domenica, giugno 10, 2018

E=m·c²


Questo è uno dei capitoli del mio libro Doktor Wolf - Storia di Hitler e del nazismo,  che prossimamente renderò disponibile come eBook. Vi si parla di Hitler (in uno dei suoi periodi di prima che diventasse Führer e dunque "guida" della Germania) nonché di Albert Einstein.
Su Einstein - come sanno i miei lettori più fedeli - ho già pubblicato un lavoro. Per chi volesse leggerlo, si intitola Einsteiniana.




EINSTEINIANA (essay)   collana unQuartino




Contiene: 

 ***************** 'Einsteiniana', 
**** 'Einstein, la biografia speciale' 
******* e il videogramma 'Genius!'





... e quindi ecco, di seguito, il capitolo tratto da Doktor Wolf.





E=m·c²



«E non tralasci di parlare della teoria della relatività» mi raccomanda Rudnicki.
Ludwig Ludwig approva solennemente: «Ja, ja. Eisenstein».
«Quello era un regista russo» ride Paola.
«Esenin?»
«Un poeta. Esenin era un poeta.»
«Kalinstein» dico, cercando di partecipare allo scherzo. Ma così riesco solo a mandare su tutte le furie il Grande Vecchio.
E dunque: si era nel 1905 quando un ometto dai capelli folti e crespi, ebreo (ma ebrei erano anche Marx e Freud...), rese pubblica un'ipotesi di lavoro che nientificava tutto quello che, nella meccanica tradizionale, aveva attinenza con il problema del movimento. Sotto il titolo di Teoria della Relatività, quegli studi resero famoso il loro autore. Il quale cercò di evitare i bagni nella torma: piegato sulle sue carte, continuò a fare conti – si trattava di fisica? di pura matematica? – sobbalzando ogni qual volta un rumore giungeva dall'esterno. A quel punto tirava fuori il suo orologio da tasca senza catena e con coperchio a scatto, scrutava con preoccupazione il quadrante e la sua fronte si imperlava.
Il lavoro di uno scienziato non deve tener conto della morale; ma quanto più tranquillamente esso potrebbe svolgersi se i capi di governo non cercassero incessantemente di venire in possesso di qualche arma micidiale! Quanto più tranquillamente, se i magnati della finanza (Rockefeller, Rothschild, Montefiore, Hirsch, Guggenheim, Morgan) la smettessero di pressare e spolpare l’ingegno, sfruttandolo per i propri profitti!
Albert Einstein ricacciava nel panciotto l'orologio e tornava ai suoi manoscritti.
Fin da Newton, l'esistenza di una massa costante non era mai stata messa in discussione. La teoria dei quanti di Planck, insieme alle conclusioni tratte dal danese Niels Bohr circa l'autentica struttura degli atomi (e avvalorate da test in laboratorio), sbugiardarono lo scienziato inglese. Per Newton, la massa "definisce" anche l'energia cinetica. Ora, in seguito alle moderne conoscenze, ogni sistema possiede in sé, insieme all'energia cinetica, anche quella termica. Ambedue le energie sono inseparabili. Ciò considerato, se la massa viene rappresentata dall'energia pura, in rapporto alla condizione termodinamica essa non può risultare costante.
Con la teoria della relatività Einstein andò oltre. Basandosi sugli esperimenti di Michelson, che dimostrarono che la velocità della luce non si lascia influenzare dai movimenti dei corpi attraversati, negò la concezione di tempo assoluto. D'ora in poi, grazie anche alla matematica di Lorentz e Minkowski – che ricorre a unità di tempo immaginarie – (ormai pure i fondamenti del calcolo infinitesimale posti da Newton e Leibnitz non reggevano più), non esistono né lunghezze assolute, né corpi perfettamente statici. Viene a mancare anche la possibilità di determinazioni quantitative e quindi la nozione classica di massa quale rapporto costante tra forza e accelerazione.
Vista nel suo insieme, la teoria della relatività è una combinazione di arte matematica, intuizione fisica e profondità filosofica. Appaiono tuttora straordinari il cinismo e l'avventatezza di queste ipotesi, che ammettono addirittura casi in cui i termini "prima" e "dopo" possono capovolgersi. Differentemente dalle scoperte di Max Planck, conosciute solo da un ristretto circolo di esperti, la teoria della relatività fu uno dei temi colloquiali prediletti anche dai "non addetti". Niente riesce a catalizzare la mente umana più degli assiomi sullo spazio e sul tempo, tanto più se questi assiomi sono rivoluzionari. Era stato così anche all'epoca di Galilei e Copernico, quando il sistema astronomico venne mutato completamente.
Al subentrare del XX secolo il mondo fisico si presentava strettino. Einstein fece saltare le barriere visive, aprendo lo sguardo su nuovi territori, dilatando gli orizzonti. Contamporaneamente però smentiva gli assertori di un universo infinito: il firmamento aveva adesso un raggio di soli 108 anni-luce.
Guardava l'orologio; e forse si sentiva un pizzico colpevole. "Ancora quanto?" si chiedeva. E, mentre studiava e pensava, nell'Africa sud-occidentale tedesca erompeva la rivolta degli Ottentotti. L'esercito colonizzatore di Guglielmo II riusciva a tenerla a bada fino a spegnerne del tutto i focolari... In occidente la gente si spostava sempre meno in omnibus (il tram trainato da cavalli) e "scopriva" l'automobile. Per il suo dipinto Il Bacio, che mostra una ragazza nuda, Klimt dovette trascorrere tre mesi in gattabuia. Il Simplicissimus, un periodico umoristico la cui mordace ironia non risparmiava nessuno dei personaggi della politica e del costume sociale, raggiungeva tirature altissime. (La censura sapeva dove colpire e dove, all'opposto, chiudere un occhio o entrambi.)
Mentre Einstein/Nietsnie sudava sul quadrante dell'orologio, il nuovo secolo lasciava intravvedere quel che sarebbe diventato: un'era funesta, piena di colpi di scena e colpi di maglio, di lampi di genio e lampi di morte. La chiave meccanica e il bisturi raccoglievano i primi trionfi. Nel 1909 fu dato l'annuncio della scoperta di un medicamento contro la sifilide: il 'Salversan'. Un decreto governativo stabilì che in Germania i bambini dai nove anni in su potevano lavorare in turni diurni; ciascun turno durava dieci ore. Il Kaiser ricevette a Potsdam la visita dello zar Nicola II. Nel 1911 vi fu la crisi del Marocco, per risolvere la quale il Reich inviò la nave da guerra Panther. Nel 1912-13 si svolsero le guerre balcaniche. "Ancora quanto?" si chiedeva l'omino. Poi, davanti allo specchio, si mostrava una lingua lunga lunga. "Ma sì, tanto il tempo non è che la quarta dimensione dello spazio!"
Il tempo è la quarta dimensione dello spazio. Ciò implica diverse conseguenze per la nostra percezione della realtà, dato che non possiamo limitarci a prendere atto delle novità sulla struttura dell'universo e sulla posizione del mondo e poi relegarle nell’archivio della nostra mente. Giorno per giorno facciamo esperienze che non sono analizzabili con il metodo scientifico, esperienze che non risultano comprensibili alla ragione. Il fatto è che, essendo per così dire prigionieri dentro una rete fenomenica, ci sfuggono i processi che avvengono al di fuori di essa. Tutt'intorno a noi regna la metafisica. (Gli esponenti della Scuola di Vienna credevano di essersi congedati definitivamente dalla metafisica, con due significative eccezioni: Wittgenstein e Karl Popper. Il primo, in special modo, limitò il mondo dello scientificamente esplicabile.) La realtà in sé non ha una struttura tale da essere intesa con i procedimenti della ricerca tradizionale...
"Finora gli scienziati hanno creduto che la realtà è come loro la percepiscono. Ma che ora è?"
La scienza è costretta a "tagliare" tranci di realtà e studiarli singolarmente. Ma non si può conoscere il tutto esaminandone piccole porzioni. È la fine dell'evo cartesiano: dobbiamo accettare il fatto che non tutto può essere posto sul vetrino del microscopio, che chiunque di noi può avere intuizioni non comunicabili, e perciò non catalogabili, e che queste intuizioni hanno uguale importanza di qualsiasi scoperta verificata.
"Ancora quanto?"
Oltre a ciò, nel momento in cui diciamo che il futuro è incerto, sottintendiamo una verità elementare e a un tempo sbalorditiva: che la Creazione... è tuttora in corso. E dove accade la Creazione? Dovunque: anche con l'uomo e nell'uomo. È lo stesso divenire – alcuni la chiamano "evoluzione" –, e il divenire non si svolge nel tempo: è il tempo!


E mentre Nietsnie/Einstein faceva scattare il coperchio dell'orologio da tasca senza catena e sudava, il giovanotto Adolf Hitler si trovava a Vienna, ospite di un asilo per uomini il cui titolare risultava essere un certo Schlomo H., ebreo.
Malaticcio e sprovvisto di mezzi, Adolf raccontò a Schlomo H. di essere orfano; di aver fatto parte, a quindici anni, di un coro, in qualità di baritono; di aver letto appassionatamente i romanzi di Karl May (il Salgari di Sassonia). E si mise prontamente in luce quale disprezzatore della razza ebrea (non gli giovava affatto stare in compagnia di questi "mangiatori d'aglio"), individuo supernevrotico, potenziale suicida. Aprì le sue cartelle mostrandone il contenuto a quegli altri disgraziati che abitavano lì (mendicanti, alcolizzati, studenti squattrinati): acquerelli nello stile di un "realismo radicale", per definizione dello stesso Hitler.
I pezzenti facevano: «Oooh, aaah». Solo Schlomo H. si mostrava scettico.
«Forse ti trovi al cospetto di un genio e lo ignori!» gli diceva il giovanotto, risentito.
E l'anziano ribatteva, sorridente come una sfinge: «L'aglio è una pianta molto salutare. Il botanico svedese Carl von Linné l'ha classificata sotto le liliacee, insieme al giglio, al giacinto, al colchico. I celti chiamavano l'aglio 'leek', che significa qualcosa come 'spezie gustose'. Per i francesi è l' 'ail commun' o anche 'perdrix de Gascogne'. Per gli inglesi 'common garlic'. Nel Ticino lo chiamano 'ai'...»
Hitler si metteva a menare colpi alla cieca. «Largo! Fate largo! Lasciatemi respirare, razza di giuda!» I cenciosi fuggivano in tutte le direzioni per tornare poi verso le rispettive brandine. «Bavosi ignoranti! Non insozzatemi! E via dai miei disegni!»
Placidamente, Schlomo H. seguitava ad alitargli: «Anche i tedeschi ne mangiano in abbondanza. Erroneamente lo chiamavano in passato 'Lauch', dunque 'porro'. In Altdeutsch si chiama 'Clofolauh', che deriva da 'clobo' (spaccare, dividere; un riferimento agli spicchi scindibili). Nel Waldeck dicono 'Knuflook', in Vestfalia 'Knuflaw', nella Boemia settentrionale 'Knóbluch', in Baviera e in Austria, come sai, 'Knofel'. Nella Svizzera dicono 'Chnoblach' mentre in Alsazia è il 'Knöblich'...»
«Basta...» rantolava Hitler, gettandosi sul suo giaciglio, piangente, esausto.
«Generalmente vale la denominazione 'Knoblauch': persino per noi ebrei. Universalmente valido rimane comunque il latino 'Alium sativum'» proseguì Schlomo, alzando la voce e chinandosi fino al pavimento, sgualcendo senza ritegno gli acquerelli sparpagliati: con le mani, con le ginocchia, con i piedi.
Il giovane artista cercava disperatamente distrazione uscendosene la sera. Con le ombre si tramutava in un lupo... in un Wolf. Ma Vienna lo stancava e lo deprimeva. La capitale austriaca confermava la nomea di città allegra e dal sesso facile.
Un giorno lasciò lo scarno rifugio e si diresse dritto filato all'Accademia delle Belle Arti. Il suo scopo: ottenere uno stipendio. Il responso degli esaminatori fu peggio di una doccia fredda: «Caro signore» gli dissero, «a lei dovrebbe essere interdetto di dipingere tutto quanto non sia una parete di cucina».
L'avvilimento, insieme alla tbc, lo mise al tappeto. E chi si prese cura di lui? Schlomo H., titolare di uno di quegli ospizi dove si gela d'inverno e si arde d'estate.


Il piccolo uomo dall'alto Q.I. fu scortato fuori dal suo studiolo. I rappresentanti della stampa riempivano la sala delle conferenze; in mezzo a loro c'erano già gli sgherri della NSDAP.

«Ma non dovevo parlare alle sedici?»
Il gorilla che lo affiancava lo informò: «Ora sono le quattro».

«Del pomeriggio. Dunque le sedici...»
«Dobbiamo rimandare? Facciamo alle sedici e trenta?»
«Vuol dire... le quattro e mezza?»
La guardia del corpo non aggiunse altro. Einstein, dal suo pulto, guardò i portavoci del mondo scientifico (non numerosissimi), i professori interessati e i lacchè, i segretari, i contabili, i tecnici, fiduciari del governo e del capitale.
Qualcuno si mostrò stupito che lui non avesse appunti con sé. Come mai?
Tutti volevano sapere cose assurde. «Non ne ho idea. Voi volete sapere da me l'ora...»
In realtà non glielo aveva chiesto nessuno.
«... e io posso rispondervi solo che tutti quanti siamo nuovamente con un piede dentro le caverne, all'Età della Pietra.»
«Nervoso?» gli chiese un professore.
«Normale! C'è la guerra.»
«Ma dove?»
«Laggiù. Là dietro. In Turchia... mi sembra.» E anche da noi, ribadì mentalmente.

Principiò la sua lezione, andando alla lavagna. No, non aveva bisogno di appunti. Mozart si scriveva in testa concerti interi... Scribacchiò un paio di formule, pensando: "Vogliono sapere quant'è relativo il loro tempo. Io l'ho capito, ma come spiegarglielo? Se non lo capiscono da sé... Bevono e non realizzano che l'acqua è composta da due gas".
Il gesso scricchiolò, lui si asciugò il sudore.
«Nell'Oceano Pacifico» rifletté a voce alta «c'è il meridiano... una linea invisibile, dunque... presso cui cambia la data.» Era difficile. Era come in Hölderlin: l'abisso tra il mondo dell'esperienza sensibile e quello dei concetti e delle parole è invalicabile. Si ricordò allegramente di qualcosa che aveva letto pochi giorni prima su un giornale: uno scienziato teorizzava che la Terra, vista dal cosmo, deve apparire rossiccia. E questo perché la sua atmosfera assorbirebbe l'azzurro dello spettro di luce.
Bislacca prospettiva...
"Che ora è?" tornò a chiedersi. "È già l'ora? O c'è tempo?"




Peter Patti – Doktor Wolf – Storia di Hitler e del nazismo.

Presto disponibile in formato eBook su Amazon. Ai primi che me ne faranno richiesta, manderò il file completo gratis nella casella di posta.


giovedì, giugno 07, 2018

Un capitolo da 'Doktor Wolf', docuromanzo su Hitler

Doktor Wolf - Storia di Hitler e sul nazismo è in procinto di uscire su eBook (Amazon).



Gratis per voi alcuni stralci del libro. Iniziamo da questo, che parla di un fratellastro di Adolf Hitler e dello scandalo della "Contessina Mizzi", che a suo tempo sconvolse Vienna e l'Austria intera.



IL FRATELLASTRO


Era nato a Braunau: dunque, sulla sua provenienza austriaca non vi sono dubbi di sorta. Nella casetta a Hafeld, dove trascorse parte dell'infanzia, abita oggi una famigliola di emigrati turchi: una stupenda ironia del caso, se pensiamo che giusto gli ospiti anatolici, nel mondo alemanno, sono fatti oggetto di intolleranza e discriminazione. Crebbe a Monaco e a Berlino in un'epoca in cui la modernizzazione dell'Europa incedeva spedita. Sia nella capitale bavarese sia in quella prussiana, si aggirava con espressione già allora decisamente circospetta, ombra tra le ombre, strisciando sui muri pieni di affissi. Reclame e manifesti mostravano figure femminili che pubblicizzavano i prodotti più eterogenei: dalle sigarette ai vibromassaggiatori, dai liquori ai mobili. Grugniva, Adolf/Wolf, per il disappunto, e i suoi occhi grigi si rischiaravano solo nel puntarsi sulla scia di una delle automobili costruite da Daimler e che portava l'appellativo "Mercedes".




Poi tornava a inghiottire bile, alitando cattivo sul profilo di qualche graziosa passante che però non si curava di lui. Con le donne non aveva fortuna. Le contadine gli risultavano troppo superficiali e santocchie, mentre quelle di città erano l'estremo opposto: sfrontate e... dispendiose. La loro più grande aspirazione? Riversare denaro nelle tasche dei creatori di pillole per il seno, di venditori di lozioni di bellezza e di spacciatori di apparecchi per la stimolazione corporale. In quegli anni avevano successo le "Pilules Orientales", che promettevano un petto turgido e giovanile, nonché il "vibratore Kolonis", sbraitato dalla pubblicità quale "amico di un seno bello". Il giovane s'adontava, mugugnava e, indossato un costume a strisce orizzontali bianche e nere, al bagno pubblico stupiva: finanche lì si vedevano sempre più ragazze, giovani e meno giovani.
Si schierava dalla parte dei benpensanti, di chi si scandalizzava; tuttavia, spesso e volentieri si recava d'estate sulla riva di fiumi e laghi o su qualche spiaggia del Mar Baltico: la voglia a fior di pelle e i denti digrignanti.
In determinati locali notturni si esibivano famose danzatrici, come Rita Sacchetto o le cinque Barrison Sisters, che mostravano le cosce nude... e qualcosina di più. L'ancora adolescente Wolf si lustrava gli occhi per, più tardi, sognare di un'ideale seduttrice nella solitudine della sua cameretta. Lei ha il volto innocente di una fanciulla e un fisico prosperoso coperto e non coperto dal corsetto rosso, fini calze di seta bianca e coulottes merlettate. Oh, il capriccioso frou-frou con i laccettini da allentare con un dito solo!... Lei si muove voluttuosamente ai piedi del misero giaciglio del giovanotto. Alta, magnifica, imponente, balla per lui sulle sue scarpette laccate, spesso facendogli male apposta coi tacchi...
La civilizzazione si ampliava, il termine "progresso" assumeva un significato magico, fatale. Lampade a gas, bicicletta e telefono divennero di uso pubblico. Si sarebbe detto che il Vecchio Continente stesse conoscendo gli splendori di un nuovo Rinascimento (se non nell'arte, almeno nello spirito d'innovazione). Ma come ignorare il grigiore della provincia tedesca prima del conflitto del Quindici-Diciotto, i lati tenebrosi, medievaleggianti, la "messa in riga" evocata dall'imperialismo prussiano? La sifilide – altrimenti denominata, per delicatezza, "epidemia del piacere" – mieteva tante vittime. Nella Germania del 1909 (Hitler aveva vent'anni) si contavano più o meno 180.000 bambini illegittimi. Ostetriche con e senza qualificazione lavoravano a pieno ritmo per procurare aborti. Wolf/Hitler trotterellava cauto e pronto a mordere tra la lascivia del carnevale senza fine, le orecchie appiattite contro la testa e la coda in mezzo alle gambe, malaticcio, scontento per ciò che i suoi sensi percepivano e, simultaneamente, sbavante di desiderio.
Di statura non alta e l'ossatura tutt'altro che robusta, sfigurava tra capifamiglia dai baffi a manubrio, teutonici sputasentenze e virili brontoloni. Però, come gran parte di loro, dava voce alla propria indignazione ogni qual volta uno scandalo scuoteva la facciata ingannevolmente integra, invulnerabile, della vita sociale. (La principessa ereditaria Luisa di Sassonia aveva piantato il marito per fuggirsene con Enrico Toselli, precettore dei suoi cinque pargoli di sangue blu.)
Anche se l'Austria amava prendersi gioco della Prussia e la Prussia dell'Austria, non bisogna dimenticare che queste due potenze in realtà si temevano e si rispettavano reciprocamente e che, nonostante l'idea di un unico Impero Germanico apparisse quanto mai illusoria e impraticabile, i due paesi non avevano soltanto la lingua come comune denominatore (a prescindere dalle variazioni dialettali).
A diciotto anni Hitler era tornato in Austria, a Vienna. Nostalgia "di casa"? Sviscerato attaccamento alla patria? Probabilmente solo una scelta dettata dalle vicende della vita. Nel 1912, ventitreenne, per sfuggire alla leva militare dell'esercito austriaco si nascose per cinque mesi nell'alloggio del fratellastro Alois, cameriere in quel di Liverpool.




Liverpool era una città industriale in forte espansione. Era il più importante porto europeo per i collegamenti con gli U.S.A. e divenne uno degli obiettivi principali per i flussi migratori dall'Europa continentale. Anche il tragico viaggio inaugurale del Titanic doveva in origine partire dal porto di Liverpool (ma in un secondo momento fu preferita Southampton).
A Liverpool Hitler non si trovò a suo agio. Non conosceva l'inglese e non riusciva a digerire gli usi e i costumi dei britannici. Pioveva spesso. E, sotto la pioggia, le passeggiatrici perdevano la loro arroganza, trasformandosi in patetiche figure dalla smorfia pastricciata.
Alois sopportava a malapena il fratellastro, ma lo sopportava. A volte parlò addirittura della prerogativa di trovargli una sistemazione nel mondo della gastronomia, sebbene il giovanotto non desse l'impressione di volersi aggobbire di lavoro. La moglie di Alois, Brigid Elizabeth Dowling, non celava affatto l'antipatia che nutriva per quell'ometto gramo e grigio che sembrava impersonare lo spirito più reazionario del Continente.
Brigid Elizabeth («Chiamami Lizzy») era una donna sicura di sé, conscia dei propri diritti e forte bevitrice di tè. Era nativa di Dublino e, pur se non bellissima, emanava uno charme matronale. Introdusse Wolf/Adolf all'astrologia (e forse anche all'occulta philosophia) e lo convinse a radersi la parte esterna dei baffi. Non è da escludere che il giovane esiliato si fosse innamorato della cognata e soffrisse non poco della freddezza e dell'aria di superiorità da lei palesate nei suoi confronti. Brigid era la dominatrice di quell'appartamentino in affitto sito sulla cintura del cafarnao di ciminiere (un paesaggio à la William Blake). Quando Alois si trovava al lavoro e Adolf, in opposizione ai propri principi etici, si intratteneva a casa da solo con la donna, lei non si sforzava nemmeno per incoraggiare la conversazione e, anzi, spesso usava un piumino o addirittura il manico di una scopa per costringerlo a cambiare di posizione e trasferirsi dal salottino in cucina, dalla cucina all'atrio.
«Hai avuto coraggio a sposare una straniera» Adolf disse una volta ad Alois.
Il fratellastro lo guardò stralunato. Non gli era sfuggito, inevitabilmente, il sottotono allusivo e ironico contenuto in quelle parole. «Mah!» ribatté, scuotendo la zucca. «Qui gli stranieri siamo noi
Wolf/Adolf grugnì e, rifiutando la ale che Alois gli porgeva – tanto dissimile dalla birra tedesca... –, seguì con gli occhi le circonvoluzioni che "Lizzy" compiva davanti a loro. E il suo sguardo si fece più acuto quando lei, sedutasi accanto al marito, si accese una sigaretta, aspirando il fumo con voluttà e ponendo una mano su una coscia del coniuge. Tra i cerchi grigioblu di fumo, la donna sorrideva all'ospite in segno di sfida. Ogni cosa, nella faccia mediocre ma orgogliosa della femmina britannica, sembrava dire: «Questo è un paese libero».
Di notte, dal suo covaccio improvvisato sul pavimento della cucina, Adolf li sentiva fare all'amore. Il loro letto cigolava e scricchiolava impietosamente e la cognata gemeva senza ritegno, lasciandosi andare perlopiù a una specie di rauco latrato, cosa che quando erano soli – ne era certo – lei non faceva mai.
Per il fratellastro non aveva mai nutrito un'ottima opinione e quella visita glielo fece disprezzare di più, rafforzandogli la convinzione che la famiglia, l'istituzione familiare, non è che una prigione, spirituale e fisica. Amor fraterno... che cosa significa? Pazzia e mania suicida. "La nostra casa" non è che un miserrimo insieme di stanze, strette e brutte, dove un uomo, delle donne e uno stuolo di bimbetti si agitano, fanno rumore, si sgridano e si picchiano reciprocamente. Umidità, oscurità, odori di tutti i generi. Una stalla di conigli, dove ogni emozione viene enfiata fino allo spasimo e un nonnulla fa presto a mutarsi in tragedia. Fratelli, sorelle, zii e zie... nient'altro che una frotta di esseri perversi, sadistici.
"Siamo a metà fratelli. E allora? Non significa nulla. Se tu potessi, mi vedresti volentieri rotolare nel fango e implorarti aiuto solo per dimostrarmi quanto sei magnanimo, quanto tieni a me, tendendomi una mano e facendomi vedere le mammelle scoperte di tua moglie."
Madri e padri, fratelli e sorelle. Ma anche mariti, spose, amanti. Povertà, infelicità. Tentazioni e penosi rimorsi. All'ultimo si rimane da soli, senza un tetto sulla testa, senza una speranza e senza un affetto. "Fratello? Ma che vuol dire? Un salame, questo Alois" pensò. Figli di più madri e vittime dell'unico e solo padre. "Di ariano in lui non c'è mai stato tanto..." concluse.
Alla vigilia della partenza ebbe voglia di fare qualcosa di estremo, di inaudito. Per tale scopo, pagò una prostituta. Ma fu praticamente per nulla: lei aveva insistito che usasse il preservativo e lui con una roba del genere non poteva amicarsi. Aveva inoltre dentro la testa le immagini della madre, Klara, e quella del padre, Alois Hitler, che la picchiava; e, dopo aver picchiato lei, picchiava anche Adolf/Wolf, nonché Alois junior e tutti gli altri figli avuti con le varie mogli. E rivisse i funerali di mamma Klara, stroncata da un cancro al seno, e fu riconquistato dal dolore, un dolore straziante e mai sopito.
Si fermò per un paio di giorni a Londra. Gli piacevano i piccioni di Trafalgar Square. Vagolò nel traffico che opprimeva Piccadilly. Nell'atmosfera dei più orridi scorci vittoriani, si sentì quasi come a casa propria. Però, che prezzi!... E dappertutto regnava un caos indescrivibile. Il popolino rischiava di affogare negli escrementi e l'unica consolazione sembrava essere l'alcool. Ma anche i ceti agiati mostravano una spiccata tendenza alla deboscia e all'anarchia. Non poche volte gli sembrò di cogliere improperi rivolti a Sua Maestà. Dunque, tutta una favola quel che si diceva sull'amore degli insulani per il loro sovrano? È degli anglosassoni l'espressione "The King can do no wrong". Evidentemente George V li rendeva tutt'altro che contenti...
Per strada, anche in pieno giorno, non vedeva che Lizzies. Sorseggiavano il tannino e berciavano bercia'. Ma cos'altro c'era da aspettarsi? Proprio in Inghilterra il movimento femminista andava a gonfie vele. Sylvia Pankhurst e le sue compagne avevano fatto un lavoro eccellente: iniziando meno di un decennio prima, erano riuscite a traforare la solida barriera del conservatorismo.
Un approccio con una passeggiatrice di Pimlico lo lasciò frustrato, debilitato. Fu oltremodo lieto quando il vapore lo portò lontano dalle bianche scogliere di Dover.
La "vescica francese", com'era chiamato il profilattico, era in voga anche in Germania, già dal principio del secolo. Il ritorno nella patria adottiva non gli risollevò il morale: tutt’altro... Dovunque lui andasse, da settentrione al meridione, dalla Sassonia alla Svevia, Dalla Renania alla Baviera, si imbatteva sempre più spesso nei segni del tempo nuovo. La condizione psichica generale si poteva riassumere con un unico vocabolo: isteria. La vita dura condotta dagli appartenenti al Quarto Stato, così come la falsa morale ereditata dai nuovi-vecchi strati altolocati (per i quali la religiosità non era una scelta convinta, bensì la forma esteriore di un obbligo intrinseco al loro habitat sociale), facevano a pugni con le correnti innovatrici dell'epoca.
Spazzare via tutto...
Le sopracciglia gli scendevano fino al mento quando si imbatteva in barbe lunghe, lunghi cappottoni di astrakan, dialoghi in yiddish. La simbiosi apparentemente perfetta di cultura europea e cultura ebraica (anche quella ancora strettamente legata al 'Chassid') aveva portato un numero sempre maggiore di Juden a occupare posizioni-chiave nella società e nelle istituzioni. Ma l'antisemitismo non smetteva di serpeggiare e tendeva anzi a non restare un fenomeno latente: ci furono parecchi casi di emarginazione ed esclusioni. Un esempio: studenti del ginnasio dovevano sentirsi rimproverare, dai compagni e dai professori, di non essere ariani e dunque di non potere afferrare, nella loro profondità, l'essenza e l'arte dei tedeschi. Nella Reichsglocke, giornale dell'era bismarckiana, si potevano leggere non poche frecciatine rivolte a chi faceva parte della stirpe giudaica.
Logicamente non soltanto in Germania l'ebreo veniva deriso, maltrattato, preso a calci. In Russia, molti negozi esponevano sulla porta questa scritta "cristiana":


'Ingresso vietato a cani, polacchi ed ebrei'.


Dove il sostantivo "cani" non occupava il primo posto solo per caso.
Gli ebrei furono costretti al nomadismo, non erano certo nomadi per piacere o vocazione! Quelli stanziatisi nell’Europa centro-orientale sono chiamati ashkenaziti e l’yiddish è la loro lingua.
Yiddish e tedesco si assomigliano non soltanto nel suono: hanno anche parecchie voci in comune. "Schneider", sarto, è una di esse. Eppure molti altri ebrei europei, nel loro vagare alla ricerca di una qualche meta, scelsero di non fermarsi in Germania: anziché integrarsi in qualche comunità ashkenazita in terra tedesca, preferirono proseguire verso la Francia, verso l'Inghilterra, o attraversarono l'Oceano, optando per il continente americano. Tra tutti i medioevi, quello germanico, blindato, dovette loro prospettarsi come il più spaventoso.
Malgrado ogni forma di boicottaggio nei loro confronti, in Germania non furono pochi i "Figli di Abramo" che poterono brillare: non soltanto nel sistema bancario e nel gioco degli scacchi, ma anche come scienziati di spessore internazionale, celebrità della musica, abili uomini politici... Incoerentemente, i più rigidi critici li incolparono di essere all'origine dello smarrimento dei valori in seno alla società tedesca.
Aggirandosi per le vie di Sodoma e Gomorra, Adolf Hitler stringeva gli occhi, come abbarbagliato. Le gonne diventavano più corte, femmine anche giovanissime usavano profumo e cipria... A tutto spiano, lui imprecava contro le mode correnti. E nottetempo, durante le ore di un'insonnia già cronica, fantasticava di scivolare oltre il pendio della perdizione; di cadere tra le grinfie di casalinghe affamate e sadiche. L'inspengibile fuoco della sua giovane età (ondate passionali che presto non avrebbe più conosciute) si consumava probabilmente sotto il manto di Onan. L'implacabile moralista sognava in segreto di essere tra gli invitati di un novello conte Veith...
A Vienna, dal 1904 al 1908, il nobile Marcel Veith aveva dato in affitto la propria figlia; nel salone della propria magione. La ragazza, nota come "contessina Mizzi", aveva quattordici anni quando fu "imprestata" per la prima volta. Gli uomini, dopo aver brevemente conferito con il conte, venivano condotti uno a uno al sofà dove Mizzi se ne stava semistraiata e lasciati soli con lei. Il presupposto dell’accordo era che potevano farle di tutto meno che depredarla della verginità. La contessina, trasfiguratasi celermente da ingenua servetta in serva smaliziata, sapeva d’altronde difendersi benissimo. Nessuno dei clienti se ne andava deluso. Anzi: molti tornarono ancora e ancora.




Nei quasi cinque anni in cui il conte Veith condusse siffatta impresa, la cassa familiare registrò cospicue entrate. Visitatori a non finire. Presumibilmente a quegli uomini era sempre mancato lo sfogo del proibito, era mancata la chance di esercitare variazioni fantasiose (tabù delle muliebri compagne). Ora potevano appagarsi delle gioie di cui avevano soltanto sentito dire o letto, andare al di là dell'atto comune, situare la loro mascolinità, la loro potenza, in una dimensione nuova, scaricandosi (cos'altro è l'eccitazione libidinosa se non un ristagno di energia elettrica?) su una creatura che, per gli anni che contava, poteva essere la loro figlioletta o persino la nipotina. La maggior parte di loro avrebbe volentieri coronato quella mezz'oretta presso la contessina Mizzi rubandole il frutto più prezioso, imbrattandola così, ferendola al centro della sua acerba sensibilità. Quale goduria sarebbe stata! Ma vollero rispettare i patti. Erano uomini d'onore, infine. E Mizzi stessa, che era accondiscendente in tutto, riguardo a quella sua speciale virtù mostrava un'inappuntabilità in vero meravigliosa per una puttanella di quell’età.
A sverginarla riuscì, nel 1906, un tassista del quale si era innamorata. Ma sia lei che il genitore tennero nascosto l'accaduto e persistettero a offrire agli altri clienti le prestazioni routinarie; niente di più o di meno.




Quando scoppiò lo scandalo, Hitler/Wolf era un ragazzo e non sognava neppure di potersi un giorno forgiare del titolo di "Dottore". Il caso del conte Veith e di sua figlia Mizzi fu una vera e propria bomba, le cui ripercussioni durarono per decenni: una faccenda a dir poco trivia che fece tremare Vienna tutta per il raccapriccio e le risate. Venne alla luce l'agenda della fanciulla, che conteneva i nominativi e i recapiti di politici, principi, grandi proprietari terrieri e altre personalità, con le date delle loro visite, le prestazioni e le tariffe. Cittadini al di sopra di ogni sospetto sfogliavano ogni mattina il giornale pieni di apprensione: subodoravano di vedervi stampato il proprio nome... I lettori comuni, apprendendo di volta in volta le novità su quella storia indecente, si battevano la fronte, alcuni comunque (le "rispettabili personalità") rodendosi dall'invidia. La lista degli invischiati ricchi e famosi si allungava ogni giorno di più...
La contessina Mizzi divenne un personaggio proverbiale. Purtroppo per lei, la fama non le fu di alcun vantaggio: non reggendo alla vergogna, la "mezza vergine" mise fine alla propria vita gettandosi nel Danubio.



mercoledì, maggio 23, 2018

Invito a conoscere meglio la cucina tedesca

La cucina tedesca è strepitosa! E poi è ricca di sfumature. Si va dalla Bürgerküche ("bieder" e meno "bieder") alle più varie specialità mitteleuropee dove sono stati inglobati anche elementi yiddish


Quando io arrivai in Germania e facevo il lavapiatti (ma con il sogno di sfondare come scrittore), andavo in giro da solo, dopo essermi scrollato di dosso gli ignorantissimi connazionali e, armato unicamente dell'inglese e del mio Hochdeutsch imparato da autodidatta, scoprii il mondo culinario locale. 


Frequentavo di tutto: dalla bettola bavarese al... Vier Jahreszeiten! (E successivamente, grazie a questa passione per la gastronomia, lavorai per anni come cuoco! Proprio io, che all'inizio non sapevo neppure come si lava l'insalata... Vedi il mio romanzo I Canachi.) 



Ovviamente se si vuole conoscere un paese, l'aspetto culinario offre l'approccio migliore. Ma io vi consiglio il pacchetto completo: letteratura, politica, sociologia, costume, cucina! Dopodiché, si apprezzeranno maggiormente anche i singoli piatti; e la differenza tra uno stinco del meridione tedesco e certi Klößchen prussiani - sorta di polpettine (o anche solo un Matjesfilet - filetto d'aringa) - assumerà valenza... storica!



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Visita su FB il gruppo Le ricette di Peter Parisius!

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sabato, maggio 12, 2018

Il romanzo sull'emigrazione italiana. "Fuga di cervelli"? Beh, non proprio...

Siamo in Germania, poco dopo la Caduta del Muro. Marco è un giovane intellettuale che si vede impegolato nel variegato cosmo delle pizzerie e degli autoproclamati "chefs"...

Da leggere e passare ad altri sottobanco! 



Neo-romanticismo da Terzo Millennio: il racconto di ciò che significa, in realtà, "emigrare", essere "emigranti".

I Canachi. Storia d'amore e satira sociale a un tempo. Poesia della disperazione. Il cantico (macchiato di sugo) degli italiani all'estero.

                              Su Amazon. (Anche in formato eBook per Kindle)


Estratto:

(...) Tornando al Dolomiti il giorno seguente, vi trovò Roland che correva avanti e indietro con il vassoio stracarico e la camicia mezzo fuori dalle brache. Il gestore della minigelateria aveva un'aria aduggiata; stentava a star dietro a tutte le richieste.
Nell’infilarsi precipitosamente dentro il tabernacolo in cui torreggiava l’impastatrice del gelato, avvisò Marco: «Devi pazientare un po’. Oggi la gente è arrivata tutta in una volta.... Si saranno passati la voce. Un casino!».
«Ho tempo», lo tranquillizzò lui. Si avvicinò a Nicole, cogliendola china su un quaderno, e le chiese: «Fai i compiti?».
«N... no-o.»
«Perché non mi mostri quello che stavi scrivendo?».
«Non voglio.»
Si sporse al di sopra delle braccia incrociate di lei e riuscì a scorgere un disegnino: un cuore in mezzo a un ricamo di lettere nitide e tonde.
La puella si fece rossa rossa. Scancellò un nome, sbertucciò il foglio.
«Ma è normalissimo. Perché ne fai un segreto? Un tuo compagno di scuola?».
«Mmmm.»
«Va bene, non insisto. Posso sedermi? Qui, vicino a te? Se disturbo», aggiunse, «aspetterò che si liberi un altro posto.»
Nicole gli sorrise da sotto in su e gli indicò la sedia che aveva tenuto occupata apposta per lui.
Poco discosto, Geppo cercava simultaneamente di leggere un quotidiano e di fare la guerra a un babà. «Senti questa!», esclamò. «“Pappagallo fuggito da gabbia aggredisce e uccide a colpi di becco scimmia del vicino.“»
«È il Bild Zeitung, quello?».
Geppo sollevò il faccione. Sbuffi di panna montata gli ornavano la barba. «Sì. Perché?».
«Oh, chiedevo così...».


XII

je travaille     Eg vanna     mä karta hü     lavoro
tu travailles     dù vannst     tu karta hä     lavori
il travaille     hann vannt     wah karta hä     lavora
nous travaillons     vid vannum     ham karte hä     lavoriamo
vous travaillez     did vannid     tum karte ho     lavorate
ils travaillent     deir vannun     we karte hä     lavorano

Si mise a piovere, nonostante il caldo torrido. Ed eccoci proiettati nel mese di Ottembre.
Per una volta tanto, Geppo & Giovanni concordavano: «Meglio, molto meglio che piova. Così i traumfurtiani non migrano verso i laghi. Saranno costretti a rimanere in paese. E se rimangono dovranno pur mangiare: corpo satollo anima consolata».
«La contentezza viene dalle budella.»
«...E se mangiano dove vanno, se non al Capri?».
Era la grande data: 'Neueröffnung - Riapertura ufficiale'. Marco preparava le pietanze con cui avrebbe sfamato il mondo. Già gli antipasti sembravano da soli cose di un altro mondo; a Traumfurt, almeno, non si era mai visto nulla del genere.
Geppo aveva il compito di consigliare ai clienti mousse di fegato d’oca su cuori di carciofino, crauti in aceto di sherry e cocktail di gamberetti guarnito con strisce di tartufo.
Dopo aver conferito con Giovanni (che avrebbe voluto puntare su piatti “di battaglia“, più conosciuti e di meno difficile esecuzione), il nuovo cuoco del Capri diminuì la varietà della tradizionale pastasciutta per acclimatare il novum delle seguenti portate:
    -cosciotti di lepre alla Borgognona con contorno di purè di castagne o (a scelta) di peperoncini ripieni piccanti;
    -frittata con fegatini di pollo al madeira;
  -filetto Michelangelo, farcito di funghi porcini o acciughe, e gratinato all’emmenthal.
Quali “interludi“, insalata di riso e formaggio azzurro. Ilpesce fresco purtroppo non abbonda: consigliasi una minirazione di sogliole diliscate in veste rossa. Dessert: tortine di miglio con un pizzico di sale di mare e ‘pudding à la fuck you’ (budino alla boia d’un cane).
Ogni cosa è pronta. Si spalanchino le porte, ordunque!
Arrivarono dapprima isolati, a coppie, a gruppi di quattro o cinque; poi a dozzine, infine a centinaia. Marco e Giovanni dovettero fare le capriole, avvicendandosi ai fornelli e al forno. Corsero e saltarono come atleti alle Olimpiadi; intanto, alle loro orecchie provenivano le grida di Geppo, Babsy e Doris, disgraziato trio in una sala brulicante di bocche voraci. La battaglia durò fino mezzanotte, allorché i due soci, stremati quanto il resto della truppa, sedettero al tavolo del personale per conteggiare, ma per qualche ragione venivano distratti, si distraevano; si ingarbugliavano con i numeri e tuttavia sogghignavano, visibilmente appagati. Geppo giocò con il pennino brandendolo all'incontrario e le sue guance furono presto solcate da linee che si intersecavano come in un cruciverba.
L’introito era stato di gran lunga superiore alle attese. I complimenti si erano sciupati e nemmeno le mance ai cuochi mancavano, sebbene Marco fosse avverso a tale forma di gratificazione. 
«Un solo reclamo», informò Geppo.
Giovanni saltò su tutte le furie: «Come? Chi?».
«Una cosuccia. Un nonnulla. Scordiamocelo.»
«Eh no, caro. Ora devi dircelo.»
Geppo maltrattò, imbarazzato, il cravattone  a farfalla che sventagliava in cima alla sua livrea da maggiordomo. «Il Dottor coso... Androlli... ha voluto degnarci della sua presenza. Quella zuppa di pesce che avete mandato fuori era per lui.»
«Non gli è piaciuta?», chiese Marco.
«Beh, conosci Androlli...».
«Racconta», lo esortò Giovanni.
Geppo si grattò la pelata. «Non bisogna prenderlo sul serio, Dio puzz... Ha detto che gli è sembrata una “zuppetta di casa“.»
«Come ha detto?».
«Proprio così, Dio puzz...: una “zuppetta di casa“.»
«Il bouillabaisse? Una zuppetta? Sono desolato», disse Marco.
Faceva di tutto per esternare il suo rincrescimento, ma in realtà non dava peso alla faccenda.
Giovanni invece non riusciva a quietarsi. «Abbiamo presentato una lista delle vivande lunga come l’avemmaria e questo... signore... richiede qualcosa di totalmente diverso. Non sa che il pesce ci arriva congelato, qui? Dovevamo andarglielo a pescare?».
«Eh», articolò Geppo, «sarà invidia, la sua. Avrà visto la folla che c’era da noi e si sarà incazzato.»
«Bello stronzo», commentò Giovanni.
«Proprio così», tagliò corto Geppo, tornando a rivolgere la sua attenzione ai bigliettoni che si ammucchiavano sulla tovaglia piena di sbrodolature. Al di là del bar, seminascoste da torri di cristallo (i bicchieri da lavare), Doris e Babsy bisticciavano.
«Desolato», ripeté Marco.


  Peter Patti - I Canachi. (Independent Publishing) 
                                   Copertina flessibile, 248 pagg., 10,20 €

Articolo acquistabile con il Bonus Cultura e con il Bonus Carta del Docente.



lunedì, gennaio 22, 2018

Come si lavora nella multinazionale di domani



Transits. Romanzo

https://www.amazon.it/Transits







In un mondo in cui la disoccupazione è la regola, il giovane Pat Ferroni viene assunto dalla Kosmos Enterprise. Una grande fortuna, si direbbe: eccolo infatti nel suo nuovo appartamento, in un quartiere ordinato e pulito eretto apposta per impiegati come lui; e poi eccolo nell'ufficio comodo e arieggiato con tanto di segretaria-meretrice personale. Dentro quell'ufficio, Pat... non fa nulla.

Eh già, perché la multinazionale sembra essersi dimenticata di comunicargli il motivo della sua assunzione e i compiti che gli spettano.






Molti giovani con esperienza di precariato non avranno difficoltà a riconoscersi nel protagonista, per via delle sue (dis)avventure nella maxiazienda la cui natura continua a sfuggirgli. Chi è il vero capo? Qual è la funzione dei vari livelli e quale significato hanno le altisonanti cariche?



Featuring: Aleph. L'elettrocervello che tutto sa e tutto vede.


 200 pagg, 7 euro