mercoledì, maggio 20, 2020

Pipistrelli a Berlino (il Coronavirus in Germania, pt. 2)


Pipistrelli a Berlino


(Coronavirus in Germania, 2. parte)




La signora Müllerau nota dalla sua finestra un brulicare nerastro, uno sbattere di curve draculiane, con qualche faccia sorcina qua e là, e chiama i pompieri. "Del resto" si dice, "i pompieri spesso accorrono per salvare un gatto che non riesce a scendere dall'albero..." E poi si rammenta, in un flash che le aumenta l'angoscia causatele dalla visione di quelle creature sull'altro lato dello spiazzale: eh sì, però in ogni caso il conto per aver chiamato i vigili del fuoco risultano orrendi per l'autore della telefonata, e si tratti pure di incendio o di gatto da salv...
 - 112. Pronto?
La voce della donna della centralina (il 112 è il numero a cui fanno capo, oltre ai pompieri, anche il medico di emergenza e l'ambulanza) è abbastanza vivace. Si pensa subito a una persona sveglia, attenta. Ma, già dopo le prime battute della solerte Müllerau, la stessa voce si fa cupa. Annoiata in qualche modo, o comunque delusa. 
- Beh no, signora. Questo è un caso per la Protezione Animali!
C'è un po' di confusione sulla linea, qualche incomprensione e comunque, dopo un'ora circa, arriva a bussare, a casa Müllerau, una coppia di persone che, di prim'acchito, potrebbero dirsi fratello e sorella. Entrambi hanno occhiali di corno, lei è di cinque anni o giù di lì più vecchia di lui. Si fanno indicare la finestra fatale, dove si precipitano e... gioiscono. 
- Benissimo! - esclama la giovane donna. - Adesso Andreas - (Andreas ha, come armamentario, una macchina fotografica e un bloc notes) - andrà a fotografarli e a contarli. Quella è una vecchia fabbrica abbandonata, dice? Vi si è formata una bella colonia!
- Ma... non spargono... non diffondono il Coronavirus?
La zoologa - o veterinario che sia - scuote il capo energicamente. - Stiamo parlando di pipistrelli tedeschi, Frau Müllerau!
Lei e il suo assistente spariscono in un baleno. Per rispuntare ai piedi della costruzione il cui sottotetto è invaso dai mammiferi chirotteri. A vetri ben chiusi, Frau Müllerau continua a spiare l'attività eccitata di ali membranose, lo sciamare senza sosta dei laidi roditori volanti, qualcuno dei quali già pende capovolto dalle grosse travi... secondo tradizione pipistrellina.
Dopo circa un'ora,  Andreas e la donna torneranno e le diranno: - Grazie di nuovo per averci chiamati. Ci ha reso un grande servigio! È una bella comunità di pipistrelli, 92 esemplari... Vero, Andreas?
- Li ho contati tre volte. 92 - conferma il giovane. 
- Ma stanno costruendo i nidi e si spera che ben presto supereranno le 120 unità. Proprio qui, non lontano da Berlin Hauptbahnhof!
- Allora non debbo spaventarmi...
- Ma no!
- Beh, se sono pipistrelli tedeschi... - ragiona la signora Müllerau. - Sono innocui, nevvero?
- Certo! Anche se lei li prendesse a morsi - (e qui la povera Frau spalanca gli occhi) - o, che so io, volesse farsi una zuppa di pipistrelli...
- Una zup...?
- ... non le accadrebbe nulla. Da quell'insediamento lì non possono arrivare infezioni. Anzi! I pipistrelli sono ottimi per l'insalata, lo sa? Il loro guano è un efficace fertilizzante.




Spostiamoci un po' più in là. Altri appartamenti, a migliaia, a milioni. La Germania contra oltre 80 milioni di abitanti e molti di questi vivono in nuclei familiari. C'è il problema delle scuole, chiuse per via dell'emergenza Corona.
I genitori sono impazienti: la quarantena o meglio ancora il lockdown li ha stremati: vogliono che le scuole riaprano subito!
Ma gli insegnanti (categoria dallo stipendio sicuro...) spingono a maggiore precauzione. "Il governo sta andando troppo veloce" dichiara il loro Verband, la loro associazione. "Avremo di nuovo fin da subito classi sovraffollate e abbiamo visto che cos'è successo in Francia, dove oltre 70 istituti scolastici sono stati re-blindati per casi di infezione da Covid-19! Dobbiamo andarci con i piedi di piombo..."
I tedeschi però, i tedeschi con figli almeno, sono esasperati. "E noi come andiamo in ditta?" 
La seccatura, il grattacapo, ha - ovvio! - radici più lunghe di quanto non si voglia ammettere. La verità è che i "cari pargoli" si sono rivelati, in questi giorni, dei satanassi, delle nullità irrequiete, dei veri e propri saltamartini. Nonostante che in Germania nessuno abbia mai vietato a giovani e vecchi di uscire a sgambettare per le vie o nella natura aperta, anche senza mascherina, e fare sport, e ad ogni modo correre e sfogarsi, i bimbi e i ragazzetti entro le quattro pareti di casa propria fanno il diavolo a quattro. A madri e padri tocca constatare che i piccoli si annoiano, che non sono quei geni che i genitori speravano fossero: leggono poco, preferiscono semmai surfare nel web, e guardano film violenti oppure videogiocano per tutto il tempo... "E poi" insistono gli adulti, quando intervistati, "noi dobbiamo pur tornare al lavoro!" (E il vocabolo "lavoro", "Arbeit", suona, nelle loro bocche scocciate, quasi come "schiavitù".) "Non possiamo lasciarli soli in casa..."
Già. Perché altrimenti distruggerebbero l'intero mobiliario, forse farebbero saltare in aria il vicinato e ammazzerebbero se stessi e qualche innocente.
"Eh no. Impossibile. Soprattutto i più giovani. E poi quelli che vanno all'asilo, i piccini..."
È stata emessa, a questo proposito, una curiosa ordinanza: nei Kindergärten, nelle "Kita" (abbreviazione di Kindertagesstätte, una sorta di parcheggio per bambini aperto tutto il giorno), occorre insegnare ai fanciulli, ai pischelletti, a mantenere tra di loro almeno un metro di distanza. Anche quando giocano!
C'è tanta perplessità circa questo punto, giusto perché i bambini più piccoli tendono a socializzare toccandosi, sono inclini a mordersi e a graffiarsi, a salirsi addosso, a bagnare di bava i vestiti e la faccia degli amichetti e dei nemichetti...

Eh già. La crisi da Corona è una sfida per la salute mentale. Molte famiglie si scoprono incapaci di organizzare le proprie giornate, a strutturare - e dare un senso a - la quotidianità del gruppo, della tribù: a tratteggiare un qualsivoglia piano di emergenza. "E poi papà si lamenta contro il mondo intero e bestemmia stando tutto il tempo sul divano a bere birra..." Ne soffre la psiche di chiunque. 



Ma la psiche era toccata, picchiata, percossa già fin da prima. Probabilmente. Ciò è esatto in gran parte dei casi, in ogni modo. Molti portavano l'Aluhut ben prima dell'avvento del Coronavirus...

Un cappello di alluminio o Aluhut (gli inglesi lo chiamano "cappello di stagnola") è un copricapo fatto da uno o più strati di fogli di alluminio o materiale consimile. Apparve per la prima volta in un romanzo del 1927 di Julian Huxley, The Tissue-Culture King. Vi si narra la vicenda di un uomo che scopre che può bloccare le onde telepatiche governative e dunque evitare di farsi leggere i pensieri indossando appunto una sorta di "schermo" di metallo leggero. 
Oggi, metaforicamente, con "portatore di cappello di stagnola" (Aluhut; tin foil hat) viene indicato un sostenitore delle teorie della cospirazione e, più ordinariamente, "una persona tendenzialmente paranoica".

L'Aluhut, il cappello di alluminio - o di stagnola -, è stato assunto dunque a simbolo dei cospirazionisti. 
Una delle tante teorie dei complotti è questa (presa paro paro da un commento in calce a un video su Youtube):

Voi dite di iniziare a sospettare che USA e Cina sono dietro al virus... USA e Cina insieme... Ma no! Il virus è... made by sionisti, USA e Israele! Mentre invece la Cina, l'Iran e l'Europa sono stati prescelti come bersagli. Stiamo assistendo al primo test di arma biologica a livello planetario, cari ragazzi e ragazze. È comprovato che il Coronavirus NON proviene da Madre Natura. Ma quale animale! Ma quale zuppa di pipistrelli! (Was für Fledermaussuppe...????) Voi credete ancora a Babbo Natale? (Ihr glaubt auch bestimmt an den Weihnachtsmann.)

Curioso notare che i teorici cospirazionisti sono tantissimi anche in Germania. Gli italiani non hanno affatto - dunque - il record di folli paranoici. E i toni sono duri da ambedue le parti: dalla parte dei vegani / no-vax / antimerkel / anti-NWO e dalla parte di chi si dice razionale e avverso a ogni tipo di fake new e usa racchiudere tutti i cospirazionisti sotto il simbolo di... (dobbiamo ripeterlo perché è davvero comico) un cappello di carta stagnola, un Aluhut.

 Il Dott. Christian Drosten


Le voci discordanti - e dissenzienti, per certi versi - sono anche all'interno dei media tradizionali. In TV si fronteggiano da mesi tre virologi, ognuno con idee, teorie e strategie diverse. E a vincere è Christian Drosten, che, a parte tutto, con il suo gruppo di ricerca ha sviluppato il primo  test diagnostico del virus - il primo in assoluto nel mondo. Drosten si è pronunciato tra l'altro a favore di un controllo più accurato delle notizie che provengono da Internet (è, insomma, per la censura), nel tentativo di bloccare "le informazioni false".  Questa è una di quelle cose che non va giù ai complottisti, il cui regno è "l'altra parte", ovvero la Rete. Ove spadroneggiano anche perché lì sono numerosi. Analfabeti nella maggior parte, ma alcuni sono persino laureati. Complottisti, sostenitori di una congiura a livello mondiale... al seguito di agitatori di masse che li spingono a scendere in strada e a protestare contro "il controllo dello Stato e la perdita dei diritti fondamentali di noi cittadini". Eccoli lì in effetti in una piazza di Berlino, Monaco, Amburgo, accalcati, senza mascherine, e spalleggiati (se non sostenuti a forza) da elementi e da gruppi neonazisti (Pegida, AfD e consorti).
Tutto ciò sarebbe da catalogare sotto "normale amministrazione" e "eventi che si potevano prevedere", se non fosse che persino i complottisti, qua e là, un po' di ragione ce l'hanno anche loro (come la signora Müllerau con la sua paura dei pipistrelli e come i genitori "in carriera" che sono stufi di dover condividere uno spazio ristretto con i loro spermii).



Certo una cosa è dare la colpa della rovina del mondo ai Bill Gates, ai Soros, ai Rothschild, ai Rockefeller... un'altra è picchiare selvaggiamente per strada, senza pietà, giornalisti e troupes televisive. L'Heute Show, programma di satira politica della ZDF (secondo programma nazionale), ha visto alcuni dei suoi collaboratori finire in ospedale. Avevano trasmesso troppe barzellette sull'estrema destra, evidentemente; e su chi porta l'Aluhut.
Questo movimento di protesta contro le restrizioni (coatte!) per il Coronavirus ha un nome: si chiama Widerstand 2020 (Resistenza 2020). Un bell'ammasso vario. Vi troviamo chi si rifiuta di mangiare carne e di farsi vaccinare e chi non crede al riscaldamento globale (odiano tutti "la Greta"! Greta Thunberg cioè), e inoltre vedono in "Bill Gage" (che sarebbe Bill Gates) il nemico numero uno e "persuasore occulto-ma-non-tanto" della Merkel e degli altri governanti mondiali (con l'esclusione di Trump e Putin ovviamente, che vengono da costoro considerati il non plus ultra della saggezza e dell'equità al potere).
Eh già. Così come Conte in Italia, anche Merkel in Germania "riceve una telefonata ogni mattina da Gage/Gates, che le ordina quanti germi deve mettere nell'acqua che beviamo, quali strutture chiudere e quali aprire, il numero di morti da Coronavirus da comunicare tramite i TG..."
Ma perché Gates, o chi per lui, dovrebbe avere interesse a uccidere la gente, se è proprio grazie alla gente, alla massa, che guadagna o dovrebbe guadagnare miliardi? (Prima con Windows, adesso con i vaccini... presumibilmente.)
Risposta: "Ti dico solo questo: QAnon". 
Uhm. QAnon significa in pratica pedofilia, satanismo et affini.
In Germania non ci sono stati i morti di Bergamo o di New York (anche se da un paio di focolai in Nordrhein-Westphalen e nell'Oberbayern provengono tuttora cifre terrificanti), né i tedeschi hanno conosciuto le ristrettezze imposte dallo Stato come quelle riscontratesi in Italia. Nondimeno, Widerstand 2020 cresce, e da movimento va diventando, passo dopo passo, un vero partito...

Alla radio intanto (e siamo già a maggio) danno una notizia rassicurante: "Sembra essere terminata l'ondata di Hamsterkäufe" - ovvero acquisti di grandi quantità di beni di uso quotidiano, in particolare prodotti alimentari, al fine di creare una fornitura che permetta di essere indipendenti da eventuali carenze o aumenti dei prezzi. 
E i prodotti dei quali i tedeschi hanno fatto incetta sono stati: pasta (in primis quella scontata, non quella di ottima qualità), passata di pomodori (idem) e carta igienica. Nei primi giorni dell'annuncio del lockdown, in molti negozi e grandi magazzini, di carta igienica non se ne trovava più.





Gli aiuti dello Stato tedesco, per chi deve stare a casa perché la sua ditta ha chiuso o per chi ha un'azienda piccola o media, ci sono stati. E sono arrivati abbastanza in fretta. (Ciò rende ancora più strano, quindi, il fatto che anche in questo Paese ci sia chi va a manifestare affermando che "il virus è un'invenzione... è poco più di un'influenza..." e che "insieme ai vaccini di Gage ci vogliono iniettare il microchip per poterci meglio controllare..." Molti tedeschi dovrebbero, di contro, ringraziare la pandemia e baciare i piedi alla Merkel e allo Stato, tanto democratico quanto munifico, della Bundesrepublik...) Senonché, sono ben più consistenti, e per certi versi inspiegabili, gli aiuti concessi all'industria automobilistica - già nota per la sua natura altamente parassitaria e per la sua carica ricattatoria nei confronti dello Stato - e alle compagnie aeree. 


"... e poi con la scusa del virus mettono tutte quelle antenne 5G, e fanno entrare più negri, che ci succhiano il sangue: questi Asylanten le tasse non le hanno mai pagate..."

Solita musica ovunque, insomma.


"In Francia sono andati a ruba vino rosso e preservativi. E da noi? Carta igienica e pasta. Paese che vai..."


A febbraio prese d'assalto le farmacie. Le mascherine sono andate a ruba. Anche se proteggono da fumo e da polvere grossa, ma mai dai virus.

Scene assurde nei Warenhäuser: un cartello avvisa che "ogni cliente può comprare solo una confezione di carta igienica". Un cliente elegante, addirittura con cappello (e non col cappello di carta stagnola!), ha due pacchi con sé e chiede alla cassiera se non può prenderli ambedue. "Del resto sono due marche diverse, e uno è il tipo a due strati, l'altro a tre strati..." 
"Carta igienica è carta igienica. Solo un pacco!" è stata la giusta reazione dell'incorruttibile cassiera.




"Questa non è Angela Merkel. È una sua sosia." "Staneremo i poteri oscuri dello show business e della politica, grazie anche a Trump. Smantelleremo il Deep State..." "Weinstein e Rockefeller, Bill Gage e gli altri: bevono o si lasciano iniettare il sangue dei bambini e così ringiovaniscono!" 
E: "Il 5G è fatto apposta per arrostire i nostri neuroni..."


Aluhut!




martedì, maggio 19, 2020

"G'è sbazio abbasdanza!" (il Coronavirus in Germania)

"G'è sbazio abbasdanza!" 
           racconto


Si accalcano davanti all'orologio per timbrare, li sento dire: "G'è sbazio abbasdanza!", ridono, si guardano intorno come aquile, si scambiano pacche, prendono in giro chi mantiene le distanze e ancor più chi porta una mascherina... Gli stranieri sono i peggiori, ma nel frattempo in tutta la nazione si svolgono manifestazioni "di protesta contro lo Stato che ci toglie i diritti" e dove - tedeschi perlopiù, ma ovviamente non cittadini perbene... - si ammassano nella piazze, senza protezione, e non raramente sotto gagliardetti di estrema destra. Secondo l'ultimo sondaggio, l'AfD ('Alternative für Deutschland', formazione che conta tra le proprie fila molti neonazisti) ha superato l'SPD ed è, dietro ai cristiano-democratici, il secondo partito più forte in Germania.



Io comunque lavoro massimamente con stranieri; e sì, sì, con qualche irresponsabile tedesco. La mia idea di "strategia antipandemica" era che bisognava chiudere per due mesi, generalmente e totalmente: di sicuro così avremmo sconfitto il Covid-19. Credevo che il governo facesse proprio questo. Ma è successo l'imprevisto: si sono mossi piano e scoordinati, hanno lasciato tante strutture e tanti posti aperti, con il risultato che la ditta mia, insieme a una dozzina di altre qui nella zona, ha continuato a lavorare (i capi e i politici locali si saranno detti: "Tanto, i dipendenti sono stranieri: non sarebbe una perdita grave"). E così mi ritrovo a portare una mascherina (ne devo cambiare tre-quattro nel corso di un unico turno lavorativo, il tutto a mie spese) mentre mi muovo in mezzo a queste macchiette, a questi semianalfabeti che chiamare "colleghi" sarebbe un eufemismo. Dico loro: "Mantenete le distanze!" ma mi ridono in faccia, o latrano qualcosa rabbiosamente, annaffiandomi di saliva. "Non avete sentito il telegiornale?" chiedo, conciliante. "Hanno detto che è importante rispettare le regole, soprattutto in questa fase..."
Sbatto contro un muro di incomprensione. I telegiornali li seguono, certo, ma quelli dei rispettivi Paesi e nelle rispettive lingue. Giacché sono turchi, albanesi, bulgari, polacchi, kazachi. C'è anche qualche italiano, ma lui è ugualmente ignorante - se non di più.
Loro ignoranti... e io l'asino più asino della Terra. Eh già, asino: poiché, giovane idealista, mi ero innamorato della società multiculturale, multietnica, subito dopo la mia venuta qui... tranne abbastanza presto scoprire che, più sprofondi nei livelli di erudizione, più vai in basso nei gironi danteschi, e più ti sembra di stare svolgendo all'incontrario il film dell'antropogenesi. E ti ritrovi in mezzo a una massa di australopitechi e di rappresentanti della specie Paranthropus aethiopicus.
Come i fasciocostituzionalisti ivi nati ("la nostra Costituzione dice che non potete toglierci questo e quel diritto..."; ma inneggiano alla caduta della democrazia e alla dittatura di pochi, non a un miglioramento del sistema vigente), così anche gli stranieri analfabeti e incivili si oppongono a tutti i decreti precauzionali rilasciati dal governo centrale e dai vari Bundesländer. Capisco che tanti non si mettono la mascherina perché farlo equivarrebbe a un suicidio (puzzano dalla bocca lontano un miglio), ma che difficoltà avrebbero a mantenere almeno la distanza sociale?
Eppure, verso i primi di marzo, quando il capo ci ha radunati intorno a sé per ricordarci lo stato delle cose e lanciarci delle raccomandazioni, loro sembravano aver capito.
Dopo di allora, di tali discorsi ne sono stati fatti altri: un paio almeno. 



- Allora, per quel che abbiamo già detto: abbiamo notato che ignorate i moniti. Vi raggruppate troppo spesso, vi date pacche, chiacchierate con i volti molto vicini...
Mentre il caporeparto parla, io lancio un'occhiata circolare alle facce ebeti dei "colleghi". Già al momento di piazzarsi davanti, di lato e dietro al superiore, con parecchia fatica si sono lasciati convincere a stare a un paio di metri l'uno dall'altro. Ma non tutti lo fanno. Come magneti, tornano a sfiorarsi, tangersi, urtarsi. La turca ad esempio sta spalla a spalla con la russa... 
- Bisogna prendere la situazione sul serio. Mi hanno detto di dirvelo, e che faranno spesso controlli. E chi sgarra, va via.
- Addiriddura! - esclama Tareq, l'egiziano. (Egiziano e non egizio; ci tengo a precisarlo, perché c'è più di una differenza.) Tareq si trova alla mia sinistra e, anche se ci separano circa un metro e mezzo, posso quasi avvertire il suo alito caldo aleggiarmi sotto il naso. Le sue ascelle puzzano maledettamente, tra l'altro... Non penso che negli ultimi due mesi abbia indossato panni lavorativi puliti. Fa comunque sempre sfoggio della stessa maglietta e, se consideriamo che nelle zone dedicate alla produzione vige perennemente un bel calore, possiamo assumere che, dal punto di vista igienico, non è messo bene. 
- Certo - dice il caporeparto. - L'altro giorno, in città... non avete sentito? Qualcuno ha avuto la brutta idea di invitare parenti e amici alla festa del suo compleanno. E adesso un paio di loro sono all'ospedale, gli altri in quarantena...
Il discorsetto dura forse dieci minuti, più probabilmente un quarto d'ora. Quando se ne va, c'è il "rompete le righe!". Ed ecco che tre-quattro si congratulano ghignando e dandosi grandi manate, due-tre uniscono le teste parlicchiando animatamente, due tornano ai macchinari a braccetto, in maniera gaia, ballonzolando addirittura. Il turco starnuta direttamente dentro l'orecchio dell'albanese, il quale per la paura tossisce a bocca aperta... Al che io rivolgo loro le spalle mentre faccio un balzo per allontanarmi dall'area contaminata. 
Improvvisamente, davanti al mio viso si staglia quello di Jelena, russa del Kazachistan. 
- Ti ho messo paura? - sputacchia Jelena.
- Ma no, sai. Le regole... - borbotto imbarazzato. E indietreggio, mentre lei, spietatamente, mi segue da presso. - Che volevi dirmi? - domando sconsolato. 

No, non l'hanno preso seriamente, l'avvertimento. O meglio: hanno capito il senso delle parole, ma non possono lottare contro la propria natura di "animali sociali". Molti di loro sono contenti di vivere come vivono: in cinque, sei, sette addirittura in un alloggio ristretto. Per loro, la vita che conduco io non ha senso, è inconcepibile. (Abito in cima a una torre di legno con veduta sul centro storico ma a due passi dalla natura selvaggia - che comprende un bosco e il fiume -, pago un affitto alquanto caro per 70-75 metri quadri ma con impareggiabile veduta di architettura medievale da una parte, insuperabile cartolina bucolica dall'altra, e questi miei spazi voglio condividerli esclusivamente con la mia compagna; una terza persona mi farebbe già ansimare: "Basta! Mi manca l'aria! Fatemi uscire...") 
Li guardo e penso: "Bestie, proprio." E compio un largo giro intorno alla coppia formata dalla donna anatolica e dalla pseudorussa, che stanno ridendo e parlando con vivacità, stando appiccicate.



Due settimane dopo. Torno a casa stanco. Accanto allo specchio dell'entrata, vedo che c'è un nuovo pacchetto di mascherine.
- Dove le hai prese? - chiedo a mia moglie.
- Alla farmacia. Hanno scalato il prezzo. Ora le mettono ottanta centesimi l'una.
80 centesimi non è male se penso che, ancora a febbraio e marzo, una mi costava un euro e sessanta. Tuttavia faccio un rapido calcolo, scontento: tre o quattro al giorno, per 80 centesimi...
- Forse non dovrei metterle più - osservo cupamente. - Tanto, in fab sono l'unico a portarle...
- Scherzi? Il decreto parla chiaro.
Il decreto. Già.
Usciamo. Nel frattempo hanno riaperto i locali. Ci sediamo a un tavolino in una terrazza semivuota. Arriva Massimo, il nostro gastronomo di fiducia. Porta maschera, guanti e tiene sollevato un bloc notes. Vuole da noi le generalità, l'indirizzo, il numero di telefono.
Mia moglie scoppia a ridere.
- Stai scherzando - sbotto io.
- Sono le regole - ribatte Massimo. - E non farmi aggiungere altro, perché sennò bestemmio fino a farmi venire l'orticaria.


L'indomani mattina, al lavoro: - G'è sbazio abbasdanza!
Eh? Cosa? Ch... Ah. 
Già.


venerdì, maggio 15, 2020

Jazz - Auguri a Billy Cobham

Domani, 16 maggio, è il compleanno del celebre batterista.


Questo uscì nel 1973: musica del futuro!

 

  Se c'è un batterista jazz che è andato "oltre", dominando la scena degli ultimi quattro decenni, questo è il panamense Billy Cobham. Trasferitosi con la famiglia a New York City durante la fanciullezza, la musica di cui Cobham si fa foriero unisce non solo le due Americhe, ma tutti i mondi possibili; cavalcando l'onda elettrica degli ultimi due secoli... e di quelli a venire. 
Cobham (nato il 16 maggio 1944) ha trovato la quadratura del cerchio, o forse è meglio dire quella "formula universale", quella "teoria del tutto" che invano, per centinaia di anni, tanti scienziati, tra i quali Einstein, hanno provato a enunciare.




Già con il suo debutto, Spectrum, Cobham ci porta in un viaggio meraviglioso dentro la sua navicella. Ma in realtà il viaggio era iniziato prima, con le sue collaborazioni con Miles Davis e John McLaughlin, nomi che sono una garanzia non soltanto per i conoscitori della jazz fusion.
A Spectrum partecipano il tastierista Jan Hammer (Mahavishnu Orchestra), Tommy Bolin alla chitarra (più tardi coi Deep Purple) e il bassista Lee Sklar, che qui fa un lavoro magnifico (vedi il megalittico "Stratus").
Difficile immaginarsi un album più infuocato e up to date di questo, pur con i momenti di rilassatezza di marca salsa ("To The Women In My Life" / "Le Lis"). La sensazione che si ricava dall'ascolto è magnifica. Un'iniezione di energia quantica.



 Billy Cobham - Drums  
 Mike Stern - Guitar  
 Michal Urbaniak - Lyricon and Violin  
 Gil Goldstein - Piano  
 Tim Landers - Bass  


Qui il violino di Urbaniak aggiunge fluidità alla porcellana e al cristallo incastonati d'acciaio.


Nel 1992 Cobham iniziò a collaborare con l'UNICEF per aiutare pazienti autistici e bambini di strada a Santos, in Brasile. Quel progetto terapeutico-musicale durò alcuni anni. 
Nel '93 fu al WOMAD Festival (World of Music, Arts and Dance) con Peter Gabriel, nonché con l'Okuta Percussion della Nigeria e Farafina di Burkina Faso. (Ancora oggi collabora a WOMAD: per anni ha tenuto lezioni di tecnica di esecuzione alla University of Bath Spa, in Inghilterra, ed è attualmente "patrono ufficiale" del WOMAD di Bath.) 
Ha suonato e suona con il gruppo cubano Asere.

"Per me è molto interessante sentire la Mahavishnu Orchestra o anche Jack Bruce, e cercare di essere alla loro altezza. E' un tipo di musica dalle radici latine. La musica non è bugiarda, la musica rivela chi tu sei veramente. La mia collaborazione con gli Asere mi aiuta a ricollocarmi nello spazio e nel tempo. Io cerco di riconnettermi a Panama: attraverso uno sguardo più chiaro al mio passato, cercherò di capire meglio il futuro."  

Nel 2011 Cobham ha iniziato a insegnare "drums online" alla Jazz and Fusion Drum School.
(Vedi anche i video su Drumlessons.com .)


venerdì, maggio 08, 2020

Quattro nuove poesie di Anna Murabito

Sono poesie "nuove" rispetto alle Parole naufraghe (vedi recensione del volume), ma la produzione continua e offre sempre risvolti nuovi e interessanti che vanno oltre al labor limae. 
Se c'è un filo rosso nei versi di Anna Murabito (alias Alida Pardo), quello è l'eleganza.



I colori della vita

Penso al mio corpo bianco
affamato di gloria
tremante nel cappotto
davanti a un mare
nero d’inverno.
Il cielo trafitto
da stelle d’acciaio
e tu accanto a me
divino sconosciuto.
Vedo il the profumato
fumare nella tazza
nella stanza
che a volte era la mia.
La luna riflessa nel catino
inargentava un sogno.
A mani nude
impastavo i colori della vita.




Riflessi

Aperti dai lampioni del giardino
i riflessi lunghi sul soffitto
ora non sono più
treni di luce.
Non portano più l’acqua
verso il mare
come delta di fiume.
Ristagnano.
Disegno evanescente
macchia chiara
senz’anima.
A volte cerco di afferrarli
per ripercorrere
cammini d’avventura
legati all’acqua
ed al suo eterno andare.
Mi rimangono in pugno
opache dissonanze
note consumate.
A quelle tracce
aggancio
solo sommessi azzardi
scie senza spuma.


Sere d’autunno

Sere d’autunno
in chiave di scontento
allineate all’orizzonte
rassegnato
nello stupore lento
del crepuscolo.
Case tutte uguali
abbandonate
come cordami stanchi.
Non conoscono il sole
né la luna
solo lampioni gialli
  ristagnanti
  nella nebbia del tempo.
Immerse in un presente ignavo
senza pianto.
Sere di velo bianco
avviluppate
intorno al niente della mente.
Nell’aria un odore di stoppie
bagnate di pioggia.



Sorrisi

Ci sono sorrisi che si perdono.
Quelli labili,
bianchi
come bugie innocenti.
Quelli velocissimi
che lampeggiano
nell’attimo fuggente.
I sorrisi effervescenti delle feste
impigliati al riflesso
dei bicchieri
e poi scie di sorrisi
rivolti a qualcuno
che già si allontana:
code d’amore
inesitate.
Vagano sospesi
per un tempo incerto
prima di svanire
come un canto remoto.
Qualcuno,
forse solo al mondo,
li raccoglie con un retino fine
li intreccia
con l’oro e con la seta
li accende di notte
quando fa buio.



Rileggi la recensione di Parole naufraghe








domenica, maggio 03, 2020

Quando gli U.S.A. volevano far esplodere un ordigno nucleare sulla Luna

Correva l'anno 1958 quando il fisico Leonard Reiffel fu avvicinato da alcuni ufficiali dell'Air Force degli Stati Uniti d'America che lo invitarono a collaborare a un nuovo progetto. Il progetto, rigidamente "top secret", recava la sigla A119 ed era  pomposamente denominato A Study of Lunar Research Flights. 
Il compito di Reiffel era di investigare sulle possibili conseguenze di una detonazione nucleare sulla Luna, e soprattutto di calcolare il tasso di visibilità del fungo atomico da qualsiasi punto del nostro pianeta. 



"Si sarebbe trattato di una sorta di esercizio di public relation in grande stile" ha affermato nel 2000 Reiffel, che, al momento di "sbottonarsi", aveva ormai 73 anni. "L'Air Force desiderava un fungo atomico immenso, tanto da poter essere visto dalla Terra a occhio nudo. E ciò perché, nella corsa alla conquista dello spazio, gli Stati Uniti stavano perdendo terreno sull'U.R.S.S." 

C'era anche un obiettivo tecnico dietro al piano: quello di risolvere alcuni problemi di astronomia ed esogeologia. Ma, soprattutto, lo "sfregiare" la faccia di Selene sarebbe servito ad alzare il morale dell'opinione pubblica statunitense, che cominciava a sviluppare un complesso di inferiorità nei confronti del gigante sovietico.

Lo storico inglese David Lowry commentò la notizia in questo modo: "E' semplicemente pazzesco pensare che il primo biglietto di visita degli esseri umani a un altro corpo celeste sarebbe stato... una bomba atomica! Se il progetto fosse stato realizzato, noi non avremmo mai avuto la romantica immagine di Neil Armstrong e del suo 'passo da gigante per l'umanità' ('one giant step for mankind')." 







Un'idea matta, senza dubbio, se il fine era quello di dimostrare alla nazione nemica e al mondo intero quanto fossero potenti gli Stati Uniti d'America. Certo è però che, al momento del concepimento del progetto A119, i giornali (The Pittsburgh Press in particolare) parlavano di una voce secondo la quale era l'Unione Sovietica a pensare di far esplodere una bomba all'idrogeno sulla Luna! Una fonte anonima, citata da un agente dei servizi segreti americani, affermava che la potenza comunista intendeva commemorare l'anniversario della Rivoluzione d'Ottobre provocando un'esplosione nucleare sul satellite della Terra in concomitanza con l'eclissi lunare del 7 novembre. Immaginiamoci quali grandiosi effetti scenici sarebbero nati!

Poi, per fortuna, né l'una né l'altra parte mise in atto il piano.

Lowry - esperto di energia atomica e delle sue conseguenze - ipotizzò che il progetto A119 potesse avere una certa rivelanza persino al giro di boa del Millennio, dato che in quel torno di tempo gli Stati Uniti sembravano più che mai determinati a impiantare un sistema di difesa missilistica attorno all'orbita terrestre. "Gli U.S.A. hanno sempre covato il desiderio di militarizzare lo spazio e alcune delle idee attualmente in corso di realizzazione non appaiono meno curiose e meno stravaganti di quella - risalente agli anni Cinquanta - con cui si proponevano di bombardare il nostro satellite naturale." 

Il progetto A119 fu sviluppato dalla Armour Research Foundation di Chicago (poi ribattezzato Illinois Institute of Technology Research). 

Reiffel racconta: "Era previsto di far esplodere l'ordigno sulla faccia nascosta della Luna, sulla 'dark side' dunque. Il fungo che ne sarebbe risultato, affiorando oltre l'orlo lunare, sarebbe stato illuminato in pieno dal sole, e quaggiù chiunque avrebbe potuto vederlo a occhio nudo." 

La bomba in questione avrebbe dovuto avere la stessa potenza di quella sganciata su Hiroshima.

"Io feci osservare che l'esplosione avrebbe rovinato l'ambiente lunare. Ma l'Air Force non pensava certo in termini ecologici! A loro interessava soprattutto che i 'nemici' potessero vedere l'esplosione e rimanerne impressionati." 

Secondo Reiffel, per la Terra non ci sarebbero state conseguenze dirette, ma di certo il corpo lunare sarebbe risultato "sfigurato" in eterno.  

Sulla fattibilità del piano lo scienziato non nutriva alcun dubbio. Già a quei tempi la tecnica missilistica era abbastanza sviluppata, tanto che si sarebbe potuto centrare un bersaglio pur così distante "con uno scarto massimo di due miglia o poco più".

Ovviamente, se il progetto fosse stato reso pubblico si sarebbero sollevate proteste a livello globale; per tacere delle polemiche che ci sarebbero state dopo la sua messa in atto. Ma agli Stati Uniti importava solo di dimostrare la loro superiorità militare. Da un'idea praticamente "rubata" agli avversari, insomma, sarebbe risultato un atto intimidatorio senza precedenti.



Gli archivi del governo americano sono tuttora strapieni di documenti che risalgono agli anni della Guerra Fredda ed è lecito pensare che molti di quei dossier rimarranno sigillati e intedetti al pubblico per chissà quanto tempo ancora. Il progetto A119 è venuto alla luce soltanto perché lo scrittore Keay Davidson vi accennò in una sua biografia dello scienziato e astronomo Carl Sagan. 

Sagan, morto nel 1996, aveva acquisito enorme fama scrivendo articoli e libri che rendevano accessibili a chiunque i grandi temi della scienza. Egli si dedicò inoltre allo studio delle possibilità di presenze biologiche su altri pianeti. All'Armour Foundation di Chicago fu contattato da Reiffel, il quale lo spinse a improntare un modello matematico sull'espandersi di una nuvola di polvere nell'orbita lunare. Questo modello era naturalmente la chiave per stabilire il grado di visibilità di una simile nuvola dalla Terra.  

Sagan credeva (come molti scienziati di allora) che la superficie lunare pullulasse di microorganismi e, preoccupato, fece  osservare che un'esplosione atomica avrebbe certamente distrutto ogni forma di vita. Tuttavia, secondo la testimonianza resa da Reiffel, alla fine fornì ugualmente i calcoli richiestigli.  

Quasi trent'anni più tardi - nel 1987 -, i risultati di quegli studi furono distrutti dai dirigenti della fondazione di Chicago. Ma non è da escludere che alcune copie siano tuttora conservate nelle segrete blindate dell'Air Force.  

Leonard Reiffel disse di ignorare come mai il piano fosse stato poi accantonato. Comunque, mostrò di esserne più che lieto: "E' terribile pensare che una pazzia del genere fosse stata ideata soltanto per impressionare l'opinione pubblica." 

Quando la notizia scoppiò, più volte interrogati sulla veridicità o meno dell'esistenza del progetto A119, i responsabili del Pentagono non diedero nessuna conferma... ma neppure smentirono.