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sabato, settembre 29, 2012

Recensione di 'Donnie Darko'

(USA, 2001)



Regia: Richard Kelly
Cast:
Jake Gyllenhaal, Holmes Osborne, Mary McDonnell, Maggie Gyllenhaal, Daveigh Chase, Jena Malone, James Duval, Katharine Ross, Drew Barrymore, Noah Wyle, Patrick Swayze, Beth Grant

<--- Il DVD in italiano




Uscì nelle sale dopo gli attentati alle Twin Towers dell'11 settembre e sparì ben presto dalla circolazione, anche a causa della scena in cui è coinvolto un aereo che perde un reattore. Ma il passaparola ha fatto resuscitare questo film, che ormai conta stuoli di aficionados...
 



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Lo stato di cult di cui gode Donnie Darko è dovuto al fatto che molti giovani si sono riconosciuti nel personaggio principale. E' il medesimo flash autoterapeutico che ha reso immortali James Dean, Il giovane Holden e Arancia meccanica.
Per un adolescente, certo, non è difficile sentirsi vicino a Donnie; in fondo il ragazzo, per essere un matto, è abbastanza innocuo - oltre che quasi casto. La sua ribellione, a fronte di genitori simpatici nonostante il modus vivendi "borghese" e che dimostrano di amarlo (ciò nel film non viene mai messo in discussione), nasce dallo scombussolamento interiore e non da una riflessione metafisica e/o sul sociale.
Alcuni critici stranamente ritengono Donnie Darko un film che mostra la protesta giovanile contro il sistema scolastico e, più in generale, contro gli adulti, ma in realtà tale presunta rivolta si limita ai soliti gesti di bullismo in classe e nel cortile scolastico, oltre che alle atroci - e sterili - mascherate di Halloween. Insomma, il telaio portante è quello di un film di/sui teen-agers. Ovvio che viene tracciata anche una storia d'amore (del resto è quella l'età per amare!), e il rischio latente era quello di creare un'ennesima fiaba moderna, imperdonabilmente stupida per via di un romanticismo sciatto e rimasticato da ragazzini stelle-e-strisce; per fortuna però Richard Kelly ha voluto rendere omaggio a Philip K. Dick e il film, dopo essere scivolato sul paludoso sentiero dell'horror (tramite le allucinazioni del protagonista borderline), si risolve in un bel rebus fantascientifico.
E' proprio la struttura narrativa ad affascinarci maggiormente. Anche se è individuabile una storyline o trama che dir si voglia, Kelly mima le acrobazie fabulanti di un Kurt Vonnegut e la vicenda finisce per rivelarsi un serpente che si mangia la coda o, per usare un termine matematico, un nastro di Möbius. Non può essere altrimenti, d'altronde, quando viene affrontato il tema dei viaggi temporali, i quali, come si sa, comportano uno o più paradossi, costringendo perciò gli scrittori a inventarsi una logica alternativa. A questo proposito, abbiamo il sospetto che l'autore (e regista) di Donnie Darko abbia attinto da un altro maestro della fantascienza, ovvero da Murray Leinster (vedi soprattutto la "trovata" dell'Universo Tangente), che di viaggi e paradossi temporali fu uno dei primi specialisti, tanto da fondare su di essi la propria carriera scribatoria.
 
 
La recitazione di Jake Gyllenhaal è indimenticabile. Come già successe per Anthony Perkins in Psycho, Jake "è" Donnie Darko. Impossibile ormai immaginarsi qualcun altro nello stesso ruolo. La sua addirittura non è nemmeno più un'interpretazione nel senso di "abile prestazione istrionica", bensì una vera e propria incarnazione.
A Donnie/Jake appare un inquietante coniglio che è il capovolgimento orrifico di Harvey, la creatura che accompagna il docile matto James Stewart in una commedia del 1950.
 
Ricordate? Il titolo di quella pellicola in bianco-e-nero è proprio Harvey. Là il protagonista, Elwood, alias James Stewart, è quasi uno stinco di santo e, sebbene gli manchi qualche rotella, non è privo di una certa saggezza filosofica. Ecco uno dei suoi monologhi:
  • "Harvey e io sediamo nei bar... prendiamo un bicchierino o due, facciamo suonare il juke box. E subito tutte le facce si girano verso di me, e sorridono, e dicono 'non sappiamo come ti chiami amico, ma sembri un tipo simpatico'. Harvey e io ci accendiamo in quei momenti d’oro. Siamo entrati come estranei... e subito abbiamo degli amici! E loro si avvicinano, e siedono con noi, e parlano con noi. Parlano delle grandi cose terribili che hanno commesso, e delle grandi cose meravigliose che faranno. Delle loro speranze, dei loro rimpianti, dei loro amori, dei loro rancori. E tutto in larga scala, perché nessuno porta mai nulla di piccolo dentro un bar. E poi io presento loro Harvey... e lui è più grande e più straordinario di qualsiasi cosa loro possano mai mostrare a me. E quando se ne vanno, se ne vanno impressionati. Le stesse persone raramente ritornano; ma questa è invidia, caro mio. C’è una piccola dose d’invidia in ciascuno di noi."
Invece Frank, la creatura dalle fattezze di coniglio in Donnie Darko, è cattivo. E'  l'antagonista dell'eroe/antieroe del film, non il suo compagno buono e comprensibile. Per Donnie, alle prese con la pazzia intus et foris, non c'è spazio per i discorsi o i gesti buonisti. Il motore di jet è precipitato sul suo letto quando lui era assente e dunque si è potuto salvare. Almeno questo è quello che vede o crede di vedere lo spettatore...
 
 
Sinossi di Donnie Darko
Il personaggio che dà il titolo al film, un adolescente americano con problemi psichici, durante un attacco di sonnambulismo che lo porta fuori di casa si imbatte in Frank, un coniglio gigante che gli predice la fine del mondo. E' la notte del 2 ottobre 1988. In tivù viene trasmesso il duello elettorale dei due candidati alla Casa Bianca: il repubblicano George Bush senior e il democratico Michael Dukakis. "Il mondo finirà tra 28 giorni, 6 ore, 42 minuti e 12 secondi" lo avverte il coniglio. Quando Donnie si risveglia e fa per rincasare, scopre che la sua camera è stata devastata da un motore di aereo caduto dal cielo! Da qui in poi, accadono altri strani fenomeni che minacciano la vita delle persone a lui care. Intanto, la sua schizofrenia dilaga: i suoi occhi riescono a vedere "lombrichi" trasparenti che escono dal plesso solare delle persone (i famigerati wormholes), proprio come aveva predetto Mother Death (il cui nome è stato tradotto in italiano con "Nonna Morte"), un'eccentrica scrittrice ora vecchissima e semidemente, autrice di The Philosophy of Time Travel. La vecchia conosce bene tali prodigi. Anzi, a quanto pare, solo la pazzia consente di poter viaggiare nel tempo...
"28 giorni" è l'informazione fornita da Frank. Difatti, tappa dopo tappa, il film ci porta fino al 30 ottobre, alla vigilia di Halloween. L'iperbole si fa sempre più vertiginosa finché non ci si vede costretti a sfogliare il calendario all'incontrario.
 

"Alcuni nascono con la tragedia nel sangue" dice a un certo punto Gretchen, la ragazza di Donnie...
Donnie Darko fa a lungo la spaccata tra horror e science fiction. Come detto, non si può non pensare a Philip K. Dick, il romanziere americano che così bene ha saputo descrivere la schizofrenia. Similmente a Dick, Richard Kelly rende "reali" le allucinazioni per poi coniugarle alla teoria della relatività (che, fino a prova contraria, è scaturita dalla mente di uno scienziato, non da quella di un appassionato di fenomeni paranormali). L'autore del film ci suggerisce che c'è un Universo Primario e ce n'è uno Tangente. Quando da quest'ultimo fuoriesce un artefatto (in questo caso, la turbina di un grosso velivolo), è come se si scoperchiasse il vaso di Pandora: la linea di confine spaziotemporale si spezza, le dimensioni a noi note non combaciano più... in pratica, la follia si fa normalità.
Il protagonista compie degli atti vandalici ma è, in fondo, una vittima innocente: non si può imputare a lui, difatti, la circostanza dello squilibrio chimico che avviene nel suo cervello. E, forse, il tunnel dentro cui lo ha spinto la malattia, dove il tempo si ripete uguale all'infinito e ogni cosa è già predestinata e ritorna, è l'unico luogo in cui si può arrivare veramente a comprendere la quintessenza delle cose del mondo.
 
 

Accenni e allusioni "colte"
Oltre al richiamo al coniglio Harvey (che è una reprise di quello di Alice in Wonderland), il film è pieno di citazioni, associazioni di idee e microeventi che legano l'ieri all'oggi, un'opera letteraria e/o cinematografica all'altra. Così, uno dei personaggi è rappresentato da una vecchia pazza che risponde al nome di Roberta Sparrow. Ne abbiamo già accennato nella "Sinossi": la Sparrow, detta "Mother Death", è la fittizia autrice di un libro sui viaggi nel tempo.
Nel corso della campagna di pubblicità per il rilancio di Donnie Darko, deciso a distanza di un paio di anni dall'esordio fallimentare, qualcuno della produzione ha addirittura scritto il libro della Sparrow, che io ho diligentemente scaricato sul mio computer e "parcheggiato" su uno dei miei server (scarica
The Philosophy of Time Travel in formato .pdf).
Un altro libro, stavolta reale, di cui si parla nel film e che qualcuno vocifera sia stato tra le massime fonti d'ispirazioni di Anthony Burgess per il suo Arancia a orologeria (Arancia meccanica), è The Destructors, di Graham Green. La storia di The Destructors si svolge a Londra durante la Seconda Guerra Mondiale e tratta dell'impatto socio-psicologico che il conflitto armato ha su un gruppo di adolescenti, che scaricano le loro frustrazioni trasformandosi in vandali...






Il sequel: S. Darko
 

2009: esce la "continuazione" di Donnie Darko. Il titolo è S. Darko.
Nathan Atkins ne è l'autore. Ed è bravo nel suo mestiere, bisogna dirlo. Il primo film mai realizzato nato dalla sua penna è stato uno short dal titolo Cultivation (del 2003) che, guarda caso, parla di un mondo magico parallelo. Dunque, è lo sceneggiatore più qualificato per un sequel di Donnie Darko.
In S. Darko, sono trascorsi sette anni dalla morte di Donnie (7: cifra carica di significati...).  Samantha, la sorellina del defunto, è intanto cresciuta. Ha 17 anni e, insieme al suo amico Corey, si mette in viaggio per una vacanza da trascorrere a Los Angeles. Durante il tragitto, entrambi vengono tormentati da strane visioni... Tornano qui gli wormholes o buchi di tempo.
S. Darko (la "S" sta per "Samantha") è stato scritto seguendo le direttive di Richard Kelly, ma questi si è dissociato dal film e la regia è stata affidata a Chris Fisher.
Impossibile dire se l'operazione-sequel sia riuscita. Diciamo semplicemente che si tratta di un  film diverso. Per onor del vero, sia la critica sia il pubblico lo hanno giudicato "perdibile".
 
 Daveigh Chase, classe 1990, interprete di S. Darko: anche le sorelline crescono...

domenica, marzo 22, 2009

Philip K Dick

"Things are seldom what they seem, / skim milk masquerades as cream": sono due versi dell'operetta di W.S. Gilbert H.M.S. Pinafore (1878). P.K.D. dedicò la sua vita alla compilazione di un unico, enorme romanzo (più di due milioni di parole) basato proprio su questo assioma. 45 titoli in tutto, frutti della "pazzia" di un genio.

Dopo aver seguito qualche lezione all'Università di Berkeley, decise di abbandonare gli studi o venne espulso. Per nutrire sé e sua moglie, nei primi anni della sua attività come scrittore comprava carne di cavallo in un piccolo negozio per animali, il Lucky Dog Petshop. Quella carne era destinata agli animali in gabbia...

Ipotizzò una "entità cerebrale collettiva" che a suo dire formerebbe "una vasta rete di comunicazione e informazione". E in molti romanzi inserì griglie comunicative semilegali (telefoniche o video-telefoniche) per comuni cittadini dediti ai più svariati passatempi - il gioco, il sesso... Di sicuro sarebbe rimasto affascinato da Internet.

Indimenticabili i suoi personaggi sospesi in stato di "semi-vita"
(Ubik).

Nella civiltà industriale vengono prodotti e consumati beni; nella civiltà postindustriale vengono prodotti e consumati immagini e informazioni. Dick lo aveva intuito già ai suoi tempi.



Amava la musica ed era un accanito collezionista di dischi. Provava inoltre una grande ammirazione per automeccanici, elettricisti e artigiani di ogni genere. Di motori si racconta tra l'altro in Un oscuro scrutare; Joe Fernwright, protagonista di Guaritore galattico, fa di mestiere il vasaio, e la Mary Anne Dominic di Scorrete lacrime è un'artista della ceramica: trionfo dell'homo faber.

Aveva sempre un occhio di riguardo per la cultura tedesca (cita scrittori, compositori classici, ma anche il nazismo e le vittime del medicinale Contergan). Bluthgeld, Lufteufel, Schoenheit, Vogelsang: questi i nomi di personaggi rispettivamente di Dr. Bloodmoney, Deus Irae e
Ubik.



To my wife Anne, without whose silence
This book would never have been written.

Così recita la sorridente dedica in The Man In The High Castle (La svastica sul sole). SF quale satira e critica del presente.

Fu amico di Poul Anderson e ammirò lo scrittore di SF polacco Stanislaw Lem.

Le droghe per Dick non sono una benedizione. Tutt'altro. Causano sempre Un indebolimento della volontà e della forza fisica.

To himself Emmanuel said, I am being poisoned. The vapors of her realm poison me and vitiate my will.
"You are wrong," Zina said.
"I feel less strong."
(Da: Divine Invasion)

Lo scrittore finì la sua vita in un crescendo di ansie e fissazioni, una tempesta interiore più assecondata che mitigata dalla fede cristiana, che aveva abbracciato nel mezzo del cammin di sua vita, dopo aver avuto un'altra delle sue apocalittiche allucinazioni.

Ma ora dobbiamo chiudere. Ci tocca scappare, per andarci a presentare da Mister Job per quel lavoro. Una speranza utopica...

domenica, gennaio 04, 2009

Fantascienza tedesca: Andreas Brandhorst

C'è scarsa considerazione in Italia per la fantascienza "made in Germany"; almeno presso le case editrici, che evidentemente la ritengono poco vendibile. Eppure, dalla "Terra di Mezzo" a un tiro di schioppo da noi provengono alcune tra le firme più interessanti di questo genere letterario.

Come per l'Italia, anche in Germania la science fiction americana iniziò a trovare un mercato negli Anni Cinquanta, sotto forma di riviste e collane non troppo curate. Venivano pubblicati tutti i grandi nomi d'Oltreoceano e solo una manciata di autori tedeschi, i quali, come avveniva da noi, tendevano a imitare i modelli statunitensi. Fanno eccezione Raymond Gallun e Walter Ernsting, che nel 1954 scrissero a quattro mani Der Ring um die Sonne (L'anello intorno al sole). Ernsting creò nel 1961 la più fortunata space opera tedesca: Perry Rhodan.
anderasbrandhorst1_260 Edito dalla Moewig, Perry Rhodan, che presto festeggerà il suo cinquantenario, ha avuto fin da sempre un successo sensazionale ed è stato tradotto in molte lingue. Sulla sua scia, furono inaugurate diverse collane di fantascienza, dando spazio anche ad autori locali. Uno dei nomi più celebri è quello di Herbert W. Franke (in realtà austriaco, essendo nato a Vienna), che è arrivato ad affermarsi nei paesi di lingua anglosassone. Franke era un fisico che aveva studiato anche Chimica, Matematica e Psicologia, riuscendo inoltre a brillare come speleologo; era dunque in possesso di numerosi nozioni scientifiche, che non potevano che essergli di aiuto per la sua carriera di autore di SF.
Oggi in Germania hanno una più che discreta fama Andreas Eschbach (grandi successi con i libri Das Jesus Video e Eine Billion Dollar) e Frank Schätzing, il cui romanzo Der Schwarm Elemente è un bel thriller fantascientifico su sfondo apocalittico.  
A loro si deve aggiungere Andreas Brandhorst.


Andreas Brandhorst

Iniziamo da una curiosità: dal 1984 questo autore tedesco vive nell'Italia del Nord. Nonostante sia famoso in patria, da noi è stato tradotto un suo unico racconto, "I pescatori di plancton" ("Die Planktonfischer", insignito del prestigioso Kurd-Laßwitz-Preis), apparso nel 1985 sulla rivista Futuro. Per aiutarsi a campare, Brandhorst lavora come traduttore dall'inglese. Per i connazionali ha trasposto praticamente l'opera omnia di Terry Pratchett, oltre a dozzine di romanzi di Star Trek e Star Wars.

andreasbrandhorst_260 Nacque nel 1956 in un paesino della Vestfalia, dove rimase fino all'età di 28 anni. Già da bambino era un fervido lettore, e i suoi primi tentativi di scrittura li compì da scolaretto: storie su animali, indiani ed extraterrestri. Sembra che già allora fosse un bravo narratore, tantoché la sua maestra gli faceva leggere ad alta voce quei primi ingegnosi ghiribizzi davanti a tutta la classe.
Appassionato fin da sempre di letteratura fantastica (collezionò oltre 500 volumetti di Perry Rhodan), si specializzò nel genere, debuttando a soli 19 anni sui quaderni di SF della piccola casa editrice Zauberkreis, di cui divenne un benvisto collaboratore. Seguirono altre pubblicazioni con Terra Astra e per la collana "Terranauten".
Si diplomò in Amministrazione Industriale, ma a una tranquilla carriera borghese preferì l'incertezza della vita da scrittore.
Dopo che nel 1983 la Moewig diede alle stampe il suo romanzo Schatten des Ichs, si fece avanti l'altrettanto prestigiosa Goldmann che gli pubblicò Mondsturmzeit e Die Macht der Träume. Da qui in poi, Brandhorst fu corteggiatissimo, per esempio da Bastei (Die wandernden Berge e la trilogia della "Feuerstraße") e da Knaur (Das eherne Schwert). Nel 2004 poté coronare il suo più grande sogno: per i tascabili Perry Rhodan firmò, come guest author, un romanzo che vede come protagonista proprio il paladino futuristico da lui tanto amato.
Con il collega Horst Pukallus scrisse una manciata di libri a quattro mani per l'Ullstein Verlag, cui seguirono una serie di romanzi fantasy per Schneider e Bertelsmann. Ormai poteva affermare di essere uno scrittore di successo, anche se la sua celebrità non andava - e non va - oltre i confini di Germania, Austria e Svizzera e anche se, per l'unico hardcover di un suo libro (Der Netzparasit, 1983), deve ringraziare un piccolo, anzi microcopico editore: Coran Verlag.

Matrimoni falliti e universo Kantaki

A soli vent'anni, Andreas Brandhorst iniziò ciò che oggi definisce "un esperimento coniugale".  Dopo appena un lustro ci fu il divorzio e poco dopo conobbe un'italiana, "la quale nel 1983 mi invitò a un secondo esperimento coniugale". In seguito a tale circostanza, lo scrittore si convinse a venire ad abitare nel Belpaese. "Ero pieno di entusiasmo" racconta nella sua homepage, "ma c'era un problema: come dare da mangiare alla mia famiglia." Eh già, perché intanto erano nati due bambini e il lavoro come traduttore non bastava per assicurargli proventi a sufficienza. Traduceva per molte ore al giorno e non gli restava mai tempo per scatenare creativamente l'immaginazione. Mentre i figli crescevano, l'amore tra i coniugi scemò e nel 1998 arrivò la fine definitiva. E due!
A questo punto, Andreas si chiese se non fosse meglio tornare in Germania; ma intanto era caduto nel "mal d'Italia", quell'irresistibile fascinazione di cui erano già stati succubi Goethe e tanti altri intellettuali nordeuropei. "Non volevo rinunciare al sole, a questo mare e a questi monti, e alla gentilezza degli italiani." Da traduttore full time tornò a trasformarsi in autore. Iniziò la serie sull'universo "Kantaki" con il romanzo Diamant (aprile 2004), cui seguirono Der Metamorph (novembre 2004) e Der Zeitkrieg (ottobre 2005). Libri scritti quasi letteralmente con il sangue.
Il "Kantaki-Universum" diventò il suo marchio di riconoscimento. Vi fanno parte anche i più recenti romanzi Feuervögel, Feuerstürme e Feuerträume. Mentre lavorava a tutte queste opere, ne progettò altre non necessariamente catalogabili come fantascientifiche ("Ci sono tante cose belle e interessanti di cui poter scrivere!"), che però fino ad oggi non sono state pubblicate. Ha trovato invece un editore (e che editore! L'Heyne Verlag è tra i più importanti nel cosmo di lingua tedesca) un'ennesima sua avventura di viaggi spaziotemporali: Äon (febbraio 2009).

Quando non scrive, Andreas Brandhorst ama correre. E' un appassionato maratoneta: ha partecipato due volte alla maratona di Venezia, oltre a quella di Torino e a quella di Vienna. Si allena da circa quindici anni, percorrendo dai sessanta ai settanta chilometri a settimana.
Pur se nel frattempo si è abituato alla vita da single, dice che non avrebbe nulla in contrario ad effettuare un terzo "esperimento coniugale".

Andreas Brandhorst scrive anche con il nom de plum Andreas Weiler. 

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Invito agli editori italiani

E' un peccato che Brandhorst da noi non trovi spazio. Eppure è capace e industrioso; la sua fantasia pare inestinguibile. Forse un'ottima occasione per lanciare questo scrittore nelle nostre lande potrebbe essere Äon, l'ultimo suo libro in ordine di tempo. Äon non è vera e propria fantascienza, ma un thriller con elementi gialli e fantasy. E, sia pure indirettamente, la trama di questo romanzo tange anche noi italiani.
Äon - il contenuto: ogni cosa ha inizio in un paesino della Calabria, dove vive un ragazzo che è   apparentemente in grado di operare guarigioni miracolose. Il reporter tedesco Sebastian Vogler viene mandato laggiù dal suo caporedattore e lui, che non crede al soprannaturale, si accinge a screditare il "guaritore" con un articolo pieno di veleni contro la sciocca superstizione della gente. Ma, con suo stupore, si accorge che il giovane Raffaele è effettivamente in possesso dei segreti della Magia Bianca. Contemporaneamente, in tutta Europa accadono fenomeni paranormali che in qualche modo possono essere collegati ai portenti visti nell'Italia meridionale. Il reporter percorre l'intero continente sulle tracce di tali arcani. E scopre che esiste un immenso complotto, una congiura secolare che affonda le radici in un remotissimo passato e il cui scopo è quello di cambiare per sempre il futuro dell'umanità.


Un altro bel romanzo di Brandhorst è Der Metamorph (2004; ristampato nel novembre 2008, ancora una volta per i tipi di Heyne).
Der Metamorph - il contenuto: da un laboratorio segreto del pianeta Kerberos fugge una pericolosa creatura artificiale. Immediatamente, le danno la caccia diversi gruppi antagonisti. Su Kerberos c'è anche un sodalizio di taumaturghi, individui che posseggono l'occulta conoscenza per sanare ferite e per far svanire ogni forma di malattia. Uno di loro, Eklund, si imbatte in un misterioso giovane che è capace di guarire se stesso (cosa che non riesce neppure ai migliori taumaturghi). A poco a poco Eklund inizia a sospettare che il giovane possa essere il minaccioso mutante di cui tanto si parla...

mercoledì, marzo 19, 2008

Morto Arthur C. Clarke

Si è spento a Colombo, capitale dello Sri Lanka, Arthur C. Clarke. Aveva 90 anni.

clarke_350 Insieme a Robert A. Heinlein e Isaac Asimov, Clarke fu considerato uno dei "Big Three" della fantascienza.

Era nato il 16 dicembre 1917 a Minehead, nel Somerset (Regno Unito). Durante la Seconda Guerra Mondiale lavorò per la Royal Air Force come esperto di radar e fu coinvolto nel successivo sviluppo di questo sistema di difesa che consentì alla RAF di vincere decisive battaglie contro i nazisti. Dopo il conflitto si laureò al King's College di Londra.

Uno dei suoi più importanti contributi alla scienza fu l'idea dell'impiego di satelliti geostazionari per le telecomunicazioni. Propose tale concetto nell'articolo Can Rocket Stations Give Worldwide Radio Coverage? ("Possono le stazioni razzo fornire una copertura radio mondiale?"), pubblicato su Wireless World nell'ottobre del 1945. In suo onore, oggi l'orbita geostazionaria è nota anche come "orbita Clarke" o "fascia di Clarke".

Nei primi Anni Quaranta, mentre militava ancora nella RAF, iniziò a vendere le sue storie di fantascienza a varie riviste "pulp". Fu per breve tempo viceredattore di Science Abstracts prima che nel 1951 decidesse di intraprendere la carriera di scrittore. Tra le cariche che ricoprì ci fu quella di presidente della British Interplanetary Society ("Società interplanetaria britannica") e fu inoltre membro dell'Underwater Explorers Club ("Club degli esploratori subacquei").

Esiste un asteroide, il "4923 Clarke", battezzato così in suo onore.

Stanley Kubrick ebbe l'idea per 2001: Odissea nello spazio leggendo il racconto di Clarke "The Sentinel", con cui lo scrittore nel '48 aveva partecipato a un concorso radiofonico della BBC. La stesura del copione, poi divenuto un romanzo, fu assegnata allo stesso Clarke, ed è ormai leggendaria la fatica che comportò il progetto. Clarke, che già fin dal 1956 viveva nello Sri Lanka (allora: Ceylon), rischiò di perdere i nervi, come del resto tutti gli altri che lavorarono alla realizzazione del film. La Metro-Goldwyn-Mayer investì 6 milioni di dollari, ma per via degli effetti speciali i costi salirono vertiginosamente, tanto che la MGM sfiorò la bancarotta.
Molti degli effetti speciali li suggerì lo stesso Kubrick ai due esperti W. Veevers e D. Trumbull (quest'ultimo realizzerà in seguito anche quelli per Star Wars). Il regista sperimentò con allucinogeni apposta per "crearsi dentro" nuove combinazioni cromatiche. Kubrick si era preparato leggendo quintali di romanzi di fantascienza: già cominciava quasi a credere all'esistenza dei marziani... Lo affascinava l'idea della conquista degli spazi, e ciò in un periodo in cui molti dubitavano persino che l'uomo potesse mai mettere piede sulla luna. Interpellò astronomi di rango e continuamente gli sbocciavano in testa nuove idee, che sottoponeva a Clarke, il quale doveva cercare di inserirle nel copione. Nel frattempo bisognava smontare e rimontare più volte le scene... La casa di produzione disperava ormai di vedere realizzata la pellicola. Ma alla fine ne risultò il capolavoro che tutti conoscono, un film che ebbe anche la fortuna di godere di una certa attualità perché giusto in quegli anni la corsa allo spazio tra USA e Unione Sovietica era all'apice. (Proprio durante la lavorazione di 2001 si svolse il primo rendez-vous spaziale tra le navicelle Gemini VI e Gemini VII.)

Nel 1998 The Sunday Mirror lanciò contro l'ormai vetusto Clarke accuse di pedofilia che gli costarono l'investitura di Cavaliere dell'Impero Britannico. Sebbene le successive investigazioni sbugiardarono il tabloid, il Principe Carlo decise ugualmente di non assegnare allo scrittore il titolo onorario: "per evitare situazioni imbarazzanti".

Oltre a 2001: Odissea nello spazio e alle varie sequele (2010: Odissea due; 2061: Odissea tre; 3001: Odissea finale, e il "Ciclo di Rama"), di Arthur C. Clarke devono ricordarsi le numerose sillogi di racconti e i due bei romanzi Le sabbie di Marte (The Sands of Mars, 1951) e La città e le stelle (The City and the Stars, 1956).