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lunedì, dicembre 22, 2025

Eugenetica, pronatalismo e tecnocapitalismo (I)

 Eugenetica, pronatalismo e tecnocapitalismo: il ritorno di un’idea selettiva


Introduzione


    La distopia prima della teoria


Nel 1962 Anthony Burgess pubblicò Il seme inquieto, un romanzo ambientato in una società futura in cui il problema centrale è quello della sovrappopolazione. L'omosessualità viene incoraggiata e la riproduzione diventa un fatto pubblico, amministrato e giudicato. Ciò che rende il romanzo particolarmente perturbante non è la presenza di tecnologie fantascientifiche o di apparati repressivi spettacolari. Al contrario, Burgess immagina una società in cui il controllo passa soprattutto attraverso il consenso, il linguaggio e la pressione sociale. 

Un’intuizione simile era già emersa, qualche decennio prima, ne Il mondo nuovo di Aldous Huxley, dove la nascita naturale viene sostituita da un sistema di produzione biologica regolata e la selezione degli individui è il fondamento stesso dell’ordine sociale. In entrambi i casi, la questione non è soltanto tecnica, ma culturale: ciò che conta non è tanto come si controlla la riproduzione, quanto il fatto che essa venga considerata qualcosa che deve essere controllato.

Questi romanzi non anticipano semplicemente sviluppi tecnologici futuri. Intercettano una trasformazione più profonda: il passaggio dalla riproduzione come evento imprevedibile e relazionale alla riproduzione come problema di gestione razionale. La letteratura, in questo senso, ha visto prima della teoria ciò che oggi inizia a prendere forma nelle pratiche biomediche, nei discorsi politici e nelle logiche di mercato.

Partire da qui non significa confondere finzione e realtà, ma riconoscere che alcune domande sono state poste prima che esistessero gli strumenti per renderle operative. Quando la nascita diventa un dovere, una strategia o un investimento, non siamo ancora nell’eugenetica in senso storico, ma abbiamo già imboccato una strada che rende possibile pensarla di nuovo — con altri nomi, altri linguaggi e altre giustificazioni.

Fertilità e cliniche moderne

    Aldous Huxley, Il mondo nuovo

Nel romanzo Il mondo nuovo, pubblicato nel 1932, Aldous Huxley immagina una società futura in cui la riproduzione naturale è stata completamente abolita. Nessuno nasce più da una madre e da un padre: gli esseri umani vengono prodotti in appositi centri di incubazione, dove embrioni e feti crescono in provetta, sotto il controllo di tecnici e funzionari. Il concepimento non è un evento privato, ma una procedura industriale, regolata e pianificata.

Fin dall’inizio della loro esistenza, gli individui vengono suddivisi in classi. Attraverso interventi chimici e biologici, gli embrioni sono modificati per sviluppare capacità fisiche e mentali diverse. Alcuni nascono destinati a ruoli dirigenziali, altri a lavori ripetitivi e faticosi. Questa divisione non è il risultato di scelte personali o di condizioni sociali: è decisa prima della nascita e inscritta nei corpi.


Nel mondo di Huxley non esistono famiglie. Le parole “madre” e “padre” sono considerate oscene, imbarazzanti, quasi indecenti. I bambini non vengono cresciuti da genitori, ma dallo Stato. L’educazione è interamente collettiva e inizia fin dall’infanzia attraverso tecniche di condizionamento psicologico che insegnano a ciascuno ad amare il proprio ruolo e a non desiderarne altri.

La società descritta nel romanzo è stabile, ordinata e priva di grandi conflitti. La sofferenza è ridotta al minimo, non perché la vita sia profonda o significativa, ma perché ogni forma di disagio viene neutralizzata. Quando qualcuno prova tristezza, inquietudine o insoddisfazione, assume una sostanza chiamata soma, una droga legale e distribuita dallo Stato, che elimina il dolore senza effetti collaterali apparenti.

Il piacere è incoraggiato, ma solo in forme controllate. I rapporti sessuali sono liberi e frequenti, ma privi di legami duraturi. L’amore esclusivo è scoraggiato, così come qualsiasi attaccamento profondo. La stabilità sociale dipende dall’assenza di passioni intense, di desideri difficili da gestire, di relazioni che possano mettere in crisi l’ordine collettivo.


La trama del romanzo segue diversi personaggi che vivono all’interno di questo sistema, tra cui Bernard Marx, un individuo che si sente diverso e a disagio pur senza riuscire a capire perché, e Lenina Crowne, perfettamente integrata ma incapace di comprendere ciò che sfugge alle regole del suo mondo. L’arrivo di un uomo cresciuto fuori da questa società, in una riserva dove si nasce ancora naturalmente, mette in crisi le certezze di entrambi.

Attraverso questo contrasto, Huxley mostra due modi opposti di vivere: uno fondato sulla sicurezza, sull’efficienza e sull’eliminazione del dolore; l’altro segnato dalla sofferenza, dal conflitto e dalla libertà di scegliere, anche a costo di sbagliare. Il romanzo non offre soluzioni semplici, né un lieto fine rassicurante.

Il mondo nuovo non descrive una dittatura violenta né un regime basato sulla paura. È una società in cui quasi tutti sono soddisfatti, proprio perché non hanno mai conosciuto altro. La sua inquietudine nasce dal fatto che tutto funziona. Ed è forse per questo che, a distanza di quasi un secolo, il romanzo continua a disturbare: perché mostra un mondo in cui nessuno costringe, nessuno vieta, eppure nulla può davvero cambiare.


    Anthony Burgess, Il seme inquieto

Nel 1962, quando Anthony Burgess pubblica Il seme inquieto (The Wanting Seed), il mondo occidentale vive una fase di apparente fiducia nel futuro. L’Europa sta uscendo definitivamente dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale; la crescita economica, l’urbanizzazione e l’espansione dello Stato sociale alimentano l’idea che i problemi collettivi possano essere risolti attraverso pianificazione, tecnologia e amministrazione razionale. Allo stesso tempo, però, cominciano a emergere ansie profonde: l’aumento demografico globale, la paura della sovrappopolazione, le tensioni della Guerra fredda, il timore che le risorse non bastino per tutti.


In quegli anni circolano seriamente teorie sulla “bomba demografica”: troppi esseri umani, troppo in fretta. Non è fantascienza marginale, ma dibattito pubblico, scientifico e politico. È in questo clima che Burgess immagina il mondo del Seme inquieto.

Il romanzo è ambientato in un’Inghilterra futura, sovraffollata, degradata, violenta. Le città sono caotiche, i servizi collassano, il cibo scarseggia. Lo Stato ha identificato un nemico preciso: la fertilità. Fare figli non è più un fatto privato, ma un comportamento sospetto, socialmente dannoso.

Per questo motivo l’omosessualità viene non solo tollerata, ma attivamente incoraggiata. Non come conquista di diritti o riconoscimento di identità, ma come strumento di controllo demografico. Essere omosessuali significa essere cittadini virtuosi: si consuma sesso senza produrre bambini. La sessualità viene svuotata di qualsiasi dimensione affettiva o politica e ridotta a funzione tecnica.

In questo mondo si muovono i personaggi del romanzo, a partire da Tristram Foxe, un funzionario statale mediocre, passivo, travolto dagli eventi. Tristram non è un ribelle né un eroe: è un uomo che cerca di adattarsi. Attorno a lui, però, si muove una società in cui l’omosessualità è spesso performativa, ostentata, usata come segnale di conformità. Non tutti i personaggi sono realmente omosessuali per desiderio: molti lo diventano per opportunismo, per carriera, per sicurezza.

Figura centrale è Derek Foxe, fratello di Tristram: intelligente, spregiudicato, apertamente omosessuale e perfettamente integrato nel sistema. Derek non è una vittima: è uno dei vincitori. La sua omosessualità coincide con il potere, con l’accesso alle istituzioni, con la capacità di navigare il caos sociale. In Burgess non c’è idealizzazione: Derek non rappresenta una liberazione, ma l’adattabilità estrema dell’individuo a un ordine che cambia arbitrariamente.

Ed è proprio l’arbitrarietà il cuore del romanzo. A un certo punto, la situazione demografica cambia: guerre, carestie, crolli produttivi riducono la popolazione. All’improvviso, lo Stato inverte completamente rotta. Ciò che prima era virtù diventa vizio. L’omosessualità viene stigmatizzata, la procreazione glorificata, la maternità trasformata in dovere civico. Gli stessi meccanismi repressivi rimangono identici: cambia solo il bersaglio.

Burgess mostra così una società che non ha alcun principio stabile, ma solo esigenze contingenti. L’individuo non vale per ciò che è, ma per ciò che serve in quel momento storico. Oggi non fare figli è un merito; domani sarà una colpa. Non esiste una morale, solo una gestione.



Eugenetica

Congresso internazionale di eugenetica, Anni Venti. L'eugenetica: una disciplina accademica sostenuta allora da scienziati e leader politici.

Gioventù hitleriana. "Tutti biondi e belli..." L'immagine di un popolo esteticamente uniformato... Prime vittime sistematiche del nazismo furono i disabili e i malati. Il regime li eliminò in massa attraverso il programma di eutanasia noto come Aktion T4. 


    Eugenetica storica


L’eugenetica nasce tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento come un progetto scientifico e politico pienamente legittimato, non come una deviazione marginale o una follia isolata. Il termine stesso viene coniato in Gran Bretagna da Francis Galton, cugino di Charles Darwin, che immagina l’eugenetica come una sorta di “selezione artificiale” applicata alla società umana. Alla sua base vi è un’idea tanto semplice quanto radicale: la popolazione può, e anzi deve, essere migliorata intervenendo sui meccanismi della riproduzione. Questa convinzione attraversa rapidamente i confini nazionali e disciplinari, trovando terreno fertile nella biologia, nella statistica, nella medicina sociale e persino nell’economia politica.

Non si tratta soltanto di una teoria astratta. Nei primi decenni del Novecento l’eugenetica si traduce in politiche pubbliche concrete in numerosi paesi occidentali, ben oltre il caso tedesco che ne rappresenterà l’esito più estremo. In Gran Bretagna, figure come Karl Pearson e Ronald Fisher — padri fondatori della statistica moderna — intrecciano in modo esplicito ricerca quantitativa ed eugenetica, convinti che strumenti matematici possano guidare il miglioramento della popolazione. Negli Stati Uniti, l’eugenetica entra nei programmi universitari, nei tribunali e nelle istituzioni sanitarie, fino a produrre un sistema di sterilizzazioni forzate che colpirà oltre 60.000 persone tra il 1907 e gli anni Settanta, soprattutto donne povere, persone razzializzate e individui considerati “mentalmente inadatti”.

La legittimazione giuridica di queste pratiche arriva nel 1927 con la sentenza Buck v. Bell, in cui la Corte Suprema statunitense sancisce la costituzionalità della sterilizzazione coercitiva, con una motivazione che diventerà tristemente celebre: “tre generazioni di imbecilli sono abbastanza”. Non si tratta di un’anomalia americana. In Svezia, spesso citata come modello di welfare progressista, programmi eugenetici di sterilizzazione proseguono fino agli anni Settanta, con il sostegno di medici, assistenti sociali e istituzioni statali.

 Laboratorio antropometrico


Un elemento spesso rimosso nel racconto pubblico è che l’eugenetica, nel suo tempo, non era percepita come pseudoscienza. Al contrario, godeva di una rispettabilità intellettuale trasversale. Vi aderivano riformatori sociali, femministe “maternaliste”, esponenti del progressismo e del conservatorismo. Margaret Sanger, figura centrale del controllo delle nascite negli Stati Uniti, e Theodore Roosevelt, presidente simbolo del riformismo americano, condividono entrambi l’idea che la riproduzione dovesse essere orientata nell’interesse della nazione. Proprio questa diffusione capillare rende l’eugenetica storica più inquietante: non fu un errore marginale, ma un paradigma largamente condiviso dalle élite scientifiche e politiche.

In basso, gli scrittori A. Huxley e A. Burgess


Dopo il 1945, il termine “eugenetica” diventa impronunciabile. Il suo legame con il nazismo e con i crimini del Terzo Reich ne compromette definitivamente l’uso pubblico. Tuttavia, l’abbandono del vocabolo non coincide con una scomparsa delle logiche sottostanti. Queste sopravvivono, trasformandosi. Il lessico cambia: ciò che un tempo veniva chiamato “miglioramento della razza” diventa prevenzione; la “degenerazione” si traduce in rischio; la coercizione statale lascia il posto alla scelta individuale; l’ideologia si dissolve nel linguaggio della medicina e del mercato. È in questo passaggio che prende forma quella che numerosi studiosi definiscono eugenetica liberale o di mercato.


domenica, febbraio 05, 2023

La storia dei R.E.M.






MURMUR
I R.E.M. (la sigla sta per "Rapid Eyes Movement", una fase del sonno in cui le pupille si muovono) avevano già debuttato con Chronic Town, un EP molto interessante, ma ogni cosa ebbe veramente inizio nel 1983, quando Peter Buck, Michael Stipe, Mike Mills e Bill Berry (il batterista, che lascerà la band nel 1997) registrano Murmur. L'album, caratterizzato da atmosfere cupe e misteriose, catapulta i R.E.M. nel Parnaso delle band più significative degli Anni Ottanta. I critici scambiano frasche per fiaschi e li paragonano ai Byrds, non avendo altri cassetti in cui riporre il suono innovativo del quartetto di Athens. 


Buck, Mills e Berry sono musicisti in gamba che, come i componenti di tutti i grandi gruppi della storia della musica, sanno bene armonizzare le loro spiccate individualità. La chitarra di Buck, in particolare, ha un riverbero "di campana" (o, meglio, "di glockenspiel") che - non lo si nega - ricorda le magiche proprietà della Rickenbacker a 12 corde di Roger McGuinn (attenti a non pompare il volume: pericolo di tinnitus!). 

Il titolo dell'album sembrerebbe descrivere a pennello lo stile vocalistico di Stipe, che "addolcisce" i suoi enigmatici testi con manierismi vocali da cantante pop. Gli smash-hits di Murmur sono "Radio Free Europe" e "Talk About The Passion" (da cui furono ricavati altrettanti single), ma il resto del materiale ("Pilgrimage", "Perfect Circle", "Catapult", "Shaking Through"...) è ugualmente di alto livello, e legato da un filo conduttore non solo per lo stile musicale. 

Più o meno con l'uscita di Murmur scoppiava negli States il fenomeno delle "college radio", e i R.E.M., che furono adottati da molte di quelle emittenti, furono subito collocati su uno dei versanti estremi dell'ampio spettro di stili che imperversava nell'etere rivoluzionato; sulla sponda opposta campeggiavano gli Hüsker Dü...

A distanza di 30 anni, Murmur continua a proporsi come un capolavoro della scena più creativa dell'underground marca South States, e molti addirittura sostengono che rimane il migliore lavoro della band, mai più superato.  Ascoltando il disco, saltano all'orecchio esplosivi passaggi intermediari (i "bridges"), ritornelli esplosivi, e soprattutto la voce di Stipe (la quale anch'essa assume in qualche modo la funzione di strumento), "mormorante" testi tanto belli quanto spesso incomprensibili. Notevoli anche l'orgasmatica coda di "Radio Free Europe," il bridge surreale di "West Of The Fields," la sorprendente "Conversation Fear", i cori di "9-9," la rockeggiante "We Walk" e il brillante sfumando di "Shaking Through". L'insieme contribuisce a infondere nell'ascoltatore una sottile euforia, come dopo una dose di "dope".          A MUST!



RECKONING    
Già l'anno successivo, con Reckoning (il "road record" dei R.E.M.), giunge un più vasto successo di pubblico. Reckoning è un tantino più rockeggiante dell'opera precedente; i testi parlano di amori perduti e perduti luoghi... come si addice a una band "on the road". L'album venne registrato intorno al Natale del 1983, per un totale di 16 giorni lavorativi. (Bisognava affrettarsi anche per riguardo al budget, allora invero scarso.) Il "work title" dell'album era "File Under Water", a voler sottolineare un senso di continuo fluire, una sfuggevolezza d'identità; la stessa sfuggevolezza che creava difficoltà a critici e ascoltatori ad appioppare un'etichetta alla band. (Stavolta li avrebbero paragonati ai Beatles!) Le prime tre canzoni trattano proprio - in maniera letterale - il tema del "fluire". Per esempio "So. Central Rain (I'm Sorry)", che parla delle inondazioni di cui fu succube la città di Athens, con tanto di linee telefoniche completamente fuori uso e i componenti della band - che si trovavano in tournée - impossibilitati a prendere contatto con familiari e amici. 

"(Don't Go Back To) Rockville" testimonia dell'abilità compositoria di Mike Mills. La canzone, registrata in una sola "take", originariamente era stata concepita in stile garage rock, ma all'ultimo momento fu deciso di rallentarne il ritmo e ne risultò una ballata country rock. "(Don't Go Back To) Rockville" divenne immediatamente un inno della scena underground americana. In "Pretty Persuasion", invece, un semplice giro di accordi apre la strada verso una strofa composta da armonie corali. Giusto "Rockville" e "Pretty Persuasion" sono i due poli stilistici di Reckoning: si spazia da un gentile country a un rock energico, il tutto arricchito da una poesia di immagini liquide.   
        
A MUST!



FABLES OF THE RECONSTRUCTION     

Nell''85 è il turno di Fables Of The Reconstruction (curioso ma non insensato capovolgimento di "reconstrution of the fables"), risultato artistico del periodo londinese della band. Peter Buck una volta lo definì un "misery album", ovvero "album di un'epoca di miseria"; una definizione che potrebbe essere pure tradotta con "album miserabile" (!). Più tardi comunque si rimangiò la parola:
"Fables Of The Reconstruction è un disco molto cool, come ora mi tocca riconoscere. Il fatto è che ci trovavamo in tour da 5 anni ed eravamo ancora dei morti di fame, e intendo dire proprio di quelli con le ragnatele in tasca! A Londra alloggiavamo tutti quanti in un'unica camera d'albergo, che distava un miglio dalla più vicina stazione dell'Underground e altrettanto dallo studio di registrazione. In quel periodo pioveva a catinelle: l'acqua scendeva senza requie e noi... non possedevamo nemmeno una giacca adeguata!"


Le "lyrics" di Fables Of The Reconstruction sono la prova della sempre maggiore maturità di Stipe, che qui narra - sia pure nella sua solita maniera enigmatica - di una forte nostalgia di casa, trasmettendo le tristi sensazioni che si provano nel  trovarsi in un posto estraneo. ("We can reach our destination, / but it's still a ways away": "Drive 8"). Tra le canzoni che risaltano per qualità musicale e/o poesia dei testi ricordiamo "Drive 8", "Green Grow The Rushes" e "Can't Get There From Here", quest'ultima trasmessa ripetutamente da emittenti radiofoniche nazionali e internazionali e il cui suggestivo videoclip ebbe grande successo su MTV.
Fables of the Reconstruction è sicuramente l'album più sperimentale - e comunque più cupo - dei quattro ragazzi di Athens, e alcuni critici arrivarono ad asserire: "Con quest'opera, i R.E.M. hanno oscurato la fama dei Joy Division".



LIFES RICH PAGEANT 
  
Ancora un anno e ancora un album: Lifes Rich Pageant ('86). A questo punto della loro carriera, i R.E.M. vogliono solo divertirsi, e sfornano un disco che, a melodie volutamente poppeggianti, affianca testi critici. Lo battezzano con una frase pronunciata da Peter Sellers nel film A Shot In The Dark (della serie Pink Panther), frase da loro usata quando si accorgevano che le cose si mettevano male: "Tutto questo fa parte del 'life's rich pageant' " (ovvero: del carosello della vita) dicevano ironicamente, rifacendo il verso all'Ispettore Clouseau. Era il loro modo di sdrammatizzare. Ma nessun incidente, nessun imprevisto ostacolò il lavoro in studio, per cui impiegarono appena una settimana. 

Come già detto, Lifes Rich Pageant è un'opera più diretta, più comunicativa delle precedenti, anche nei testi. L'album conferma il desiderio mai sopito dei R.E.M. di aderire a sonorità rock senza cadere nella sindrome da arrangiamenti elettronici (i famigerati "drum-delays") tipica di quel decennio. Per l'intera la durata del disco, la voce di Stipe (con l'unica eccezione di "Superman", che è cantata da Mills) si eleva nettamente sull'ordito strumentale. (Il contrario di quanto accadde in Fables Of The Reconstruction e negli altri lavori passati, dove i lead vocals erano spesso un "mormorio".) Lifes Rich Pageant è un'opera decisamente assertiva ("I Believe"), e le convinzioni politico-esistenziali del gruppo vengono fuori palesi quanto mai. 

 
Anche qui, tutti i tracks possono fungere da "ispirazione immaginifica" (chi fu ad affermare che i R.E.M. producono "music for writers"?), come dimostra la bellissima "Full On Me". "Full On Me" comincia con un accenno agli esperimenti di Galilei sulla forza di gravità terrestre ("Feathers hit the ground / before the weight can leave the air") per focalizzarsi successivamente su temi come la pioggia acida e le multinazionali "che comprano e vendono il cielo".
Ma la vera canzone-capolavoro di Lifes Rich Pageant è senz'altro "Cuyahoga", in cui un'innocua nuotata nelle acque rossastre dell'Apalachee River richiama l'associazione (macabra, ma non gratuita) dei fiumi di sangue versati dagli Indiani d'America: una carneficina che è una macchia indelebile nella storia degli United States of America. Nei versi che seguono, a tale accusa se ne sovrappone un'altra: quella che si riferisce al fiume Ohio, irrimediabilmente avvelenato dagli scarichi industriali. I versi in apertura - "Let's put our heads together, and start a new country up" - suonano come una chiamata alle armi... ed è, di certo, l'invito a una militanza attiva contro tutte le ingiustizie.               A MUST!



DEAD LETTER OFFICE    
Uscita nel 1987, questa raccolta contiene l'intero EP-debutto Chronic Town, dell' '82, insieme a quindici "facciate B" e ad altri pezzi della band meno noti o del tutto inediti, tra i quali alcune covers dei Velvet Underground.
Consigliato solo ai fans più accaniti.




DOCUMENT
Document, sempre del 1987, è una polaroid della "situazione della Nazione". Il titolo fu suggerito dallo stesso Stipe, il cui scopo più alto rimaneva - e rimane - di riuscire comprensibile a tutti, ma che oggi comunque non ha difficoltà ad ammettere di ignorare a cosa esattamente si riferiva in frasi come "tryin' to tell you something we don't know" e "there's something going on that's not quite right".
 
Perché "Document?" Presto spiegato: quell'anno i R.E.M. erano impegnati a mixare le nuove canzoni usandole come un ideale soundtrack per documentari storici e altre esperienze visuali, tipo le Olimpiadi di Berlino del 1936 e un programma televisivo che illustrava la paranoia del Senatore McCarthy (quello che intentò i famosi processi "anticomunisti"). Ma Document voleva altresì proporsi come una sorta di diario dei dieci anni trascorsi assieme dai componenti del gruppo e, parallelamente, come resoconto di quanto avveniva sul Pianeta Terra. Il risultato finale fu uno degli album più "arrabbiati" della band; e ciò nonostante che metà delle songs affrontassero apparentemente temi  disimpegnati.

Alcuni tracks:
"The One I Love", come suggerisce il titolo "convenzionalmente pop" (evento assai raro nella discografia del gruppo, così ricca di titoli "ostici"), è una storia d'amore... e di tradimento. È l'io-narrante, ovvero il cantante Michael Stipe, a tradire: nella canzone, cambia partner senza rimorso alcuno e non mostra l'intenzione di giurare fedeltà alla nuova compagna ("a simple prop to occupy my time": "qualcuno che serva da passatempo")...

"Finest Worksong" rispecchia invece "l'etica del lavoro intrinseca nella mentalità degli americani", come Stipe dichiarò in un'intervista al glorioso - e ormai deceduto - Melody Maker. Ma è altresì la parabola della fatica che deve affrontare un musicista "prof" per rimanere produttivo.
La trascinante "It's The End Of The World As We Know It (And I Feel Fine)" rappresenta un po' la "Subterranean Homesick Blues" di Michael Stipe. È una litania ossessionante di termini e luoghi comuni (similmente che nella   canzone di Dylan, per l'appunto) senza nessun altro senso che quello di rendere il caos del mondo - felice o doloroso che lo si voglia considerare.
L'ispirazione per questa song si può far risalire all'assidua frequentazione degli ambienti hipster di N.Y. (con tanto di party alternativi) da parte di Buck e Stipe: "... jellybeans, cheesecake, Lester Bangs ubriaco...". L'elenco è "speziato" con l'aggiunta di nomi di personaggi celebri quali Leonid Brezhnev, Leonard Bernstein e Lenny Bruce. "It's The End Of The World..." è, insomma, il ritratto di un pianeta sul punto di  ammattire definitivamente, come se qualcuno avesse scoperchiato il Vaso di Pandora. Sul ritornello di Stipe, Mike Mills fa da contrappunto con la frase "Time I had some time alone" ("È ora che me ne stia un po' per conto mio").



GREEN   
"I'm very scared of this world" canta Stipe sui mandolini di "You Are The Everything". Corre intanto l'anno 1988 e  i R.E.M. si sono proiettati nel firmamento del mainstream: hanno infatti firmato un contratto fantascientifico con la Warner Bros.: 80 milioni di dollari...(!) Green, che non avrebbe bisogno di presentazioni in quanto è uno dei prodotti di maggiore successo commerciale della band, vede l'alternarsi di canzoni "bombastiche" alle solite ballate dolci. Contiene tra l'altro "Stand" (uscita anche come single), in cui si ripetono, come una litania infantile, i versi: 
 
Stand in the place where you live
Now face North
Think about direction
Wonder why you haven't before...

 
"Turn You Inside Out" e "Get Up" sono i pezzi più roccheggianti di Green, mentre "You Are Everything" è  puramente acustica. Altri highlights: "Pop Song 89" e "Orange Crush".
Molti fans, riferendosi ai miliardi elargiti dalla Warner Bros., gridarono allo scandalo e "venduti!" In realtà la band continuò a seguire imperturbabile la sua linea "attivista" - come se lavorassero ancora per conto della label indipendente IRS -, con Michael Stipe impegnato più che mai sia sul fronte sociale che su quello dell'ecologia. "Orange Crush" parla dell'Agent Orange, la velenosa sostanza usata in Vietnam dall'esercito U.S.A.; "You Are The Everything" presta la  voce alla campagna antinquinamento; "Get Up" è un invito a farsi attivisti; e "Pop Song 89" è carica di sana autoironia, essendo che tratta della scalata del gruppo alla hit parade. Non c'è malaccio per dei "venduti"!
Ovviamente, qui il suono è più limpido che in tutti gli album precedenti (il potere delle major!), ma è anche alla creatività che bisogna guardare, e quella non è affatto venuta meno.
Green rocks!             A MUST!



EPONYMOUS    
Altro album-raccolta, ma di gran lunga più interessante di Dead Letter Office. Racchiude il meglio degli anni con la IRS.
 

 

OUT OF TIME                                     
Out Of Time, del '91, è stato definito da Peter Buck "uno strano, piccolo disco". Contiene svariati hits, tra i quali l'ormai leggendario "Losing My Religion". Inutile dire che è l'album marca "R.E.M." che ha fatto registrare il maggiore numero di vendite. Uno dei dischi successivi sarebbe stato battezzato "Monster", ma il loro vero "mostro" è Out Of Time!
La copertina è senza dubbio tra le più brutte di tutta la carriera della band, eppure racchiude songs sublimi, quali "Near Wild Heaven", "Low", "Shiny Happy People"... oltre naturalmente a "Losing My Religion".

"Uno strano, piccolo disco": proprio! D'accordo: è più pop che rock genuino; ma ascoltate "Texarcana"! Ascoltate "Belong" oppure "Country Feedback"!  E che ne dite di "Near Wild Heaven"? Quest'ultima è forse più bella di "Losing My Religion" (la quale, come i R.E.M. hanno poi confessato, inizialmente non era neppure stata scelta come single!)... "Near Wild Heaven" ci offre splendide armonie vocali, con il lavoro percussionistico di Bill Berry che penetra fin nella spina dorsale... D'altro canto, "Radio Song" è giusto quel che si perita di essere: una canzonetta adatta alle stazioni FM per i gusti easy. Ma quante ne sentite di canzonette così piacevoli, alla vostra radio?
No, Out Of Time non è un album perfetto come Automatic For The People, ma non si tratta neanche di "uno strano, piccolo disco". È, piuttosto, un meritevole saluto di benvenuto agli Anni Novanta ancora freschi di rugiada.   
                            A MUST!

AUTOMATIC FOR THE PEOPLE        
Automatic For The People ('92) è una raccolta di canzoni tutte bellissime, senza eccezioni: "The Sidewinder Sleeps Tonite" (in cui c'è il richiamo a "The Lion Sleeps Tonight"), "Everybody Hurts" (chi non ricorda il suggestivo video girato per questa song? È quello in cui Stipe & Co. escono da un'automobile bloccata nel traffico e si mettono a camminare sui cofani e sui tettucci delle vetture ferme), "Nightswimmer", "Man On The Moon" (eseguita a ogni concerto)... per non scordarci di "Daysleeper", storia di un uomo costretto a lavorare di notte e a dormire di giorno, e che si vede così sconvolgere il suo bioritmo. 
Una noticina a proposito del titolo: "Automatic for the people" è uno slogan inventato dal ristorante di Athens Weaver D's, che in questo modo, grazie ai R.E.M., assurse ai fasti di un'inattesa popolarità.
Da molte riviste specializzate fu votato "miglior album pop/rock degli Anni Novanta".         A MUST!



MONSTER   
Ehi! Questi quattro tipi della Georgia, nel profondo Sud degli U.S.A., sanno bene come si "rocka"!
Monster
(1994) vede i R.E.M. abbandonarsi al gioco (coatto, per ragioni contrattuali) di Doctor Jeckyll e Mister Hyde. Trasmutazioni psichiche e fisiche in seguito - probabilmente - a stress da tournée; o a terremoti emozionali causati da avvenimenti luttuosi nella loro sfera personale. Coerentemente al momento "alienante", il sound è quello tipico dell'hard rock. È quindi l'opera più "dura" mai sfornata dalla band.


Monster contiene l'irresistibile "What's The Frequency, Kenneth?", che secondo una delle tante  interpretazioni è dedicata a un DJ radiofonico picchiato a sangue da alcuni sconosciuti; uno di questi sconosciuti, a ogni colpo inferto, ripeteva: "Allora, Kenneth, di' adesso qual è la frequenza!" Ma alla song sono stati dati anche altri significati.

Inoltre:
"Let Me In": omaggio riverenziale - e fraterno - all'appena deceduto Kurt Cobain; con la chitarra di Buck stupendamente distorta.
"Crush With Eyeliner", "Bang And Blame", "I Took Your Name" e specialmente "Star 69" e "Circus Envy" sono suonate con gli amplificatori al massimo, risultando dunque tra le canzoni più "energiche" dell'intero catalogo dei R.E.M.
Ma anche i pezzi "lenti" ("I Don't Sleep, I Dream", "Strange Currencies", "Tongue", "Let Me In") sono intrisi di un'urgenza emotiva che solletica i nervi sensori del consumatore.

L'unica obiezione che posso muovere è che nella seconda parte dell'album Stipe sembra divenire più etereo, meno "presente". Forse il motivo deve ricercarsi nella scomparsa del suo amico intimo River Phoenix. Una nota all'interno della copertina dice che il disco è dedicato proprio allo sfortunato attore.

NEW ADVENTURES IN HI-FI   
New Adventures In Hi-Fi, del '96, è l'album preferito di Michael Stipe. Forse anche perché è tra quelli che costarono meno fatica per essere realizzato. La maggior parte delle canzoni furono registrate "on tour", e dunque in condizioni semicaotiche; molte di esse addirittura durante il soundcheck che precedeva le esibizioni della band. Da qui, la loro indubbia spontaneità. Non proprio entusiasmante comunque gli incassi ricavati...
Highlights:
"E-Bow The Letter", una delle canzoni più interessanti in assoluto dei R.E.M., con Peter Buck come ideale gregario  e Patti Smith - musa ispiratrice di Stipe - a fornire il background canoro. "E-Bow The Letter" ha uno dei testi più suggestivi - quanto bizzarri - del repertorio di Stipe:

I don't want to disappoint you,
I'm not here to anoint you,
I would lick your feet,
but is that the sickest move...

 
L'album raggiunge la vetta con "Leave", canzone epica della durata di 7 minuti. 
 
Altre songs:
"Low Desert," "Binky The Doormat" e "So Fast So Numb"
: pezzi dal sapore fortemente "on the road" che richiamano reminiscenze di Dylan e dei Rolling Stones. "How The West Was Won...", che ci immerge - come "E-Bow The Letter" - in un'atmosfera dark, fa capire quale grado di saggezza e maturità abbia raggiunto la band. "Electrolite" (il track conclusivo) lascia una porta aperta verso nuove esperienze creative ed esistenziali, con il suo invito alla semplicità e alla chiarezza di mente: "I'm not scared - I'm outta here".


 

UP   
Copertina orribile, album non meno discutibile. Up ('98) è un'opera a suo modo coraggiosa che abbraccia diversi generi, dal folk acustico all'elettronica. E proprio qui sta il cruccio: nell'elettronica... non sembra a volte di udire l'eco di Enya? O le musiche da film di John Barry? Ma i gusti son gusti... C'è addirittura chi trova Up un album ben riuscito... Intanto, però, l'unica vera song riconducibile ai livelli "comuni" dei R.E.M. è "Lotus", che, guarda caso, è pure l'unico pezzo realmente rock.

Up
è il primo lavoro dei R.E.M. senza Bill Berry. Contrari a voler sostituire l'amico batterista, il gruppo usò per quasi tutti i tracks una "drum machine". Purtroppo per loro, il disco fu pubblicato in un frangente poco propizio, ovvero mentre in America imperversava il butt rock, ossia l'heavy metal più monodimensionale che si possa immaginare. Come il precedente - ma ben più meritevole - New Adventures in Hi-Fi
, anche Up, dunque, non fece andare in tilt i registratori di cassa. Tranne che in Europa. Nel Vecchio Continente, infatti, la band conta ormai più aficionados che in patria...
Come c'era da attendersi, l'assenza di Bill Berry si è fatta sentire, eccome! Riusciranno i nostri (ridotti a "un cane a tre zampe") a risolvere il gravoso problema?


 

REVEAL   
Sìiiii! Il Nuovo Millennio comincia ottimamente. Reveal (2001) è, qualitativamente, senz'altro all'altezza di Automatic For The People, pur se imbottito di idee musicali simili a quelle che caratterizzano Up. Eppure, gli ingranaggi sono  tornati a funzionare.

"Se il nostro ultimo album era Marte, Reveal è Nettuno."
                            (Michael Stipe)


 
"All The Way To Reno" e "Summer Turns To High" (melodico tributo a Brian Wilson, così come lo è, in maniera più palese, "Beachball") valgono già da sole il prezzo dell'intero disco. Anche "Disappear", "Beat A Drum" e "Imitation Of Life" sono splendidi tracks, sebbene somiglino a imitazioni di trascorsi successi (ma forse è proprio per questo che riescono a piacere?). Sopra a tutti bisogna comunque porre "I've Been High", "Chorus And The Ring" e "I'll Take The Rain" (forse la più bella "sad song" dei R.E.M.), ballate dal ritmo tranquillo che trasudano forte emotività.
               

I used to think, birds take wing, 
they sing through life,
so why can't we?

                  (Da: "I'll Take The Rain")
                                                                              A MUST!


Nel 2002 i R.E.M. si aggregano al fitto coro antibellico offrendo sul loro sito WEB la canzone "Final Straw", "free to download".

"Final Straw", esplicita condanna del conflitto in Irak, recita: "Now I don't believe and I never did / That two wrongs make a right / If the world were filled with the likes of you / Then I'm putting up a fight... / Then I raise my voice up higher / And I look you in the eye / And I offer love with one condition / With convinction, tell me why."
Parole acide a Bush e alla sua politica. Con ciò, il gruppo si riallaccia direttamente alla rabbia che aveva espressa nella metà degli Anni Ottanta in Lifes Rich Pageant e in Document, due album che denunciavano i giochi paranoici del potere ("Exhuming McCarthy"), l'ingordigia ("Hyena"), l'imperialismo stelle-e-strisce ("Welcome To The Occupation"; "Flowers Of Guatemala"), l'inquinamento ("Cuyahoga")... Erano i giorni in cui Stipe cantava, in "These Days" (nell'album Lifes Rich Pageant): "We are young despite the years / We are hope despite the times..."
Dall'era Reagen a Bush junior, ben poco è mutato
intorno alla band di Athens, Georgia. 

                                                

Fino al 2011, anno del loro scioglimento ufficiale, i R.E.M. rimangono un trio, fedeli alla loro volontà di non rimpiazzare Bill Berry; ma ovviamente si avvalgono di talentuosi support musicians, sia nei concerti che durante le session in studio. Malgrado il crescente proliferare di gruppi interessanti (Radiohead, Coldplay, Traves, Turin Brakes, Arab Straps, ecc.), Stipe & Co. riescono a mantenere una propria identità - o, più esattamente, uno stile ben definito. Stile che, a conti fatti, si basa sulla personalità del loro lead singer e "poeta" (Stipe, appunto).
Fin dall'inizio Stipe scrive testi che, impreziositi di termini colti, metafore ardite e riferimenti a fatti e persone reali
, possono considerarsi delle piccole composizioni letterarie. Soprattutto i versi ermetici dei primi lavori della band hanno richiesto e richiedono un intenso lavoro di ricerca - ed interpretativo - da parte di biografi e di fans... E quanto, non può essere inteso subito, viene poi spiegato da Buck, Stipe e Mills nelle loro tante interviste. Che sono sempre piacevoli e istruttive.
...A meno che uno non la pensi come
Elvis Costello, il quale arrivò ad affermare: "Ammiravo Stipe molto di più quando i suoi testi rimanevano per me degli indovinelli. Poi si mise a rivelarne il significato, ed essi hanno smarrito per me il loro fascino"...

                                       




            Hanno detto di loro

"In certi momenti non si può fare a meno di pensare che a questo mondo non ci rimane più alcun amico, nessunissimo alleato. Ma poi scopriamo che esistono ancora i R.E.M.... Questi ragazzi di Athens, Georgia, non smetteranno mai, per nostra fortuna, di esprimere continuamente la loro opinione." (Bill Bragg)

"I R.E.M. mi piacciono perché sono affidabili al massimo, non mentono mai e sono meritevoli di fiducia." (Mark Eitzel)

"È ammirevole la maniera in cui i R.E.M. si confrontano con la propria popolarità: sono come santi..." (Kurt Cobain)

"Una volta per tutte: noi non useremo mai le nostre canzoni per uno spot pubblicitario! Basta, chiuso, finito. Abbiamo ricevuto delle offerte considerevoli per questa o quell'altra song, ma abbiamo un conto in banca abbastanza congruo,  quindi a che pro' venderle? Sarebbe ingiusto mettere a repentaglio l'integrità della band." (Mike Mills, 1996)

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