Alcuni anni fa, passeggiando per la zona pedonale di Monaco di Baviera, mi imbattei in un cantante Höömij. (Höömij = particolare tecnica di canto ipertonico.)
Si trattava forse di colui che in seguito sarebbe divenuto famoso con il nome di Hosoo?
Non lo so; è probabile, ma non posso esserne certo, sebbene ci fosse
una certa somiglianza fisica.
Accompagnato dal suonatore di uno
strumento simile a un contrabbasso con sole due corde (appresi poi che
si trattava in realtà di un violino mongolo, o "violino a testa di
cavallo"), l'uomo, vestito nel costume tradizionale della sua terra,
emetteva suoni di gola armonici capaci di incantare la casuale platea -
me compreso.
L'Höömij (o "Khoomi")
è una tecnica speciale nata nella provincia Chandman-Sum (sui Monti
Altai, Mongolia Occidentale) che viene tramandata di generazione in
generazione. Consiste nell'emettere corposi suoni laringei e più note in una stessa emissione.
L'Höömij è un canto "di imitazione della natura": in esso sono comprese
le voci degli animali (soprattutto cavalli, lupi, cammelli) e quella
dei fiumi, l'eco delle montagne e il fischio del vento della steppa. I
puri rumori del vero mondo. Le parole? Le parole non servono (quasi mai)...
(Interessanti anche le numerose variazioni regionali. La più celebre è il "canto tuvano", originario dell'area mongolo-siberiana, meglio nota appunto come Tuva.)
(Dello stesso Höömij esistono diverse varianti: "Zeedshnij" [di petto], "Isgeree" [simile al fischio] e "Chooloin" [di gola].)
Vedendo che i due mongoli esponevano cassette autoprodotte, ne presi una e chiesi loro quanto costava.
"Dài quello che vuoi" mi rispose l'anonimo Maestro.
Tirai
fuori una banconota da venti marchi (tra gli "ooooh" degli astanti,
stupiti da tanta generosità) e la posi sul palmo della mano dell'uomo
venuto da lontano.
Ripresi quindi la mia passeggiata, sentendomi però
diverso; più ricco interiormente, e molto più consapevole della mia
posizione su questo nostro pianeta. Le profonde e misteriose frequenze
vocali di Hosoo (o del suo sciamanico gemello) continuavano a vibrarmi
dentro, e fu allora che sviluppai la convinzione che la Mongolia è la
patria ancestrale di noi tutti.
Ancora oggi ritengo
quella registrazione su nastro magnetico (la cui "copertina" consiste in
una semplice foto dei due musici di strada, senza alcun nome né altre
scritte) tra i migliori prodotti in assoluto della mia pur non
indifferente collezione musicale.
HOSOO
Hosoo (propriamente: Dangaa Khosbayar,
nato nel 1971) è cresciuto in una famiglia di cantanti Höömij della
provincia Chandman-Sum, e più precisamente a Chovd, nella catena
montuosa degli Altai (Mongolia Occidentale). E' lì che l'Höömij è nato e
viene tramandato di generazione in generazione.
Hosoo iniziò la sua
carriera subito dopo le elementari: in quel di Ulan Bator, dove fece
parte di un'ensemble di musica e danze popolari.
Nel 1995 vinse - nella stessa capitale - un concorso che lo consacrò "miglior cantante mongolo". Con i gruppi Manduchai, Egschiglen e Uyanga andò in tournée: in Cina, in Russia e attraverso il Vecchio Continente. Nel 2000 uscì il suo primo disco solista: Altai,
in cui l'artista si firma "Dangaa"; l'opera presenta arrangiamenti
"moderni" - ovvero all'occidentale, per intenderci. Dalla sua
collaborazione con gli Egschiglen nacque l'album Gobi, e da quella con gli Uyanga Uyanga-1.
Hosoo è presente anche in alcuni lavori di musicisti jazz europei. Da
ricordare la sua partecipazione come "guest" d'eccezione a un album dei
tedeschi Embryo: Istanbul-Casablanca - Tour '89. Ha inoltre prestato la sua voce a quattro brani di autoloop, dell'eclettico trombettista Giorgio Li Calzi.
Hosoo
riesce ad emettere tre toni contemporaneamente. E' un Maestro
indiscusso della sua arte, come confermano le recensioni - tutte
positive - dei suoi ormai numerosi concerti.
Hosoo e TransMongolia
************************* Links di approfondimento: _____________________
Un grazie all'amico Massimo Baraldi che
anni fa mi reindirizzò sull'antico sentiero etno-folkloristico. Massimo così mi
parlava allora dell'ultimo album di Hosoo e del suo gruppo (i TransMongolia): "Il
loro ultimo CD è bellissimo! Hosoo dice che in Mongolia non sarebbe
apprezzato: da quelle parti preferiscono le cose più tradizionali...
Nonostante sia rigorosamente acustico (il Nostro sostiene che qualunque
forma di amplificazione stravolgerebbe il suono), in alcuni momenti le
contaminazioni con la musica occidentale (blues, jazz e anche heavy)
sono evidenti. Un ottimo lavoro, sono sicuro che ti piacerà! [...] I musicisti sono tutti diplomati al
conservatorio mongolo di non so dove, ma uno è un fanatico dell'hip hop,
un altro del jazz, un altro ancora di gruppi come Metallica e Guns
& Roses... Un bell'insieme!"
Giugno 2010. A tanti non sembra vero ma sui media rimbalza la notizia che la Chiesa Romana ha deciso di "perdonare" The Blues Brothers. Cosa...? Come...? Eh, già: ci mise un bel po' il Vaticano a capire quanto di buono e di "cattolico" è contenuto nella celebre commedia d'azione (e di musica!) diretta da John Landis. Il blog Topolàin, allora ospitato da un'altra piattaforma, riportava:
>> La "riabilitazione" arriva solo adesso attraverso le pagine de L'Osservatore Romano... a 30 anni di distanza da quel 16 giugno 1980 in cui il film debuttava nelle sale cinematografiche.
L'organo ufficiale del Vaticano è andato alla ricerca di prove della "cattolicità" della pellicola, e così scrive:"...gli indizi"(quantomeno gli indizi) "non mancano in un'opera dove i dettagli non sono certo casuali. A iniziare dalla foto incorniciata di un giovane e forte Giovanni Paolo II nella casa dell'affittacamere - dall'accento siciliano e vestita di nero, dunque cattolica - di Lou 'Blue' Marini.[...] A fianco dei piccoli e della Pinguina (la madre superiora dell'orfanotrofio), i fratelli Blues sono capaci di toccanti attenzioni: così Elwood non si dimentica di una terribile crema al formaggio commissionatagli da un anziano amico. E nulla antepongono - Elwood, il più galante, rinuncia persino all'avventura con una fascinosa signorina - alla missione per conto di Dio".
Amen. E ora torna a mettere su quel disco di blues! <<
"It's 106 miles to Chicago. We've got a full tank of gas, half a pack of cigarettes, it's dark, and we're wearing sunglasses."
"Hit it!"
"Ci sono 126 miglia da qui a Chicago. Abbiamo il serbatoio pieno, mezzo pacchetto di sigarette, è buio e portiamo tutt'e due occhiali scuri."
Tutto inizia con Jake Blues (John Belushi, R.I.P.) che esce di prigione. Ad attenderlo c'è suo fratello Elwood(Dan Aykroyd), venuto a prenderlo con la "Blues-mobile" (una macchina di polizia, una Dodge Monaco del '74, riciclata)... E noi assistiamo al primo dei dialoghi divertenti del film, tutti divenuti molto noti.
- Che è questa? - chiede Jake. - Questa che? - Quest’auto. Che cavolo significa? Dov'è la Cadillac? La Cadi! Dov’è la Cadi? - La che? - La Cadillac che avevamo una volta: la Blues-mobile! - Ah, l’ho cambiata. - Hai cambiato la Blues-mobile con questa ?! - No, con un microfono. - Con un microfono ?!? - (Pausa di riflessione.) - Va bene, hai fatto bene.
I fratelli Blues indossano vestiti neri, cravatte e cappelli neri, occhiali neri, e hanno i propri nomi scritti a biro sulle dita delle mani. Presto, si trovano impegnati in una "missione": trovare cinquemila dollari per pagare le tasse dell’orfanotrofio in cui sono cresciuti e salvare così il vecchio e caro istituto dalla chiusura coatta. Per riuscirci, dovranno rimettere in piedi la loro vecchia blues band, composta da musicisti che nel frattempo si sono inventati altre occupazioni e che non hanno la minima voglia di rimettersi in gioco. Ma c’è una "missione per conto di Dio" nel mezzo, e il gruppo in qualche modo risorge. Tra un'esibizione e l'altra, con turme di poliziotti, una falange di neonazisti e un’ex fidanzata eternamente alle calcagna di Jake, i fratelli Blues passano da epici inseguimenti a cataclismi vari, ma si rialzano sempre spolverando i loro vestiti neri come niente fosse.
Celebrando John Belushi post mortem: The Blues Brothers sul palco con Dan Ackroyd, Jim Belushi e John Goodman. R.I.P. brother Jake!
John Belushi e Dan Aykroyd rimasero fedeli al gruppo musicale e, oltre a partecipare a una serie di incisioni (la musica della Blues Brothers Band, che consiste in appassionate cover di brani soul e rythm'n'blues, vende ancora tanto...), insieme a Lou Marini, Matt Murphy, Tom Malone, Donald Dunn ecc. andarono in tournée. Ma la formazione capitanata da Belushi & Aykroyd esisteva prima del film, come testimonia questo video girato il 31 dicembre 1978 a San Francisco (concerto intero!).
Eric Burdon si è sempre battuto per la pace, Peace, nelle sue canzoni e altrove.
Ciò vale anche per Winds of Change. I pensieri poetici del cantante degli Animals sono riassunti sulla copertina di quell'album. Era l'estate del 1967 quando uscì Winds of Change. Le parole di Burdon testimoniano di un'immediata e totale conversione sia alla musica sia agli ideali del "Californian Dream".
Eric Burdon and the Animals - Winds Of Change
Side one
"Winds of Change" (00:00)
"Poem by the Sea" (03:59)
"Paint It, Black" (Mick Jagger, Keith Richards) (06:14)
"The Black Plague" (12:14)
"Yes I Am Experienced" (18:14)
Side two
"San Franciscan Nights" (21:54)
"Man—Woman" (25.15)
"Hotel Hell" (30.34)
"Good Times" (35:33)
"Anything" (38:33)
"It's All Meat" (41:54)
Eric Burdon - vocals
Vic Briggs - guitar, piano, arrangements
John Weider - guitar, violin
Danny McCulloch - bass
Barry Jenkins - drums
Additional Personnel:
Keith Olsen - "stepped in on some tracks to deputise on bass after Danny McCulloch broke his wrist."
All songs written by Eric Burdon, Vic Briggs, John Weider, Barry Jenkins, Danny McCulloch, except where noted.
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"The House Of The Rising Sun" ha dato fama mondiale a Eric Burdon. Il quale compirà 81 anni l'11 maggio.
Insieme ai Beatles e ai Rolling Stones, Burdon e il suo gruppo, The Animals, furono tra i protagonisti più in vista dellaBritish Invasion.
Le sue radici appozzano nel R&B (rhythm and blues) e nel jazz. Da piccolo vide Louis Armstrong esibirsi in televisione: per lui fu una rivelazione, tantoché ancora oggi il jazz è una delle sue grandi passioni. Gli altri suoi beniamini sono Ray Charles e Bo Diddley, che usava ascoltare attentamente al tempo in cui lavorava nelle miniere di carbone attorno a Newcastle. "Andavo matto per la musica" ha dichiarato il cantante nel documentario Eric Burdon: Rock'n'Roll Animal, diretto dal regista austriaco Hannes Rossacher. "Qualcuno, in un jazz club della città, mi mise un microfono in mano: mi concessero di cantare una canzone. Da una canzone, divennero due. Presto furono due a sera. Quindi, iniziai a stare sul palco per mezz'ora".
Un bianco dalla voce di nero
TheAnimals si formarono nel 1962, con lui al microfono. Un anno dopo erano già la band fissa del locale alla moda Club-A-Go-Go. Sting, anch'egli di Newcastle, ricorda, in Rock'n'Roll Animal, quel periodo eccitante: "Per Newcastle, Eric & The Animals rappresentavano ciò che i Beatles rappresentavano per Liverpool e gli Stones per Londra: idoli della Beat Generation".
La band era influenzata dal R&B più di molte altre formazioni britanniche contemporanee. Il secondo singolo che pubblicarono divenne il loro primo - e maggiore - successo. Si trattava di "House of the Rising Sun", che nel 1964 si piazzò al primo posto delle classifiche di vendita.
"House of the Rising Sun"
Seguì una sfilza di hits, nel 1965: "Don't Let Me Be Misunderstood" (in 15sima posizione), "We Gotta Get Out of This Place" (al numero 13) e "It's My Life" (n. 23).
Di buon successo furono anche anche "Inside Looking Out", "See See Rider", "When I Was Young" e le canzoni di protesta "We Gotta Get Out Of This Place" e "Sky Pilot".
Dopo "When I Was Young" (del 1967), la maggior parte dei membri originali della band abbandonarono il gruppo e Burdon riformò gli Animals ("The New Animals") per registrare "San Franciscan Nights" (n. 9, 1967) nonché "Monterey" (n. 15, 1968).
Il bassista originale Chas Chandler passò alla carriera manageriale: curò gli interessi della Jimi Hendrix Experience. Burdon ben presto si sarebbe unito ai War - noti anche come Eric Burdon & War -, un gruppo jazz-rock e funk.
Amati anche negli States
La voce ringhiante di Eric Burdon e il tema delle canzoni del gruppo, incentrate sull'alienazione, sulla paranoia e su altri elementi riscontrabili nell'ansia della generazione giovanile, fecero degli Animals una delle band preferite negli U.S.A. tra quelle della prima ondata della British Invasion.
Nella sua lunga carriera, il musicista di Newcastle upon Tyne ha condiviso il palco con Chuck Berry, Otis Redding, Bruce Springsteen... Il concerto dei suoi War nel 1970 che vedeva in formazione un certo Jimi Hendrix, è tra i più leggendari della storia del pop: fu l'ultima apparizione pubblica di Hendrix, che sarebbe morto per overdose due giorni dopo.
Patti Smith e Iggy Pop hanno inserito Burdon nella lista dei loro musicisti preferiti.
Durante il suo percorso da "star del rock'n'roll", Burdon ha dovuto incassare una serie di sconfitte e gli è toccato superare diverse battute d'arresto. Tuttavia, ha sempre continuato imperterrito per la sua strada - in nome del blues e della pace.
Coraggioso e originale: doppio album dell'ex frontman dei Forza Maggiore, tra sperimentazione, cantautorato e jazz-rock
Doppio album stavolta per Francesco Chiummento: The Story Of Daniel sposato a Resilience ("Dedicated to Greta Thunberg"). Il cantante-metalmeccanico - ma ha lasciato la fabbrica ormai da anni - raggiunge sicuramente così il clou della sua carriera artistica. Testi molto interessanti (c'è una forte componente ambientalista), e una bella confezione con grafica di ottima qualità a racchiudere / a testimoniare / l'originalità di questo singer-songwriter e del suo flauto.
Daniel (forse l'alter ego dell'autore) è un operaio che usa esprimersi in modo aristocratico, uno che esce fuori dai ranghi anche se ha un carattere riservato. Lascia l'industria, diventa autista... il curriculum di tanti di noi, costretti sempre a reinventarci, a riciclarci. Anche nell'ambito delle relazioni amorose, quest'uomo non ha una biografia straordinaria: lui e la moglie - con la quale ha tre figli - vivono separati. Come spesso accade, arriva una seconda donna, una creatura molto bella ("Francy") ad allievare la solitudine di Daniel, ma anche tale relazione si svolge tra troppi alti e bassi. In un momento di crisi esistenziale, una luce abbaglia il protagonista, tuttavia il presunto prodigio sembra non aiutare come dovrebbe: Daniel si smarrisce ugualmente in una "selva oscura". Vorrebbe avere ali per volare... E, finalmente, ritrova se stesso, in qualche modo, in "I look for my becoming".
In questo che possiamo definire un concept, ci si presenta un Chiummento quale tipico esempio di espressionismo musicale tradotto in canzoni. Il nostro amico lotta a favore dell'ambiente e contro gli "esperimenti insensati". È un cantante, un poeta al fronte, sostenuto dalla passione e... che sa circondarsi di musicisti più che buoni.
Responsabili per la parte sonora sono, in questo caso, oltre allo stesso Francesco Chiummento, Mirko Jymi (tastiere, chitarre e arrangiamenti in cinque dei nove brani) e Alex Catania(tastiere, chitarre e arrangiamenti nei restanti quattro).
Scorriamo The Story of Daniel brano per brano.
La cacofonia colta dell'incipit ("Introduction into the Chamber One") ci traghetta nella storia vera e propria. Parte "Daniel": il flauto discorde di Chiummento copre un buon groovy, il quale a sua volta accompagna un testo cinico e che va come un bisturi dentro il corpo di un'esistenza scombinata. Quando il jazz attacca veramente, ogni cosa sale anche di livello... La traccia è dotata di una bella coda, breve ma efficace.
03: "Bersaglio mobile". Come nella canzone precedente, qui è l'impetuosa chitarra di Alex Catania a impreziosire la composizione, su un testo che tra l'altro recita:
La vita mi sta presentando il conto
a volte è come la tela di un ragno
se potessi cancellare tutti i miei
problemi con anatemi
eppur sento che devo agire
mi sembra di morire
dove dove ritrovar l'ardire.
"Francy" chiude questa piccola trilogia di canzoni che vedono Alex Catania al timone insieme a Chiummento.
"La luce", "Selva oscura" e "Voglio le ali per volare" (rispettivamente quinto, sesto e settimo pezzo del disco) vedono invece Mirko Jymi sulla tolda del comando, e dunque ora sono le atmosfere tastieristiche del maestro italo-brasiliano a contraddistinguere questa frazione del viaggio di Daniel. In "I look for my becoming" ritorna l'energia rock di Alex Catania.
L'album ha una degna e davvero eccellente chiusura: "Oblio", un "instrumental" che riesce a donarci un trip tra il mistico e il colorato/etnico.
Resilience
Resilience ha diverse chicche. Cominciamo da "Poiana" (traccia numero 9), brano che dovrebbe essere suonato da tutte le radio. Molto bello, con Marco Bruno al flauto, Riccardo Moffaalla chitarra e Paolo Riccaalle tastiere. Sorprende che questo disco sia considerato un "allegato" a The Story of Daniel, poiché è come minimo dello stesso livello. Il lungo "Resilienza" che apre l'album offre, nei suoi 10 minuti, un'atmosfera variamente bucolica. Poi veniamo proiettati in una grande città, dentro qualche club di jazz... 10 minuti trasognati con buone tastiere e una tromba fantastica (Paolo Raineri).
"Vidi l'uomo": un brano in sostenuto, tragico. Con l'ottimo tappeto sonoro e i riusciti arrangiamenti di Mirko Jymi (tastiere, chitarra) e di Paolo Ricca.
"Kaos", terzo brano, vede ancora Paolo Ricca e Paolo Rainieri protagonisti musicali per uno spartito tra jazz e ambient. Testi di Michele Macoratti.
"Progresso": canzone che esalta le qualità canore di Francesco Chiummento, su testo ancora di Macoratti, con la splendida chitarra di Riccardo Moffa a creare le parentesi musicali giuste.
Con "A questo punto" il ritmo viene accelerato. C'è di nuovo Moffa alla guitar a far risaltare e sottolineare la protesta del cantante contro la dissoluzione della natura e della società.
"Scherzo" è un bell'intermezzo senza parole, anche se vi è presente la voce di Chiummento, e introduce un grande brano: "Alla ricerca della luna", il nostro preferito insieme a "Poiana". Strepitosa qui la voce di Stefania Lapertosa; e anche Chiummento sembra vocalmente superarsi. Un pezzo assolutamente preponderante, e da trasmettere ovunque.
Da questo momento, inizia tutta una serie di titoli e composizioni di peso, molto significativi: "Viaggio a Giakarta", deliziosamente orientaleggiante (Paolo Ricca, Riccardo Moffa); il sunnominato "Poiana", bellissimo brano. Il leggermente fuori di sesto "Guarda", con lo straordinario violino di Lautaro Acosta a mantenere gli equilibri. Molto riuscito "Clark and Joy", un bel rock che è sostenuto dalla chitarra di José Perfetto. Si ritorna ad atmosfere magicamente esotiche, meno occidentali insomma, con "Song of Tatanka Lyolanka", una delle narrazioni più poetiche e piacevoli dell'album. L'elettrica di Marco Roagna è qui co-protagonista. La relativamente breve "Ashantarantarantan" è un'altra delle immersioni meditative nell'Asia più estrema di Chiummento, e fa da apripista a "New Reasons" e "Costruire", sicuramente tra le migliori canzoni mai prodotte da questo artista (si passa dall'inquieta e tormentosa "malattia" dell'uomo moderno ["New Reasons"] a un inno di speranza ["Costruire"]).
Francesco Chiummento
L'output di Chiummento, pur rifacendosi alla tradizione del rock / del rock d'avanguardia, rompe con tutti gli elementi convenzionali della convenzionalità. Non tanto nella forma (che comunque nel suo caso non risulta irrigidita) quanto più nell'atto esecutivo.
Francesco Chiummento. Brevi cenni biografici.
I soldi sono pochi e l'arte è tanta...
Francesco Chiummento (classe 1954) è un operaio - o, meglio, ex operaio - con la passione per la musica. Ha lavorato per oltre 40 anni in fabbrica come elettromeccanico; l’ultima sua esperienza è stata la Thyssen Krupp di Torino, dove nel 2007 morirono sette operai.
Il suo grande amore per l'universo dei suoni e il suo incontenibile impulso creativo lo ha portato a suonare in diverse band torinesi fin dal 1975, nonché a incidere alcuni dischi autoprodotti. Nel 2001 ha vinto il premio della critica al “Premio Ciampi” di Livorno. Alcuni suoi dischi solisti: Segnali di pace, Delirio, Il Viaggio, Resilience/The Story of Daniel.
Alcuni nostri altri articoli rapportabili all'artista:
"More adventurous and daring than anything Arena, IQ or Pendragon."
Released October 27, 2021
Drifting Sun nel 2015...
... e oggi
La formazione dei Drifting Sun:
Jargon - Vocals; Keyboards on track 6
Mathieu Spaeter - Guitars
Pat Sanders- Keyboards
John Jowitt- Bass
Jimmy Pallagrosi - Drums
Eric Bouillette - Violin on tracks 1 & 5; Guitars on track 7
Ben Bell - Hammond solo on track 3
Gareth Cole- Guitars on track 4
Mixed and mastered by Leonidas Petropoulos
Artwork by Dimitris Tzortzis
Breve storia di questo gruppo
La band - inizialmente chiamata "Drama" - venne formata a Chesham, UK, nel 1994 ca. da due francesi emigrati in Inghilterra: Pat Sanders (tastiere) e Manu Sibona (basso; poi sostituito allo strumento da John Jowitt). Dopo uno iato di ben 14 anni (dal 1999 al 2013), il gruppo è stato rifondato nel 2014.
Una delle caratteristiche è che, agli esordi, il cantante era un americano: Rafe Pomeroy prima, Chris Martini subito dopo di lui. Per l'ultimo, grandioso album, Sanders ha optato per un vocalist di origine greca: Jargon (nome d'arte di John Kosmidis), attivo soprattutto nel proprio progetto Verbal Delirium.
Trent'anni di attività e sette album in studio per i Drifting Sun, ensemble prog semplicemente superbo!
Pianista e compositore; nonché uno dei più apprezzati trascrittori di brani pianistici jazz a livello internazionale: è Riccardo Scivales. I suoi libri di piano jazz sono stati pubblicati negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Italia fin dagli Anni Novanta. Più tardi Scivales ha fondato una propria casa editrice e li ha ripubblicati, dopo che il vecchio editore ha chiuso l'attività per andare in pensione.
Oggi presentiamo: Storie di vecchi pianisti jazz. Sottotitolo: ...e di come funzionava la loro musica.
"Quando improvviso, penso in termini di sonorità, non di accordi o melodia.
Alcune tra le mie cose possono non avere una continuità
armonica convenzionale, ma se suonano bene e hanno coerenza ritmica,
le faccio."
La passione è contagiosa. Un grande pianista e tastierista contemporaneo, Riccardo Scivales (noto come leader del gruppo di progressive rock Quanah Parker, oltre che di Mi Ritmo), si è dedicato a un notevole lavoro di divulgazione - in italiano e in inglese -; e, inutile specificarlo, con questo Storie di vecchi pianisti jazz è riuscito a risvegliare in noi la fiamma dell'ardore per quel tipo di musica che vive in una dimensione estemporanea e improvvisativa, per la storia - che non è solo biografia - di tanti eroi dei tasti bianchi-e-neri e per le varie tecniche esecutive.
Video:Marco Fumo suona "Squeeze me", un brano di Thomas "Fats" Waller e Clarence Williams nella versione che ne dà Willie "The Lion" Smith e nella trascrizione di Riccardo Scivales.
Questo è il primo volume della Scivales Musicself-publishing house, intanto arrivata a cinque titoli, e vi incontriamo i migliori protagonisti del repertorio pianistico afroamericano. Buona parte dei quali (e dovremmo vergognarcene!) erano a noi sconosciuti o avevamo di gran lunga obliati.
Riccardo Scivales
Il libro, che contiene diverse trasposizioni (di note che, originariamente, non nascono per essere fissate su uno spartito!), si rivolge ai professionisti del genere, ma riesce a catturare - e ad ammaliare - anche chi non ha mai toccato uno strumento in vita sua. Ovviamente è indispensabile che il lettore abbia una conoscenza di base o nutra comunque un reale interesse per il jazz... e per la musica tout court.
Dall'alto in basso:Art Tatum, Thelonious Monk e il "re del mambo", Mario Bauzá
Storie di vecchi pianisti jazz ci immerge fin da subito nell'atmosfera dell'America degli Anni Venti, con Eubie Blake (il quale fu il primo musicista ad apparire in un film sonoro, quattro anni prima di Al Jolson) e, come dice anche la descrizione (il sotto-sottotitolo), ci farà fare un viaggio fino a Thelonious Monk e dintorni, passando per Duke Ellington ("dal ragtime all'astrazione") e la Latin Music. Il libro è ricco di aneddoti e contiene un centinaio e passa di esempi musicali trascritti.
Jelly Roll Morton, Willie "The Lion" Smith, Duke Ellington, Thomas "Fats" Waller, George Gershwin... Art Tatum... Nat "King" Cole, John Dickson "Peck" Kelley, Johnny Guarnieri, Monk... e tutti gli altri: artisti straordinari che rifiutavano le convenzioni, spesso non senza rischiare di brutto, e che si imbarcarono in una vera e propria ricerca anche esistenziale, chi gettandosi anima e corpo su uno stile come lo swing, chi arrivando a sperimentare "una cosa dell'altro mondo" come il bebop... spesso concorrendo tra di loro in bravura (in velocità o in profondità oppure in entrambe le cose), a chi riuscisse ad andare più lontano, a chi riuscisse a inventare di più.
Video: lo stride di James P. Johnson
Video: Charlie & Eddie Palmieri, qui con Ismael Quintana
Troviamo, nel volume in questione, uno panoramica sull’evoluzione dello "Spanish tinge" e del Latin Jazz, dai suoi albori ai favolosi mambos di Mario Bauzá. Inoltre, uno studio approfondito (con applicazioni pratiche) circa i moduli poliritmici usati nell’improvvisazione pianistica afrocubana e Latin Jazz, desunti dall’opera di due colonne portanti: Charlie ed Eddie Palmieri. Infine, un utile saggio-guida sulle modalità e gli intenti "di una delle pratiche fondamentali per ogni studente e studioso di jazz, cioè la trascrizione nota-per-nota di brani e assoli tratti dalle incisioni originali dei maestri di riferimento".
Zurigo, Tonhalle, 30 novembre 1934. Concerto dell'orchestra di Louis Armstrong. Al pianoforte, Herman Chittison, un pianista statunitense, venticinquenne, recentemente approdato in Europa (dove ha già inciso alcuni dischi a Parigi). Inframmezzati ai dodici brani eseguiti da Armstrong e della sua orchestra, il programma del concerto prevede una decina di assoli di Chittison. Tutto procede come stabilito, finché Chittison conclude il suo primo set di assoli e Armstrong si fa avanti sul palco per annunciare i titoli dei brani successivi, eseguiti dall'intera orchestra. Ma a questo punto il pubblico lo interrompe, gridando a viva voce: "Lascia suonare Chittison! Vogliamo sentire il pianista!" E Armstrong, sebbene riluttante, non può far altro che acconsentire a questa richiesta... Oltre che nell'effettivo talento di Chittison, una spiegazione a questo insulto ad Armstrong può essere ricercata anche nel fatto che in quegli anni il pianoforte "jazz" o "pseudo-jazz" (sia che si trattasse di Fats Waller, di Lee Sims, di Charlie Kunz o di Raie Da Costa) era apprezzato dal pubblico europeo (composto prevalentemente da appartenenti al ceto medio e alto borghese) più di qualsiasi altra espressione musicale afro-americana.
(Dal capitolo dedicato a Herman Chittison, 'L'eleganza e il brio'.)
[ Per inciso, Chittison fu un idolo giovanile sia di Monk che di Horace Silver, e fece una grandissima impressione anche sul giovane Chick Corea. ]
Qui una bella presentazione/recensione di Storie di vecchi pianisti jazzsul blog MAT2020: https://mat2020.blogspot.com
... e qui (video su YouTube), un esempio di come suonavano i pazzi, originalissimi pianisti narrati in Storie di vecchi pianisti jazz. Ellington, Monk, ecc. hanno attinto a piene mani da loro.
Altro esempio su video: trascrizione di Riccardo Scivales di un capolavoro assoluto di James P. Johnson, avveniristico per l'epoca in cui fu composto: click!
Riccardo Scivales ha insegnato per molti anni (1999-2009) Storia del jazz e della musica latina al TARS (ex DUTARS) dell'Università di Venezia.
Ha scritto circa trecento programmi radiofonici sul jazz per RadioTre (RAI-Radiotelevisione Italiana).
Numerosi suoi saggi, articoli e recensioni sulla musica jazz e afrocubana sono stati pubblicati su importanti riviste musicali come The Piano Stylist, Keyboard Classics, Piano Today, Musica Jazz, Ring Shout, Musica Oggi, Jazz, Blu Jazz, Rassegna Veneta di Studi Musicali, Venezia Arti, Il Sismografo, e Il giornale della musica.
Molti suoi libri sono stati pubblicati prima negli Stati Uniti e più tardi anche in Italia con l'etichetta Scivales Music. Oltre ai volumi firmati con il proprio nome, ha scritto, con Enrico Intra, la raccolta di brani Jazz Piano Repertoire (Scivales Music, 2021) e il libro L'improvvisazione è improvvisata? (M&P/M’O, 2022). Enorme successo sta avendo il suo nuovissimo metodo PLAY… LATIN PIANO LIKE A PRO! (disponibile su Amazon) che tra le altre cose include 23 sue composizioni, molte delle quali si possono ascoltare su YouTube suonate da pianisti e band un po’ di tutto il mondo.
Come pianista e compositore, ha lavorato per diverse produzioni teatrali.
Negli anni ha collaborato con vari musicisti della scena veneziana.
Dal 1981 è il pianista/tastierista e compositore del suo gruppo rock progressivo Quanah Parker e dal 1995 del suo gruppo afrocubano Mi Ritmo.
Ha contribuito all'orchestrazione della prima italiana del musical di George Gershwin Lady, Be Good! (come rivisto da K. Cazan, K. Farrell e D. Sturrock. Venezia, PalaFenice, 2000).
Numerosi brani “Classic Latin” di Riccardo Scivales sono stati spesso eseguiti in programmi di concerti insieme a brani di Piazzolla, Ginastera, de Falla, Rodrigo, Ponce, Gardel, Ellington, Gershwin, J.S. Bach, Schubert, ecc.