pubblica.
L'idea fallì. Forse perché era troppo in anticipo sui tempi...
Creato nel 1919, il theremin, che ha dimensioni ridotte, gode, ancora oggi, di uno status di culto. Anche perché il suo suono (inquietante!) è stato impiegato in dozzine e forse centinaia di colonne sonore di film horror e noir.
Una leggera variazione dello strumento, chiamata electrotheremin - più facile da suonare -, venne utilizzata per creare quella sorta di ululato acuto che si sente nella hit "Good Vibrations" dei Beach Boys, del 1966.
Il termine "sintetizzatore" saltò fuori la prima volta nel 1956, per definire lo RCA Mark I sviluppato dagli americani Harry F. Olson e Herbert Belar. Il suono proveniva da 12 diapason che venivano stimolati elettromagneticamente.
Uno dei primi sintetizzatori che sarebbero stati riconosciuti come tali dai musicisti moderni è, giustappunto, il moog.
L'interesse per la generazione e la modulazione del suono elettronico era antico quanto l'elettricità stessa, tuttavia la modulazione sonora mediante oscillatori, filtri e amplificatori non venne usata, in musica, prima degli Anni Cinquanta. Mentre già allora il compositore Karlheinz Stockhausen poteva sperimentare elettronicamente negli studi della WDR di Colonia (ben stipendiato), gli americani Robert A. Moog e Donald Buchla svilupparono i primi sintetizzatori modulari - indipendentemente l'uno dall'altro - all'inizio dei Sessanta, in America. Caratteristica di questi nuovi strumenti: essi erano, se non altro, ragionevolmente trasportabili! Tutti gli elementi e i singoli "banchi" e ciascuna stazione o ciascun modulo si trovavano in un alloggiamento comune e potevano essere combinati tra di essi con collegamenti a spinotto: eccolo, il sintetizzatore analogico!
Per arrivare fin qui però occorre riandare ancora una volta indietro, nel passato: si, al theremin, ma soprattutto al sequencer elettromeccanico dal nome "Wall of Sound" costruito da Raymond Scott, il quale probabilmente fu il primo vero compositore di musica elettronica (suono e ritmo entrambi artificiali) servendosi dello strumento da lui ideato.
Wall of Sound
Per Moog, i contatti con Raymond Scott, che era di ventisei anni più anziano, furono molto ma molto importanti per capire in che direzione doveva svilupparsi il proprio sintetizzatore.
E fondamentale, se non vitale, risultò l'incontro con Herbert Deutsch. Deutsch fu un partner inestimabile per Bob Moog per il miglioramento dello strumento e il suo uso effettivo. Egli fu peraltro il musicista che compose il primo brano musicale in assoluto per moog. Deutsch suggerì all'amico-collega ingegnere l'impiego dell'interfaccia della tastiera, insieme ad altre utilità. Rappresentò, per Moog, un solido collaboratore e il suo ruolo oggi è riconosciuto come quello di pioniere a pieno titolo.
Nel CD del 2012 From Moog to Mac, Herbert Deutsch ripercorre cinquant’anni di esperienza musicale elettronica.
Moog:“Il sintetizzatore moog avrebbe dovuto collegarsi al classico studio di registrazione di un Karlheinz Stockhausen, di un Pierre Boulez e un Pierre Schaeffer in Francia o di un Vladimir Ussachevsky negli Stati Uniti. Il tipico studio di registrazione era allora dotato di vari strumenti atti a generare il suono elettronico e a mutarlo. I suoni venivano registrati su nastro, potevano essere riprodotti al contrario e in più si poteva manipolare la velocità del nastro... I musicisti con cui ho lavorato vantavano tutti un'esperienza negli studi di registrazione. Volevo offrire loro maggiore opzioni per generare il suono e alterarlo... grazie a uno strumento rinchiuso in una sola, pratica scatola".(Questa scatola sarebbe stato il minimoog, come vedremo più sotto.)
Il suono del moog alla fine di "Lucky Man", ballata antibellica del formidabile trio Emerson, Lake & Palmer, attirò l'attenzione generale sullo strumento. Fino all'ultimo giorno di vita, Robert Moog rimase amico intimo del tastierista Keith Emerson.
Ma la grande svolta, quella vera, era arrivata nel 1968 con l'LP Switched on Bach di Wendy Carlos (allora Walter Carlos). L'adattamento per sistema modulare di opere di Johann Sebastian Bach stupì piacevolmente fan ed esperti; adesso, chiunque facesse musica voleva possedere o comunque testare un sintetizzatore moog!
Walter / Wendy Carlos
In onore dell'imprenditore e ingegnere statunitense Robert Arthur Moog (New York, 23 maggio 1934 – Asheville, 21 agosto 2005) e del suo sintetizzatore analogico, che aprì nuove, vaste frontiere ai musicisti di tutto il mondo, ripassiamo ancora un po' di storia musicale moderna.
Citando Bob Moog, gli si associa quasi sempre Keith Emerson. E va bene. Ma molti tacciono il fatto che Moog, ancor prima, aveva iniziato una collaborazione con il suddetto Carlos, anche lui americano, genio della musica elettronica che avrebbe composto, tra le altre cose, la colonna sonora di Arancia meccanica (film diretto da Stanley Kubrick e tratto dal romanzo di Anthony Burgess).
La collaborazione tra Walter/Wendy Carlos e Bob Moog portò alla realizzazione del prototipo di un sintetizzatore ideato dallo stesso musicista, il quale aveva studiato Fisica all'università di Princeton nonché musica elettronica (di cui fu docente). Sul sintetizzatore di Carlos, nacquero appunto Arancia meccanica (contenente spezzoni della Nona Sinfonia di Beethoven) e non poche variazioni avanguardistiche di composizioni di Bach.
Sempre per commemorare Moog, del quale oggi, 23 maggio, si celebra la nascita (1934):
un ancor giovane Walter (successivamente Wendy) Carlos dimostra, in questo video del 1970 scovato negli archivi della BBC, il funzionamento di un moog.
La composizione che si sente alla fine è il secondo movimento del 4. Concerto di Brandenburgo, nella versione che Carlos inserì nel proprio album Well-Tempered Synthesizer ("Il sintetizzatore ben temperato", a ricalcare "Il clavicembalo ben temperato" di J.S. Bach).
L'era dei giganti finì presto, e finì grazie alla "scatola" sognata da Robert Moog: il minimoog, primo sintetizzatore cablato e maneggevole che entrò in produzione in serie nel 1970 a un costo che era alla portata del grande pubblico. La discesa in campo del minimoog fu resa possibile dall'allora nuova tecnologia IC. Con il suo pannello frontale maneggevole, l'hardware ergonomico e i suoni carismatici, il minimoog ebbe grande influenza sulla musica a venire.
Procediamo nel cammino, ricordando che oggi ricorre il genetliaco dell'ingegnere e inventore newyorchese Robert Moog. Per questo...
... ecco un bel film-docu girato per il cinquantenario del lancio commerciale del "Moog Modular Synthesizer".
Un incredibile successo mondiale ebbe, ad inizio Anni Settanta, "Popcorn", brano eseguito al moog.
Fricke: pioniere del Krautrock? Forse qualcosa di più...
(Per omaggiare Robert Moog, 23-05-1934 / 21-08-2005)
Popol Vuh
Amante della musica elettronica, il tedesco Florian Fricke (fondatore dei Popol Vuh) fu uno dei primi a voler sfruttare le potenzialità del moog, che allora pochissimi possedevano - non solo perché caro, ma anche perché assai ingombrante.
In Germania c'erano già diversi folletti siderali, tutti figli putativi di Karlheinz Stockhausen: Ash Ra Temple, Klaus Schulze, Tangerine Dream, gli Amon Düül, e inoltre Jane, Neu!... Tuttavia, i Popol Vuh si differenziavano per la componente misticheggiante. Se il loro tipo di musica rientrava nel Krautrock, ciò accadeva solo per via della locazione geografica della band (erano tedeschi, infine!). In realtà, nel loro caso non si può parlare neppure di rock. Le sperimentazioni dei Vuh sembrano scaturire da una cattedrale sotterranea; come Haydn in una fantasia musical-onirica di formiche tibetane.
Già al terzo album, Fricke aveva perduto l'interesse per il moog (che cedette a Klaus Schulze). In un saggio allegato a un CD antologico sulla "Kosmische Musik", egli ribadì il potere curativo e "divino" della musica e formulò così il suo credo: “Lasciaci creare suoni che ci facciano bene, una musica che ci conduca dall'esterno verso il nostro 'io'! Lasciaci stare insieme! Pace e gioia..."
E giusto così risuonava la musica dei Popol Vuh, soprattutto da quel momento in poi: spirituale, armoniosa, sferica, con influssi mistici dall'Estremo Oriente e non solo.
Capitolo Battiato.
Sappiamo che Franco Battiato, durante il servizio militare - allora obbligatorio -, dovette organizzare una o più fughe dall'ospedale militare (dove era stato ricoverato dopo aver simulato un paio di mancamenti) per potere proseguire le registrazioni del suo primo album, Fetus.
Fetus raccoglieva le acque di diverse sorgenti. Anzitutto il disco è dedicato allo scrittore Aldous Huxley, autore di Brave New World (romanzo distopico scritto nel 1932 e ambientato nel 2540). Altre tematiche importanti del disco (nonché di quelli successivi di "Francuzzo") provenivano dallo Zeitgeist. Eventi come la missione Apollo della NASA, l'uscita nelle sale cinematografiche del capolavoro di Kubrick 2001 - Odissea nello spazio, la pubblicazione degli album di David Bowie Space Oddity e Ziggy Stardust, furono sicuramente di grande ispirazione per il giovane Battiato. E, naturalmente, super-fondamentale fu... il sintetizzatore.
Gli strumenti elettronici di quegli anni, e parliamo degli strumenti capaci di sintetizzare il suono, costavano un occhio della testa. A meno che uno non fosse sposato con una ricca ereditiera (Florian Fricke, il leader dei Popol Vuh, lo era) o non trovasse una milionaria pronta a finanziarlo per puro spirito mecenate (la fortuna capitò a Eberhard Schoener, altro rappresentante tedesco della musica elettronica, il quale collaborò tra gli altri con i Tangerine Dream), era praticamente impossibile permettersi quel gigantesco giocattolo generante suoni. Ma poi spuntò il VCS3...
Il produttore Pino Massara (fondatore della casa discografica Bla Bla, grazie alla quale Battiato poté dare alle stampe i suoi primi LP, tutti di carattere avanguardistico) si recò a Londra esplicitamente per comprare uno dei primi tre VCS3 mai costruiti. Si trattava di sintetizzatori analogici portatili e il prezzo di lancio, relativamente basso, contribuì in seguito alla loro diffusione. Un secondo VCS3 venne acquistato dai Pink Floyd, mentre l'ultimo della "terzina" d'esordio lo tenne per sé la ditta Moog, come prototipo su cui basare la produzione in serie.
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Esempio di Krautrock.
Embryo era un collettivo di Monaco di Baviera diretto da Christian Burchard e in cui, fino ad oggi, hanno suonato oltre 400 musicisti. In Opal, del 1970, gli Embryo forniscono un esempio di che cosa sia il Krautrock. Tra momenti free-jazz, si trovano perle psichedeliche come "You Don‘t Know What‘s Happening" (vedi video). E il resto dell'album è un trip degno dei Pink Floyd...
Su Fetussi sente benissimo: Franco Battiato era influenzato dalla "musica cosmica" tedesca, i cui rappresentanti (Tangerine Dream - Edgar Froese -, i già citati Fricke e Schoener, Ash Ra Temple - Klaus Schulze -, Amon Düül... Embryo...) erano a loro volta ispirati non solo dal mago della musica elettronica Stockhausen, ma anche dai minimalisti americani (Riley, Cage & Co.). E, come avrebbe poi fatto Battiato, amalgamavano il tutto con il rock.
Non fu un caso che il musicista siciliano, al festival del 2000 'Il violino e la selce' di San Benedetto del Tronto, invitò anche Florian Fricke e i suoi Popol Vuh! (Appena un anno dopo, purtroppo, Fricke venne a mancare precocemente.)
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NeIn den Gärten Pharaos ("Nei giardini del Faraone"), Fricke usa ancora generosamente il moog, Già dall'album successivo, Hosianna Mantra, però, le composizioni sono dominate dal pianoforte e da strumenti acustici. Svolta dovuta al fatto che la musica elettronica non poteva esprimere, a detta del gruppo, il potenziale e la purezza spirituale racchiusa nei loro nuovi progetti...
Curiosità in chiusura: tutti noi diciamo "muug", ma il nome "Moog" si pronuncia, in maniera eccezionale rispetto ai canoni della lingua inglese, "mogue", poiché è di origini tedesche! Continuiamo pure a chiamare il celebre strumento come abbiamo sempre fatto, ma è bene non ignorare che il cognome dell'inventore del sintetizzatore moog si articola alla maniera di come noi chiamiamo la rivista Vogue: "mogue", già. Lo stesso Robert Moog trovò accettabile, per sé, questa diversificazione dall'inglese scolastico...