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giovedì, febbraio 16, 2023

Raquel Welch, in morte

 Wow. È morta Raquel Welch.



Su Twitter, l'account dei Golden Globe Awards ha postato:


>> Remembering Golden Globe Winner and Actress Raquel Welch. Rest in peace ❤️ <<


E l'attrice Reese Witherspoon:


>> So sad to hear about Raquel Welch's passing. I loved working with her on Legally Blonde. She was elegant , professional and glamorous beyond belief. Simply stunning. May all her angels carry her home. 🕊️ Sending love to her family and her many fans ❤️ <<


Questo sketch dei Monty Python fa capire quanto fosse popolare l'attrice soprattutto da giovane. Il "piccolino" dice all'intervistatore, a proposito dei propri desideri:  "I want to have Raquel Welch dropped on top of me." E l'altro rincara la dose facendo un'osservazione sul sedere della bella Raquel...


[Raquel Welch and Ringo Starr during filming of "The Magic Christian" 1969] 

Con la morte di Raquel Welch si chiude davvero un'epoca.
L'attrice e modella di Chicago aveva 82 anni. 
A cominciare dagli Anni 60 fu un sex symbol internazionale. L'immagine di lei semisvestita arrivò ovunque, anche nei calendari "osè" dei negozi di barbiere delle più remote province italiane. Io ricordo ancora quei calendari, che sembravano prendere fuoco nelle mie mani di bambino (innocente?). Raquel era una tentazione diabolica persino per un pischilletto di sette-otto anni come lo ero io quando per la prima volta ammirai le forme prorompenti dell'attrice statunitense.

Era bellissima e fu il sogno di tanti maschi di tutte le età. R.I.P.



Raquel Welch. Vero nome: Jo Raquel Tejada.
Chicago, 5 settembre 1940 – Los Angeles, 15 febbraio 2023.


















domenica, gennaio 27, 2019

J.D. Salinger

Il giovane Holden è un romanzo che ha perso molto del suo fascino da quando è diventato una lettura semi-obbligatoria nelle scuole. Un po' come il film (e relativo romanzo) Arancia meccanica; e un po' come On the Road. Mitici - infatti - possono essere solo quei prodotti che scopro io insieme a pochi amici e/o anime gemelle sparse per il mondo, non quelli che mi vengono propinati dal mercato di massa, dal sistema educativo e che magari ritrovo nell'abitazione del mio banalissimo vicino di casa! 


Lessi Il giovane Holden in un'era "non sospetta" e il mio approccio non fu affatto sociologico, né avevo in mente di scriverci sopra un tema o che so io; lo consumai per puro divertissement, per intrattenermi (come facevo e ancora faccio per qualsiasi opera letteraria che mi capita a tiro), e ancora ringrazio Iddio, o Budda, che quel libro non mi fu imposto da nessun insegnante. Risultato: capii di non essere affatto un disadattato, bensì un ribelle - un dolce ribelle, e, forse in primis, uno spirito critico verso la società dei consumi: come Holden, appunto! Il disagio, in realtà, non era dentro di me, bensì nel mondo circostante. Il sospetto lo avevo sempre avuto, ma fu quel pazzo d'uno scrittore americano, quel Salinger, a darmene conferma.

      


La lettura risultò fondamentale per me.
In pratica Salinger si specializzò in storie che hanno come protagonisti adolescenti. Franny e Zooey, Seymour, Alzate l'architrave, carpentieri e Nove racconti sono gli altri suoi libri. Li ho letti tutti; in originale. Ma ovviamente Il giovane Holden è il suo migliore. Bello, tenero e veritiero il rapporto del protagonista con la sorellina Phoebe... ma non è l'unico aspetto rilevante. Sì, un libro stupendo; e molto importante.
Partendo da qui, un lettore di oggi (io divorai il romanzo in questione quando avevo l'età di Holden, e da allora ho riletto più volte) può forse passare alla Beat Generation, che dà ai lettori uno spaccato dell'America "altra" (che non è però "l'altra America", né necessariamente l'America "alternativa").

Non so comunque quanto Il giovane Holden possa incidere sulla vita dei ragazzi di oggi, dato che, soprattutto dagli Anni Novanta in poi, ci sono state un sacco di "imitazioni" (iniziando con Jack Frusciante è uscito dal gruppo, il fortunato esordio di Enrico Brizzi, saggio alchimista che ha mescolato Holden con Arancia meccanica di A. Burgess), ma d'altronde bisogna interrogarsi sul livello di percezione degli odierni adolescenti anche per quanto riguarda la conoscenza di altre opere-spartiacqua del periodo a cavallo tra Dopoguerra ed Estate dei Fiori / Summer of Love: penso soprattutto a Plexus di H. Miller e - per la Beat Generation - On the Road di J. Kerouac e la raccolta di poesie di A. Ginsberg Juke-box all'idrogeno.

The Catcher in the Rye: questo il titolo in originale del romanzo di J.D. Salinger, molto più bello e incisivo certamente de Il giovane Holden, ma praticamente intraducibile per gli italiani. D'altro canto, la fortuna del libro, da noi in Italia, si deve proprio alla traduzione: Adriana Motti fece un lavoro geniale, un po' inventando lo slang dal nulla, un po' rendendo il linguaggio della gioventù di allora ("e compagnia bella", "eccetera eccetera", "Cristo santo!", "e via discorrendo", "una cosa da lasciarti secco"...). Alla Motti, generazioni di italiani non smetteranno mai di essere grati: è grazie all'acume creativo di questa traduttrice che loro si sono divertiti - e si divertono - a ripetere le espressioni del ragazzo ebreo-americano, un po' illudendosi di vivere a Manhattan, anziché a... Regalbuto o Cantù-Cermenate.

***

Nel cinema? Mai! - Hanno voluto provarci in tanti a fare il film del Giovane Holden, da Billy Wilder a Steven Spielberg; ma nessuno in sessant’anni ci è mai riuscito. Il vecchio Salinger non ha mai voluto vendere al cinema i diritti del suo capolavoro, perché secondo lui era unactable: "Non può essere legittimamente separato dalla tecnica della prima persona che gli è propria", scriveva in una lettera del 19 luglio 1957 al produttore cinematografico Herbert.

Del resto lo scrittore si era già scottato le dita con Hollywood: nel 1949, il suo racconto "Uncle Wiggly in Connecticut" fu trasposto in una soap opera, e da quel momento Salinger, deluso dal risultato, decise di non volerne più sapere della "Mecca del cinema" e dintorni.


domenica, giugno 01, 2008

Addio a Sydney Pollack

A poco più di due mesi dalla scomparsa del suo socio Anthony Minghella, se ne è andato il cineasta “icona” della New Hollywood, forse l’ultimo dei grandi registi capaci di coniugare con sapienza e sottile leggerezza l’impegno politico e sociale con le dinamiche strutturali dello spettacolo hollywoodiano, formatosi nelle serie Tv degli anni ’60.


Nella filmografia di Sydney Pollack è difficile trovare pellicole non importanti, ma film come Non si uccidono così anche i cavalli? (1969), Corvo Rosso non avrai il mio scalpo (1972), Come eravamo (1973), Yakuza (1975), I Tre giorni del Condor (1975), Tootsie (1982), La Mia Africa (1985), Havana (1990), Destini incrociati (1999), The Interpreter (2005), sono dei magnifici modelli di un cinema fatto di cuore e di testa, di spettacolo e di sentimenti, di forza morale e sensibilità artistica.

Ad ucciderlo è stato un cancro contro cui aveva a lungo combattuto. Aveva 73 anni.



Nato il 1 luglio 1934 a Lafayette, nell'Indiana, Sydney Pollack oltre al lavoro di regista è stato  attore e produttore tra i più inventivi. Così come alcuni altri colleghi appartenenti alla Nuova Hollywood (Barry Levinson, Mike Nichols...), Pollack non ha mai rinunciato alle ambizioni artistiche, dirigendo interpreti del rango di Robert Redford, Natalie Wood, Jane Fonda, Faye Dunaway, Barbra Streisand, Tom Cruise, Harrison Ford, Nicole Kidman... e ottenendo successi di critica e soprattutto di pubblico.


Insieme a Redford fu co-fondatore del Sundance Institute, autentica istituzione del cinema americano svincolato dalle Majors, e collaborò con la Film Foundation di Martin Scorsese che si dedica alla preservazione dei capolavori del passato.


Era sposato con Claire Grisworld. La coppia ha avuto tre figli, tra i quali Steven, il primogenito, morto tragicamente nel '93 in un incidente aereo in California.

sabato, maggio 24, 2008

Steve Spielberg: "Si è creativi per infelicità"

In un'intervista con il Süddeutsche Zeitung Magazin il famoso regista americano rivela i retroscena del suo successo.  I suoi genitori divorziarono quando lui era ancora piccolo, a scuola veniva preso in giro dai compagni perché gracile, non bello e dotato di una strana voce. Allora -  verso i 13 anni - prese ad usare la videocamera del padre; parenti e vicini di casa costituirono il suo primo pubblico, un pubblico pieno di gratitudine che gli diede la sensazione di avere uno scopo nella vita.



"Con Indiana Jones IV ho riscoperto il mio amore per il pubblico. Cercherò di spiegarmi meglio: negli ultimi quindici anni ho fatto solo film seri, da Schindler's List al Soldato James Ryan, per tacere di quelli che si occupano della situazione attuale dell'umanità o del probabile imminente futuro, cioè Terminal, Minority Report, La guerra dei mondi... Tutte opere per me importanti sia come regista sia come uomo. Volevo sapere qualcosa di più sul mondo e su me stesso. Ma questa mia ricerca in qualche modo non ha  implicato necessariamente il coinvolgimento di tutti gli spettatori. Ora però, con Indiana Jones..."


"... e grazie a un budget di 185 milioni di dollari..." puntualizza l'intervistatore. "Ma mi dica: fare film è forse un metodo per riscoprire il bambino che si nasconde in ognuno di noi?"


"Era quello che avevo sempre creduto... almeno fino al 1985, quando venne al mondo il mio primo figlio. Da allora so che il bambimbo in me viene mantenuto vivo dai miei propri bimbi. Suona banale ma è così. E' a loro che racconto le varie storie prima di darle in pasto al grosso pubblico. A loro volta, i miei figli mi raccontano le loro scoperte. Ne ho nove, sa, e la più piccola mi ha ultimamente avvicinato ai Manga, i fumetti giapponesi. All'inizio non li capivo molto... sono come un nuovo linguaggio, e bisogna essere piccoli per poter meglio imparare nuovi linguaggi... ma hanno finito per entusiasmarmi."


"In quale dei personaggi dei suoi film si riconosce maggiormente?"


"Ora dovrei dire: in Indiana Jones. Ma non è così. Il personaggio certamente più autobiografico è Elliott, il bambino di E.T. In lui si rispecchia la mia infanzia infelice."


giovedì, agosto 16, 2007

Trent'anni fa moriva Groucho Marx

 Julius Henry Marks


"Naturalmente nella vita ci sono un sacco di cose ben più importanti del denaro. Ma costano un sacco di soldi!" Non è una battuta di Woody Allen, ma di Groucho, uno dei quattro Fratelli Marx, i comici surreal-demenziali che, tra i tanti meriti, ebbero quello di essere tra i primi a saper cavalcare il cinema sonoro. Julius Henry Marks (questo il suo vero nome) nacque il 2 ottobre del 1890 in quella che diventerà ben presto la famiglia più famosa - nonché più numerosa - della storia del cinema. Il clan dei Marks, in arte Marx, era composto, oltre che da lui, da Leonard detto Chico (1887-1961), Arthur detto Harpo (1893-1964), Milton detto Gummo (1894-1977) e Herbert detto Zeppo (1901-1979). 



Minnie Schönberg, la loro efficiente madre oriunda tedesca, li fece esibire tutti insieme negli anni Dieci, ma rimasero in quattro negli anni Venti dopo il ritiro di Gummo. Il quartetto comico subito impose a Broadway la sua comicità anarcoide, specie in commedie musicali come The Cocoanuts (Il ladro di gioielli; 1925) e Animal Crackers (1928), che diventarono altrettanti film rispettivamente nel 1929 e nel 1930. Harpo si munì di un'arpa, Chico di un piano, Groucho di una chitarra e Zeppo di un sassofono, e i Marx Brothers fecero del 'nonsense' e della rivolta contro tutto e tutti il loro stile scatenato e fracassone. Esempi: Monkey Business (Quattro folli in alto mare; 1931), Horse Feathers (I Fratelli Marx al college; 1932) e Duck Soup (1933), efficace satira contro il potere che la nostra RAI trasmise negli anni Settanta con il titolo La guerra lampo dei Fratelli Marx.



Dopo il forfait di Zeppo, i fratelli caratterizzarono ancor più i loro ruoli: Harpo, muto, si dava solo a melodie ma sempre con le enormi tasche piene di sorprese, Groucho era invece l'affabulatore e il dissacratore per eccellenza e Chico (che in originale parla con un accento italianeggiante) il mediatore delle situazioni surreali generate dai tre. Arrivarono poi altri film pieni di fulminanti gag come Una notte all'Opera (1935), Un giorno alle corse (1937) e I cowboys del deserto (1940). Ma, dopo l'inaspettato fallimento de Il bazar delle follie (1941), i Marx decidono di dividersi. Chico e Harpo si esibiranno, spesso in coppia, in diversi spettacoli teatrali e nei night club, mentre Groucho si darà da fare con qualche partecipazione radiofonica. Ingombranti baffi dipinti, occhialetti da intellettuali e sigaro di ordinanza (una maschera che Woody Allen amava, tanto da riprenderla in Prendi i soldi e scappa e in Tutti dicono 'I love you'), Groucho fu in realtà il vero leader dei Fratelli Marx. I calembours, i giochi di parole, le barzellette triviali e non raramente scurrili erano quasi tutti farina del suo sacco. "Questi sono i miei fermi principi, se non vi piacciono... beh, ne ho altri!"



Autore teatrale in proprio, prese parte dopo la scissione del gruppo a diversi film, tra cui La bionda esplosiva (1957) di Frank Tashlin, e si riciclò divenendo presentatore del riuscitissimo quiz televisivo You Bet Your Life, nel quale riversò sugli ospiti di turno le sue battute velenose. You Bet Your Life è ancora oggi un 'cult'. Il suo grande amore per la musica (i Marx Brothers cominciarono come musicisti prima di darsi al vaudeville) lo rese anche estemporaneo cantante: celebre la sua versione della canzone "Lydia the Tattooed Lady". Anche se soleva scherzare sul suo rapporto con la musica: "Io suono al conservatorio. Sì, ma non mi aprono mai".


Nel 1974 ricevette un premio Oscar alla carriera.


Morì a Los Angeles il 19 Agosto 1977. "Per favore accettate le mie dimissioni: non voglio far parte di un club che persiste a volermi accettare come membro."



Sulla sua tomba si legge questo epitaffio: "Scusate se non mi alzo".

domenica, agosto 05, 2007

Marilina - dietro il mito



 Esattamente 45 anni fa moriva, nella sua villa di in California, la star più famosa e più pagata del mondo: Norma Jeane Baker, in arte Marilyn Monroe ma per tutti semplicemente Marilyn. La versione ufficiale parlò di "suicidio", ma sulle vere cause del decesso dell'appena trentaseienne diva persistevano - e persistono tutt'oggi - seri dubbi.

Al termine dell'ultima intervista rilasciata il giorno prima della scomparsa, lei dichiarò candidamente al giornalista Richard Maryman: "But please, don't make me look like a joke..." ("Però la prego, non mi faccia sembrare ridicola").

Questa era Marilyn: dolce, sensuale e fragile. E altamente insicura. Il matrimonio con Arthur Miller (il celebre drammaturgo in odore di comunismo) fu un tentativo per dimostrare di non essere poi quella "scioccherella" che tutti consideravano.

 Il regista inglese Nicolas Roeg riuscì a sviluppare tale aspetto della personalità di Marilyn nel suo film-capolavoro La signora in bianco (Insignificance), del 1985. Nel corso della storia, la star (magnificamente interpretata da Therese Russell, moglie dello stesso regista) incontra Albert Einstein a New York City. E' il 1954 e lei si è appena fatta fotografare con il vestito bianco che le scopre le cosce mentre sta a gambe larghe su un condotto d'aereazione. Entrambi, l'attrice e lo scienziato, si ritrovano nella stessa camera d'albergo. Sia pure tra le tante interruzioni dovute sia al geloso Joe DiMaggio, eroe del baseball e marito-bambinone di Marilyn, sia ai ficcanasi dell'F.B.I. (nei panni dell'agente più odioso si è calato Tony Curtis), lei riesce a spiegare ad Einstein, con l'aiuto di un palloncino e di due lampadine tascabili, la Teoria della Relatività.


 Ma al grande pubblico piaceva come sexbomb senza cervello. E i gusti maschili sono in fondo rimasti immutati fino ad oggi. In effetti è così: quando uno di questi "begli oggetti" si mette a esprimere il proprio mondo interiore, le proprie opinioni, spesso finisce per  svilire il maschio, i maschi in generale. Tu scopri che queste bellone hanno idee, opinioni, e ti ritrovi castrato; e, in un eventuale prossimo incontro con una di loro, ti ritrovi bloccato da mille sensi di colpa. (Il complesso di Abelardo!) Da qui l'attrazione sempreverde per la bionda formosa e "stupida". Un ideale che nessuno, meglio di M.M., si ritrovò a incarnare - spesso suo malgrado, come abbiamo visto.


 Norma Jeane/Marilyn Monroe era nata a Los Angeles il 1 giugno 1926. Dopo l'infanzia durissima si ritrova a fare la pin-up girl. Posa per calendari erotici che vengono esposti in quasi tutti i bar d'America. Il passaggio al cinema "che conta" non avviene in maniera indolore: Marilyn deve saltare da un letto all'altro, subendo tante umiliazioni. E, anche quando sarà famosa, non smetterà di dispensare favori a uomini, quasi fosse questo il suo ruolo primario nel mondo. Nell'autobiografia di Zsa-Zsa Gabor compare una Marilyn Monroe che fa entrare nella sua camera d'albergo quattro tecnici di scena in una sola notte (ma quando va a letto con George Sanders, il grande attore e uno dei mariti della Gabor, non gli fa il "servizio con l'olio d'oliva caldo" tanto famoso negli studi della MGM...).


La stessa Monroe ebbe ad affermare: "A letto gli uomini danno il meglio di sé soprattutto quando sono sposati e tradiscono le loro mogli".


Il 1962 fu un anno ricco di avvenimenti-clou: la crisi di Cuba aveva causato il rischio di un conflitto armato tra gli Stati Uniti d'America e l'U.R.S.S.; in Germania con l'"Affare Spiegel" si scatenarono animate discussioni sulla libertà di stampa; e, sempre in Germania, ad Amburgo, si segnalò l'apertura dello "Star Club", in cui avrebbero esordito i Beatles (i cartelloni pubblicitari affissi sui muri del quartiere St. Pauli recitavano: "I tempi di carestia sono passati! Basta con la musica di paese! Venite tutti alla Rock'n'Twist Parade!"). Fu anche l'anno in cui l'umanità perse, purtroppo, l'icona del sesso Marilyn Monroe.


 Il New York Time, in occasione della morte della grande star, scriveva: "Le dure esperienze della giovinezza l'avevano resa vulnerabile. E' una storia umana e triste, molto triste. Al di là del volgare sfruttamento che, per ragioni commerciali aveva dato di Marilyn un ritratto del tutto falso, vi era un attrice bella, sensibile e piena di spirito. Con la sua morte il mondo perde un po' di bellezza."


Non si smise mai di parlare di lei, nel bene e nel male. Nel 2000 risultò addirittura che il suo petto, così florido e perciò tanto ammirato, era falso. Si scoprì infatti che la leggenda del grande schermo indossava un paio di imbottitire color carne sul seno, esclusivamente e appositamente fatte per lei affinchè il suo fisico risultasse più provocante. La scoperta fu rivelata dapprima dal tabloid inglese The Sun e poi riportata da tutti i media del mondo. Le imbottiture avevano persino i capezzoli modellati sopra, e Marilyn le indossava sotto bolerini ben attillati, in modo che ogni cosa apparisse come se fosse naturale. Solo una cerchia ristretta di amici conosceva il "segreto" della Monroe, questo stratagemma per rendere più sexy e provocante la sua figura. A rendere noto l'inganno fu l'impresario delle pompe funebri che aveva preparato il suo corpo per la sepoltura, sostituendo l'imbottitura con del cotone e tenendo gelosamente nascoste le imbottiture originali fino a quando, 38 anni dopo, decise di metterle all'asta: per 3.450 dollari.


 Tutto nella vita di Marilyn era finzione, confusione. Il senso di irrealtà doveva essere centuplicato dalla dipendenza da psicofarmaci e dai problemi psichici, che la portarono a consultare a più riprese noti e meno noti "dottori dell'anima". Esiste un'immagine in bianco-e-nero che ritrae la star mentre è seduta a guardare l'acqua di un lago, pensosa, stanca, durante una pausa delle riprese di Misfits. C'è tanta umanità, e dunque tanto dolore dietro alla leggenda di Marilyn. Questa stella di Hollywood fu (e rimane) la proiezione moderna di miti sorti dalla fantasia maschile.

Gli uomini americani - come dice una vecchia gag - sono cresciuti nella convinzione che le donne possono essere piegate in tre parti e che abbiano un morsetto all’altezza dell'ombelico. Difatti, la rivista Playboy ha contribuito a una rivoluzione sessuale, come ha sempre dichiarato il suo fondatore Hugh Hefner. In prima linea le playmates, nel celebre “centerfold“ del magazine. Marilyn Monroe fu la playmate dell’anno 1953. Queste ragazze venivano introdotte nelle alte sfere e trattate come giocattoli. Spesso al sesso si  mischiava la politica: negli anni Sessanta le playmates andarono in Vietnam per regalare ai GIs abbonamenti a vita alla rivista. La playmate del novembre 1969, Paige Young, morì nel 1974 in seguito a una overdose di sonniferi. E anche molte altre, prima e dopo di lei, sparirono in circostanze a dir poco oscure.

Marilyn Monroe ebbe una relazione con l'allora Ministro della Giustizia Robert Kennedy e nel 1962, poco prima della sua morte, cantò lascivamente "Happy Birthday, Mr. President!" alla festa di compleanno di John F. Kennedy al Madison Square Garden di N.Y. Era stata introdotta al Presidente e al fratello di questi attraverso Peter Lawford, amico di Marilyn e cognato dei Kennedy.


 Il mistero della sua morte, in quella maledetta notte tra il 4 e il 5 agosto '62, non è ancora stato risolto. Suicidio o Omicidio? Forse non lo sapremo mai. Eppure, nel marzo di quest'anno sia spuntata un'altra ipotesi: apparentemente, Marilyn voleva soltanto fingere il suicidio. Uno scrittore e regista australiano, Philippe Mora, ha ritrovato un documento dell'F.B.I. che confermerebbe questa storia.


Secondo quanto riportato dal Sydney Morning Herald, il regista ha riferito di avere trovato un documento dell’F.B.I. in cui si parla di "suicidio assistito": la donna-mito avrebbe inscenato la morte volontaria per attrarre l'attenzione di Robert (Bob) Kennedy. I suoi "amici" sarebbero dovuto intervenire per salvarla, e invece l'avrebbero lasciata morire, nuda sul letto.

Maggiore implicato della vicenda Peter Lawford, attore e marito della sorella di Bob, Patricia Kennedy. Purtroppo la sceneggiata si concluse tragicamente. La star ingerì un’overdose di barbiturici massiccia per rendere la messa in scena credibile ma nessuno la salvò. Anzi. Nel documento, finora top secret, l’F.B.I. riporta la registrazione di una telefonata avvenuta in quella convulsa notte d’estate tra Lawford e "il bel Bob". Chiede Kennedy impaziente al cognato: "Allora, Marilyn è già morta o no?"

Secondo Philippe Mora, i motivi per volerla morta non erano pochi e tutti risiedono proprio nel fatto che Marilyn aveva osato troppo. L’attrice era diventata troppo pericolosa, e dunque scomoda per i Kennedy: aveva capito che Bob non avrebbe mai lasciato per lei la famiglia, e per vendicarsi aveva minacciato di raccontare tutto.


L’F.B.I. aveva ricevuto questo file nell’ottobre del 1964 contenente un rapporto secondo cui all’attrice erano stati forniti i mezzi per tentare un suicidio. A essere a conoscenza della messa in scena c’erano, oltre a Lawford, anche l'allora psichiatra della star Ralph Greenson, la governante Eunice Murray e il press agent Pat Newcomb. Lawford avrebbe approfittato del fatto che Marilyn aveva già tentato il suicidio per suscitare le simpatie dei suoi fans. Gli bastò allora solo accordarsi con Ralph Greenson che già la curava per problemi emotivi e per toglierle l’assuefazione ai barbiturici.


Nella sua ultima visita il dottore le avrebbe prescritto ben sessanta pastiglie di Seconal, che il rapporto definisce una dose di quantità "inusuale". A quel punto toccò alla governante chiamare lo psichiatra per avvertirlo che l’attrice aveva in effetti ingerito le pillole. Il dottore si presentò sul luogo del disastro solo a morte avvenuta.


Qualunque sia la verità, il mito della splendida star sopravvive nel cuore di tutti noi attraverso le sue foto, e i suoi film.

Ciao Norma Jeane.



"Hollywood's a place where they'll pay you a thousand dollars for a kiss, and fifty cents for your soul."

("Hollywood è quel posto dove ti pagano migliaia di dollari per un bacio, e cinquanta centesimi per l'anima.")


                               Marilyn Monroe