sabato, febbraio 09, 2019

Prova d'assaggio - lettura gratis. 'I dolori di Cyberius'

   Prova d'assaggio gratis



I dolori di Cyberius






Take one



Appoggiò i polpastrelli sui tasti che conosceva in ogni incavatura. HAL, a quei tempi ancora un'architettura 486 a 33 MHz e con 240 MB di spazio su disco fisso, troneggiava nell'angolo migliore del suo soggiorno. Pochi ancora possedevano un computer: era un'apparecchiatura troppo costosa e complicata. Anzi, i conoscenti gli domandavano che diavolo ci facesse lui con un aggeggio simile. Era un patito dell'elettronica, vabbe', ma... addirittura un calcolatore? «E che vuoi calcolare tu?» gli rideva in faccia Schmidt, suo vicino di casa.
Con pazienza, spiegava a quell'odioso gnomo e agli altri dileggiatori che non si trattava di fare calcoli. Non precisamente. Raccontava di essere cresciuto in mezzo ai computer o pseudo tali. Nei suoi 17 anni di vita era passato per Vic20, Spectrum, C128, C64, Plus4, Amiga, 386... Per amore dei giochini, sicuro, ma non solo. Era la dedizione al programming, alla sperimentazione, a una creatività allora definibile solo con termini inglesi dal suono futuristico. Le persone non stavano a sentirlo. Non capivano. Si rivelavano ottuse nei confronti di questa specie di febbre delle paludi che prendeva lui e l'insieme degli accoliti quando sedevano davanti alla sfera di cristallo. Sacerdoti di una setta dedita a chissà quali pratiche. Eccoli lì, fusi alla macchina e ai suoi codici. Avevano impiegato poco per entrare in simbiosi con il PC e non lesinavano soldi e tempo per potenziarlo, perfezionarlo, corredandolo di nuovi elementi, schede video e audio... e un modem.
A quell'epoca i modem più veloci erano a 14.400 bit e costavano sui 500 marchi, o 500.000 lire. Internet era ancora di là da venire, ma ci si collegava con le mailbox, che inizialmente funzionavano solo su piattaforma MS-DOS. Serviva una certa competenza tecnica per usare il BBS, cioè il Bulletin Board System. Stiamo parlando degli albori della telematica. I messaggi che ci si scambiava apparivano su schermo nero... Lui era iscritto alla 'Blue Box' gestita dall'amico Richard, che abitava in piena campagna bavarese, in un villaggio di autentici contadini. Richard medesimo era un contadino, ma viveva secondo il motto ''progress oblige!''
Si mandavano dispacci di questo tenore:


Ho smontato il congegno, ho fatto una pulizia accurata, la polvere era =
ovunque, e per quanto concerne la memoria RAM, l'aggiorner=F2 quando i =
prezzi ridiscenderanno. Qu=EC a Trostberg per un SIMM di 8 MB pretendono 200 marchi. Tu sai dove posso trovarne di piu' convenienti? Cmq poi ti =dir=F2, sar=E0 stata la polvere, ma sembra che ora la scatola giri meglio.


Ci volle qualche annetto perché arrivasse il più agevole Win 3.1 di Bill Gates & Co. Per far funzionare bene quell'arcaica versione di Windows era d'obbligo mettere mano al config.sys e all'autoexec.bat... E finalmente arrivò anche in Europa internet, versione pubblica della rete militare statunitense Arpanet. L'unico provider affidabile era quello di Compuserve, con sede nell'Ohio. I primi forum erano tutti in inglese. franc’O doveva allacciarsi a un nodo distante un centinaio di chilometri da Mühlwaldshausen e perciò la sua bolletta telefonica toccava cifre astronomiche. Ma l'avvento del web rappresentò per lui, che era straniero – sia pure allogeno –, il superamento di ogni confine. Era un territorio di caccia, ampio, virtualmente aperto a tutti. Unica prerogativa: la conoscenza dell'inglese. Ma c'era chi, come Richard, ne faceva a meno e andava lo stesso a caccia. A ogni modo, presto la Rete si internazionalizzò e, in un futuro non lontano, persino nanerottoli spirituali del rango di Schmidt si sarebbero vantati di essere provetti ''navigatori''.
Chiuse per qualche secondo gli occhi arrossati, massaggiandosi la mano destra. Il suo musculus palmaris longus era innaturalmente gonfio, e non per l'eccessiva masturbazione. Da fuori provenivano voci in tutti gli idiomi: i bambini che giocavano sotto casa. Il russare che arrivava da un'altra stanza era invece causato da Benno, il suo coinquilino italiano. Benno: un gigantesco insetto; tanto ingombrante quanto puerile.
Con un sospiro rialzò le palpebre e tornò a smanettare spostando il mouse e pigiando sui tasti. Dai due altoparlantini situati ai lati del monitor giunse il brusio della linea. Bit sparsi, caratteri su caratteri su caratteri che probabilmente sarebbero andati a finire su qualche nastro di backup della NSA, per essere conservati qualora contenessero qualcosa di succoso per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti... ''Le mie innocenti paranoie archiviate in un rifugio blindato, con piantoni annoiati e un impiegato all'interno che si prende la briga di passare in rassegna ogni cosa: l'ultimissima copia delle nostre e-mail, dei nostri siti, dei miei posting, che tra cinquant'anni saranno distrutti, perentoriamente cancellati...'' Si rivolse mentalmente a Schmidt: ''Mi chiedevi e mi chiedi perché. Semplice: perché l'informatica è eccitante. C'è sempre qualcosa da risolvere, ci sono continuamente rogne e rognette da grattare...''
Tanto, disse a se stesso, osservando l'immagine di Gina sul desktop, ovvero della sua ex ragazza, che lo aveva mollato poche settimane prima perché si sentiva trascurata, tanto, si disse con lo sconforto cinico, quasi allegro, che caratterizza parecchi diciassettenni, tanto che cosa abbiamo da perdere, se non la vita? E quella è persa comunque.
Voglio – concluse trionfalmente – che questo divenga il mio mestiere!





1


Qui Babilonia, vi parla franc'O'brain. Oggi è – finalmente! – scoppiato il sole, sun, Ra, soleil. Sto a sudare nel mio pullover di lana. E pensare che soltanto fino a dodici ore fa la temperatura si aggirava sui meno tre gradi! Sono solo, solo malgrado la folla di fantasmi tutt'attorno. Sono solo ed è gennaio.
Se l'Italia fu un incubo ben riuscito, la Germania è una fiaba alquanto sbilenca. Ma dove altro poteva quagliare la mia malinconia, se non nel purgatorio di un paese di intese precarie, prati di silenzio e nevi di rimpianto?
Là fuori, ora, boschi gocciolanti. E tu, amore, non qui; o io non lì, da te. Ci resta questo sguardo sghembo sulla retroguardia depressa della natura. Vorremmo andare incontro a quegli alberi... e montiamo sull'automobile che, intirizzita, ci ha attesi dentro il garage. Che disdetta! Tutti vogliono tornare alla natura, ma nessuno a piedi. Le strade, pertanto, non conducono certo a distese verdi.
Ricordo le campagne lunari e lunatiche del Sud, e le brulicanti cittadi... È il Nepal, la mia alma mater.
E tu, Gina, il mezzo di trasmissione per cui riesco ancora a volare.
So di avere le sembianze di un picchiato picchiatore (non ho più vent'anni, del resto: ne ho ventuno) e non poche ragazze, e nemici, fremono all'appressarsi delle mie spalle carnose, dei miei bicipiti di ferro e della mia pancia a barile. Ignorano che, a onta delle apparenze, anch'io necessito di calore, di affetto; come un bimbo. Necessito amore: percettibile, plausibile, più speziato di qualsivoglia pasticcio commestibile. E invece che cosa ho? Che cosa mi rimane?
Mi rimane la tua cartolina dal Portogallo, che mi tocca custodire come un briciolo d'oceano.
Dunque eccomi in auto mentre mi accingo a raggiungere un posto isolato – il buco del culo del mondo. Durante il tragitto (risibile, la cosiddetta carreggiata carreggiabile che si apre davanti al parabrezza: i buchi! i buchi!... Appena stamani, fuori dalla mia tana, ho udito la bambinaglia irridere – me? –: ''Il cu-cu-u-u-lo senza bu-u-uco... hi hi hi!''), spengo l'autoradio e, nel silenzio della meccanica, canticchio una vecchia canzone ispirata al tema dell'Aprés midi d'un faune. Canzone a tratti schioccante, a tratti suasiva e afosa; umido stornello: melodia del bacio. Il bacio della mamma, della prima amata, della prima moglie... La melodia diventa stonata, in sintonia con la condizione del manto stradale (buchi buchi bu'): il bacio alla russa, il bacio a tradimento di una checca (la linguaccia dapprima nell'orecchio e poi in fondo alla gola), il bacio di Giuda, il bacio di cavallo... I miei, di cavalli, muoiono sul limitare di una selva oscura, al cospetto di stalattiti e stalagmiti che rifulgono a un sole sempre più vago.
E adesso? Dovrò davvero scendere e, nudo, privo del rivestimento di latta, proseguire a piedi? Cavallo di San Francesco... Esito. È utopico credere che in questi sperduti paraggi ci si possa imbattere in qualcuno dal quale ricevere soccorso. Ogni cosa tace. E, se riaccendo la radio di bordo, curiosamente mi giungono alle orecchie le voci di fiere straziate, irose e contagiate di mondo, che dimorano nella foresta dei Grimm. No, no. Che ogni cosa rimanga muta. Preferisco il silenzio.
Intanto il sole scompare. E ripiomba l'inverno. Inverno eterno. Per sentirsi veramente un po' di calore sulla pelle, in questa stagione e a questi meridiani occorre entrare in un solarium. Ci si ritrova svestiti nella cabina, sdraiati in un sarcofago, con le lampade a UV che ci bruciano le labbra.
Freddonia. Flash di annichilamento, di sfacelo. Come un brutto videogioco. Molti se ne scappano nella Repubblica Dominicana per segregarsi in hotel-lager edificati da ditte euroamericane a ridosso di lidi prima incontaminati, e in quei bunker di lusso arieggiano i loro prosciuttoni mentre servetti bruni pescano schifezze dall'acqua della piscina. Poi, vestiti nelle uniformi stile "tipo da spiaggia", questi tedescacci (inglesacci, svedesacci, italianacci) marciano sbronzi verso i bordelli dove, per un pugno di dollari, possono sodomizzare fanciulle e fanciulli e corrispettive madri...
Quanta pace tutt'intorno! Uàaaaah! (Sbadiglio.)
Vado. L'azione è molto meglio di un crepare freudiano.
Apro la portiera e scendo. Brrr. (È il vento a farmi tremare.)
Se almeno qui con me ci fosse l'amico Manu Kyohto! Nelle nostre urbi, Manu si muove come un gorilla, impacciato, contorto. Soltanto davanti a un jardin public riesce a trovarsi a suo agio: sale sugli alberi, segue orme di animaletti e si ferma a sniffare sapientemente l'aria – robusti peli protendentisi come antenne sensitive dalle sue nari. A Manu Kyohto piacerebbe questo bosco selvaggio. Lui saprebbe guidarmi per un sentiero a me invisibile attraverso la muraglia di pioppi e abeti rantolanti perché cardiolatenti. Ma forza, forza! Al di là della selva attendono, forse, un'alba o un tramonto liberatori.
Avanzo nella giugla siberiana: pavido, nicotinante relitto, eccitato; rettile birrasciancato. Scivolo su lastre di ghiaccio. Striscio, zampetto; ratto drogato. A ogni secondo sul punto di giravoltarmi e tornare sui miei passi di corsa – le mutande smerdate –, saltando sterpi e inciampando su radici sporgenti.
In qualità di Homo metropolis sono avvezzo a determinati microclimi: il salotto con i suoi schermi e le sue tastiere, le botteghe e gli uffici luminosi, camere da letto con il riscaldamento e/o l'aria condizionata, l'abitacolo dell'automobile con i magici auto(s)parlanti... insomma, le comode nicchie della civiltà. Qua all'opposto c'è un silenzio che ruggisce, un'umidità che corrode. Una selva, appunto. Viva, reale, affatto meccanologica.
Foresta = fiaba. L'equazione si offre spontanea. Mi viene l'idea di una favola "riadattata" al nostro habitat: il Principe Dalle Labbra Di Fuoco (perché ama i cibi piccanti) bacia la Principessa Di Ghiaccio (in tanti l'hanno accusata di essere frigida, finché lei non si è convinta di esserlo). L'ardore del bacio "risveglia" la principessa e la coppia decide di andare in pizzeria. Ma la via è disseminata di ostacoli. Un nano idrocefalo, cattivissimo, perseguita i due incessantemente (hallo, Schmidt!). C'è un ruscello di ammoniaca che loro riescono a guadare cavalcando un sovradimensionale cybercigno... c'è un gufo parlante con un marcapasso d'uranio quale batteria... e altri elementi del genere. Un fantasy attuale.
Affascinante. Annota tutto, e subito!
Mi siedo su un tronco caduto e mi frugo addosso, ma scopro di non avere con me penna e taccuino. Peccato. Un'altra canzone che andrà perduta... Intanto la foresta rinuncia al suo ostinato silenzio e prende a intonare il proprio, di canto. Ogni cosa intorno a me starnazzafrullafrusciastride. Non so se rallegrarmene o se rimpiangere lo strano iato sonoro di poco fa. Poi qualcosa (qualcuno?) strepita nelle mie orecchie. Un urlo come di pazzo o sordomuto che mi raggela definitivamente il sangue. Roteo sul mio asse, le pupille strabuzzate. Finché arguisco che a urlare sono stato io. (Ma chi è, io?) E adesso qualcos'altro mi tallona...
''Raphèl mai amèch zabì almì'' mormoro a mo' di esorcismo, prima di tornare a procedere, perduto, tremante e scacazzante, nella foresta nordica che, impazzita, ride in tutte le lingue e tutti i dialetti dell'Orbe.
 




2


«Maledetto gringo!» mi accoglie Benno. «Dove sei stato?»
Gli passo accanto trattenendo il respiro: lui è il Sultano di Bacteria, non so ogni quanto si lava... se mai decide di farlo.
Ein Italiener. Come me, in qualche modo. Proviene dalla Brianza: un pulènt quindi, mentre mio padre è uomo del Sud. Il mio genitore, sì, è un terrone, se volete. E per riflesso lo sono anch'io. È mia madre che è tedesca, ma il parentume mi giura che ho preso maggiormente da papà.
Benno mi tallona fino all'"angolo soggiorno", che sarebbe la mia stanza.
«Ti devo parlare, señor
«Mmpf.»
«Solo dieci minuti!» implora.
Dieci minuti preziosi della mia vita.
«Occhèi, sputa. Ma presto!»
Lui ride annuendo. Si vede che è compiaciuto. Ha gli occhi stellati per la contentezza.
«Ho conosciuto una squaw...»
Da quando Toni, un emigrato italiano, gli ha regalato la sua enorme collezione di Tex prima di rimpatriare, Benno si esprime come gli eroi di quel celebre fumetto. Il mondo per lui è diventato il Selvaggio West e Kit Carson è il suo Zingarelli o la sua Treccani.
«Uhm» faccio, accendendo la Scatola Magica e buttandomi sulla seggiola girevole. «Bella?»
«Stupenda. Dobbiamo festeggiare! Dove hai nascosto quella bottiglia di bruciagola?»
A casa devo sempre nascondere ogni cosa. Davanti a Benno non si salva nulla. Non ha il minimo senso del risparmio. Forse non si rende conto che siamo praticamente poveri... Inoltre quest'abitazione è, obiettivamente, troppo minuscola per due della nostra stazza.
Mi spiego: l'appartamento – intestato al sottoscritto – è una piccola barca. L'ingresso è a poppa, mentre a prua c'è il cucinino. A dritta (o tribordo, se amate Salgari) sono piazzati il mio letto e quel rottamaio di plastica e metallo che ho assemblato con un lavoro certosino, e a sinistra (babordo) l'apparecchio televisivo e l'impianto stereofonico. Sempre a sinistra, mimetizzata mediante carta da parati, c'è la porticina che introduce al loculo di Benno, uno spazio che, osservato dalla strada, si presenta come un bovindo sulla facciata settentrionale della casa o, per attenersi all'immagine marinaresca, come una scialuppa attaccata allo scafo.
Sciaguratamente, lui nello stanzino non ci rimane quasi mai. Trascorre una cospicua parte del suo Dasein sul ponte del battello, tra tivù e frigorifero...
Certo, oltre al cesso abbiamo un bagno con tanto di vasca, adiacente al suo minivano, ma Benno Bamba sembra misconoscerne l'esistenza.
«Il whisky?» gli dico. «L'ho regalato a Manu quando ha fatto il compleanno.»
«... e bisogna pure comprare qualcosa da mettere sotto i denti, señor» blatera lui insistentemente.
Roteo su me stesso e lo squadro. Ha la faccia butterata e, in generale, la sua figura non è propriamente quella del bamboccio ben nutrito. In effetti non sbaglia quando afferma che dovremmo andare a fare la spesa: aprendo la credenza, ho visto sgusciare fuori un topo con le lacrime agli occhi per la fame. Ma possibile che dobbiamo acquistare tutto con i miei quattrini? Ovvero, con i quattrini che mi mandano i miei?
Torno a rivolgermi al monitor, dove pian piano si sta caricando Windows.
«Corri al Lidl» gli dico con nonchalance. «Prendi anche del pane... e un paio di birre, così brindiamo al tuo incontro con quella... con quella.»
«Corpo di mille bufali, sìiii!» esclama Benno girandosi e correndo via. Sento intanto che si conta gli spiccioli in tasca. «Si chiama Anna» aggiunge gridando. Attende per un po' sulla soglia che io contribuisca all'acquisto di roba mangereccia porgendogli qualche banconota, poi desiste e sbatte la porta, prima di scendere le scale a rompicollo.
Facendo scorrere le dita sul quadrante della tastiera, scuoto la testa. «Anna?» mormoro. «Semmai "Hanna"...» Al pari di molti stranieri, il mio bizzarro coinquilino non fa uso dell'acca aspirata.
Avrà due-tre anni più di me, ma, per quel che riguarda intelligenza e maturità, potrebbe essere il mio fratello minore. Minorato. I suoi genitori lo hanno mandato qui, Oltralpe, nella speranza che si dimentichi dell'eroina e di tutte le altre schifezze che a casa sua si iniettava sniffava fumava e via mastuprando.
Non si può dire che tra noi due corra buon sangue, eppure siamo amici. O meglio: amigos. Difficile da spiegare ma è così. La spesa lui non la fa quasi mai, ma versa abbastanza puntualmente la sua parte di affitto (suo padre è un industriale di medio calibro, a quanto ho capito: il grano, a questi meneghini, non manca...) e il suo apporto è di notevole sollievo sia a me sia soprattutto a mia madre.
Certo che mandarlo in Germania nell'illusione che si allontani dalla droga è quasi un paradosso! Finora comunque lo stratagemma sembra funzionare: a quanto ne so, oggi Benno si fa solo di spinelli e... di Tex.

"Figlio di cento puma! Manigoldo!"
Direi che l'aria puzza di linciaggio.
"Puah! Che postaccio!"
Sgozzavitelli!
Pezzo di carciofo!
"Cameron ha la faccia dello smargiasso."
All'inferno quel demonio!
"Non perdiamoci in piagnistei."
Il ranger non era solo, che il diavolo se lo bruci!


Smetto di pensare all'amico-Bimbo e mi immergo nel mondo virtuale. Che è, in concreto, il mondo vero, e non un universo parallelo come sostengono tanti. Accanto alla tastiera c'è un flacone di aranciata, mezzo vuoto, risalente alla settimana scorsa o a un paio di settimane fa, e briciole di pane costellano la scrivania e gli interstizi degli stessi tasti. Ormai mangio là dove lavoro, con il busto piegato verso i caratteri alfanumerici che ingolfano il terminal. Sono considerevolmente alto per la mia età, uno e ottanta circa, e tanto scaltro da fare movimento a sufficienza ("la pancia non c'è più!"), così evito di diventare come una di quelle enormi palle di grasso che contraddistinguono i maniaci del computer: veri e propri geni, ma agli occhi della gente solo sudici pulcinella con qualche turba psichica.
Apro Netscape, il mio browser di fiducia e, dopo aver dato una scorsa alle news, compio un giro sulla pagina dei link di www.ljubo-love.mk. Mi guardo i videoclip gratuiti: degli "assaggi" per così dire, che dovrebbero invogliare gli erotomani più accaniti (quelli con la carta di credito) a iscriversi e sganciare una o più manciate di dollari al mese.
Già la sola pagina di benvenuto di questi siti assomiglia a una cloaca. Tu clicchi sul primo dei tre o quattro minifilmati e già sai a che tipo di avventura assisterai. E ti poni il dilemma, mentre liberi la verga dalla sua gabbia, di quanti altri, nello stesso istante, si stanno sollazzando guardando il medesimo porno.
Spesso l'eiaculazione arriva prima del culmine filmico. Richiudi la patta, sentendoti buffamente offeso, depredato. Non hai speso un centesimo ma hai perduto di nuovo una breve ma preziosa parte della tua giornata. Per tacere della dignità. Ora che sei più pacato, e più vuoto nel vero senso della parola, ti chiedi, truce, come mai così tante donne (tutte carine) sono disposte a fare... quel che hai visto. Per i dollari? Non soltanto "mature casalinghe vogliose", ma per giunta "appena diciottenni": davvero le donne arrivano ad autodegradarsi in questa maniera per mera pecunia? Oppure ritengono la sessualità un misto di mercimonio e passione sincera?
Ripenso a Gina, l'unica con la quale ho consumato l'atto d'amore. Se oggi avessi almeno lei... Poi provo a immaginare come può essere la "squaw" cui ha accennato Benno. Ma quale ragazza decide di mettersi con un pivello del genere? Ha forse ragione Manu Kyohto nel sostenere che le donne sono tutte puttane? (Lui, Manu, uomo di colore, dice questo perché avrà avuto le sue brave esperienze... o, viceversa, perché ne avrà avute troppo poche.)
Basta rimuginare sul sesso! Cancello i cookies, ovvero le tracce del mio passaggio sulla website erotica, e cerco aria più salubre in un forum sui linguaggi di programmazione, dove i geek prendono in giro i nerd.


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Gina non ha mai compreso il mio attaccamento alla macchina. Inequivocabilmente lo ritiene un legame morboso, pensa che la mia sia una fissazione tipo quella dei malati del gioco d'azzardo o dei depravati che sperperano la vita nelle sale dei video game. Perciò mi ha lasciato.
Una delle nostre ultime discussioni (o forse proprio l'ultima) è stata discretamente accesa.
«Tu non hai un cervello» mi ha detto: «hai un cervello elettronico!»
«L'elettronica è in ogni caso la disciplina che aiuterà l'umanità a guizzare in avanti, a migliorarsi.»
«Lo pensi davvero?» Mi sembra di rivederla, con i capelli sciolti e formosa da inebriare, mentre tende un dito accusatore contro il Personal Computer. «Non ti accorgi di sciupare gli anni? Che mi trascuri per... per questo ammasso di cavi e ferraglia?»
«Questo sarà... anzi, è il mio lavoro! Un giorno fonderò una ditta. Noi freak, come ci chiamate voi, non viviamo solo per il presente. E non pensiamo nemmeno in dimensioni storiche. Noi... almeno quelli che come me hanno delle visioni... agiamo nel rispetto delle prossime due-tre generazioni, ma proiettati ancora più in là. Noi non pensiamo in millenni: pensiamo in eoni
«Ts-ts...»
«...Tutti dicono No nukes!, come i tuoi strani amici...»
«Non toccare i miei amici...»
«… e invece noi puntiamo decisamente sull'energia atomica. Perché un giorno il sole si oscurerà e sarà grazie all'energia atomica che riusciremo a sopravvivere.» Mi sto scaldando oltremodo, ma non posso farci nulla. Mai come adesso ho sentito di avere grandi idee e sono sicuro di stare esprimendole in maniera logica e comprensibile. Sono un profeta della Nuova Era. «No nukes? Our mind works in a different way. Lasceremo questo pianeta a bordo di razzi a fissione nucleare. La Terra, del resto, è solo la prima tappa di un lungo viaggio. E che cosa sono duemila anni? O cinquemila? O diecimila?!»
Gina mi è venuta più vicino. «franc'O, guardami: io non sono un ologramma. Fai un sacco di chiacchiere ma la verità è che non mi prendi più in considerazione. O forse, per davvero, credi che io sia uno di quei giochini, di quei fantasmi o... come dici tu... sprite? franc'O, fammi parlare! Noi non viviamo in un film di fantascienza e la vita non è basata sulla matematica binaria. Le persone non sono come i bit, non sono zero o uno...»
Al più tardi in quell'istante sarei dovuto tornare in me, rinsavire. Avrei dovuto prenderla tra le braccia, portarla fuori a divertirsi. Invece, cocciutamente le ho detto: «Ne parliamo dopo» per rivolgermi di nuovo al monitor.
Gina. Oggi il sole è una fiaccola di cobalto e tu mi corri nelle vene come il coniglietto della Duracell. Ma la tua carne è remota. Sciolta per sempre nell'acido del tempo.




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domenica, gennaio 27, 2019

J.D. Salinger

Il giovane Holden è un romanzo che ha perso molto del suo fascino da quando è diventato una lettura semi-obbligatoria nelle scuole. Un po' come il film (e relativo romanzo) Arancia meccanica; e un po' come On the Road. Mitici - infatti - possono essere solo quei prodotti che scopro io insieme a pochi amici e/o anime gemelle sparse per il mondo, non quelli che mi vengono propinati dal mercato di massa, dal sistema educativo e che magari ritrovo nell'abitazione del mio banalissimo vicino di casa! 


Lessi Il giovane Holden in un'era "non sospetta" e il mio approccio non fu affatto sociologico, né avevo in mente di scriverci sopra un tema o che so io; lo consumai per puro divertissement, per intrattenermi (come facevo e ancora faccio per qualsiasi opera letteraria che mi capita a tiro), e ancora ringrazio Iddio, o Budda, che quel libro non mi fu imposto da nessun insegnante. Risultato: capii di non essere affatto un disadattato, bensì un ribelle - un dolce ribelle, e, forse in primis, uno spirito critico verso la società dei consumi: come Holden, appunto! Il disagio, in realtà, non era dentro di me, bensì nel mondo circostante. Il sospetto lo avevo sempre avuto, ma fu quel pazzo d'uno scrittore americano, quel Salinger, a darmene conferma.

      


La lettura risultò fondamentale per me.
In pratica Salinger si specializzò in storie che hanno come protagonisti adolescenti. Franny e Zooey, Seymour, Alzate l'architrave, carpentieri e Nove racconti sono gli altri suoi libri. Li ho letti tutti; in originale. Ma ovviamente Il giovane Holden è il suo migliore. Bello, tenero e veritiero il rapporto del protagonista con la sorellina Phoebe... ma non è l'unico aspetto rilevante. Sì, un libro stupendo; e molto importante.
Partendo da qui, un lettore di oggi (io divorai il romanzo in questione quando avevo l'età di Holden, e da allora ho riletto più volte) può forse passare alla Beat Generation, che dà ai lettori uno spaccato dell'America "altra" (che non è però "l'altra America", né necessariamente l'America "alternativa").

Non so comunque quanto Il giovane Holden possa incidere sulla vita dei ragazzi di oggi, dato che, soprattutto dagli Anni Novanta in poi, ci sono state un sacco di "imitazioni" (iniziando con Jack Frusciante è uscito dal gruppo, il fortunato esordio di Enrico Brizzi, saggio alchimista che ha mescolato Holden con Arancia meccanica di A. Burgess), ma d'altronde bisogna interrogarsi sul livello di percezione degli odierni adolescenti anche per quanto riguarda la conoscenza di altre opere-spartiacqua del periodo a cavallo tra Dopoguerra ed Estate dei Fiori / Summer of Love: penso soprattutto a Plexus di H. Miller e - per la Beat Generation - On the Road di J. Kerouac e la raccolta di poesie di A. Ginsberg Juke-box all'idrogeno.

The Catcher in the Rye: questo il titolo in originale del romanzo di J.D. Salinger, molto più bello e incisivo certamente de Il giovane Holden, ma praticamente intraducibile per gli italiani. D'altro canto, la fortuna del libro, da noi in Italia, si deve proprio alla traduzione: Adriana Motti fece un lavoro geniale, un po' inventando lo slang dal nulla, un po' rendendo il linguaggio della gioventù di allora ("e compagnia bella", "eccetera eccetera", "Cristo santo!", "e via discorrendo", "una cosa da lasciarti secco"...). Alla Motti, generazioni di italiani non smetteranno mai di essere grati: è grazie all'acume creativo di questa traduttrice che loro si sono divertiti - e si divertono - a ripetere le espressioni del ragazzo ebreo-americano, un po' illudendosi di vivere a Manhattan, anziché a... Regalbuto o Cantù-Cermenate.

***

Nel cinema? Mai! - Hanno voluto provarci in tanti a fare il film del Giovane Holden, da Billy Wilder a Steven Spielberg; ma nessuno in sessant’anni ci è mai riuscito. Il vecchio Salinger non ha mai voluto vendere al cinema i diritti del suo capolavoro, perché secondo lui era unactable: "Non può essere legittimamente separato dalla tecnica della prima persona che gli è propria", scriveva in una lettera del 19 luglio 1957 al produttore cinematografico Herbert.

Del resto lo scrittore si era già scottato le dita con Hollywood: nel 1949, il suo racconto "Uncle Wiggly in Connecticut" fu trasposto in una soap opera, e da quel momento Salinger, deluso dal risultato, decise di non volerne più sapere della "Mecca del cinema" e dintorni.


lunedì, dicembre 17, 2018

'Bohemian Rhapsody' merita la nostra attenzione?

Bohemian Rhapsody a me è piaciuto… ma bisogna capire che non è un vero e proprio ritratto dei Queen.

In questo pur bel film (bello esteticamente), Freddie Mercury e la band vengono presentati in maniera forse un po' troppo morbida, troppo fiabesca. Le problematiche vengono smussate, e lo stesso mondo dello show business sembra ritagliato a dimensione sogno, ingenuità, simil-Disney. Comunque, c'è la musica dei Queen. E il vero "champion" di tutta la faccenda è Rami Malek, che fornisce un'ottima interpretazione del personaggio Farrokh Bulsara alias Freddie Mercury.

Ecco una delle poche recensioni del film che a me sono piaciute: link (MoviePlayer)

venerdì, ottobre 12, 2018

Diablo Records, Inc.

Agli inizi aveva considerato Doctor Ph. alla stregua di un padre. Un padre severo. Un padrigno irreprensibile. Già al loro primo incontro l'uomo gli aveva segnalato di non ammettere ribellioni di sorta. Padrigno padrone. Aveva detto a Derek, chiaro e tondo, di reputare le sue ballate una merda. «Roba antiquata. Il tempo degli hippies è passato da un bel pezzo. C'è troppa melodia, tra l'altro. Folk-rock? Ma il folk-rock è musica da barbogi! Svegliati, ragazzo! Viviamo nell'èra dei computer... Ma non temere: ci pensiamo noi a metterti sulla strada giusta, eh?» Al che, la sua enclave (formata da tirapiedi, valletti, sicofanti) era scoppiata in una risata sboccata.







È un eBook che contiene un racconto "musicale" e di solito lo si trova a un euro o meno (!) su Amazon. Niente male per una long story, o novella, scritta anche bene. Da domani e per i prossimi 5 giorni sarà addirittura gratis, nella cornice della campagna promozionale della collana unQuartino (Skuro Connection).




sabato, settembre 22, 2018

Italia. La melma nera continua a salire...

Melma nera. (#melmanera)"
 Chiamiamo pure così le recrudescenze di violenza fascista cui si assiste, insieme a un razzismo sempre più diffuso, nell'ex Belpaese.



A Bari sono stati aggrediti i partecipanti a una manifestazione anti-Lega (molti di essi affiliati a Potere al Popolo), in Nord Italia (Veneto in primis) viene proibito a bambini di origine straniera di sedersi in mensa con gli altri...



Il fascismo non è un'opinione: è un mostro al servizio del potere, scagliato contro il popolo per reprimerne la libertà e togliergli i diritti.



Un mostro mitologico, sì, ma che purtroppo esiste davvero. Fermiamolo!


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domenica, giugno 10, 2018

E=m·c²


Questo è uno dei capitoli del mio libro Doktor Wolf - Storia di Hitler e del nazismo,  che prossimamente renderò disponibile come eBook. Vi si parla di Hitler (in uno dei suoi periodi di prima che diventasse Führer e dunque "guida" della Germania) nonché di Albert Einstein.
Su Einstein - come sanno i miei lettori più fedeli - ho già pubblicato un lavoro. Per chi volesse leggerlo, si intitola Einsteiniana.




EINSTEINIANA (essay)   collana unQuartino




Contiene: 

 ***************** 'Einsteiniana', 
**** 'Einstein, la biografia speciale' 
******* e il videogramma 'Genius!'





... e quindi ecco, di seguito, il capitolo tratto da Doktor Wolf.





E=m·c²



«E non tralasci di parlare della teoria della relatività» mi raccomanda Rudnicki.
Ludwig Ludwig approva solennemente: «Ja, ja. Eisenstein».
«Quello era un regista russo» ride Paola.
«Esenin?»
«Un poeta. Esenin era un poeta.»
«Kalinstein» dico, cercando di partecipare allo scherzo. Ma così riesco solo a mandare su tutte le furie il Grande Vecchio.
E dunque: si era nel 1905 quando un ometto dai capelli folti e crespi, ebreo (ma ebrei erano anche Marx e Freud...), rese pubblica un'ipotesi di lavoro che nientificava tutto quello che, nella meccanica tradizionale, aveva attinenza con il problema del movimento. Sotto il titolo di Teoria della Relatività, quegli studi resero famoso il loro autore. Il quale cercò di evitare i bagni nella torma: piegato sulle sue carte, continuò a fare conti – si trattava di fisica? di pura matematica? – sobbalzando ogni qual volta un rumore giungeva dall'esterno. A quel punto tirava fuori il suo orologio da tasca senza catena e con coperchio a scatto, scrutava con preoccupazione il quadrante e la sua fronte si imperlava.
Il lavoro di uno scienziato non deve tener conto della morale; ma quanto più tranquillamente esso potrebbe svolgersi se i capi di governo non cercassero incessantemente di venire in possesso di qualche arma micidiale! Quanto più tranquillamente, se i magnati della finanza (Rockefeller, Rothschild, Montefiore, Hirsch, Guggenheim, Morgan) la smettessero di pressare e spolpare l’ingegno, sfruttandolo per i propri profitti!
Albert Einstein ricacciava nel panciotto l'orologio e tornava ai suoi manoscritti.
Fin da Newton, l'esistenza di una massa costante non era mai stata messa in discussione. La teoria dei quanti di Planck, insieme alle conclusioni tratte dal danese Niels Bohr circa l'autentica struttura degli atomi (e avvalorate da test in laboratorio), sbugiardarono lo scienziato inglese. Per Newton, la massa "definisce" anche l'energia cinetica. Ora, in seguito alle moderne conoscenze, ogni sistema possiede in sé, insieme all'energia cinetica, anche quella termica. Ambedue le energie sono inseparabili. Ciò considerato, se la massa viene rappresentata dall'energia pura, in rapporto alla condizione termodinamica essa non può risultare costante.
Con la teoria della relatività Einstein andò oltre. Basandosi sugli esperimenti di Michelson, che dimostrarono che la velocità della luce non si lascia influenzare dai movimenti dei corpi attraversati, negò la concezione di tempo assoluto. D'ora in poi, grazie anche alla matematica di Lorentz e Minkowski – che ricorre a unità di tempo immaginarie – (ormai pure i fondamenti del calcolo infinitesimale posti da Newton e Leibnitz non reggevano più), non esistono né lunghezze assolute, né corpi perfettamente statici. Viene a mancare anche la possibilità di determinazioni quantitative e quindi la nozione classica di massa quale rapporto costante tra forza e accelerazione.
Vista nel suo insieme, la teoria della relatività è una combinazione di arte matematica, intuizione fisica e profondità filosofica. Appaiono tuttora straordinari il cinismo e l'avventatezza di queste ipotesi, che ammettono addirittura casi in cui i termini "prima" e "dopo" possono capovolgersi. Differentemente dalle scoperte di Max Planck, conosciute solo da un ristretto circolo di esperti, la teoria della relatività fu uno dei temi colloquiali prediletti anche dai "non addetti". Niente riesce a catalizzare la mente umana più degli assiomi sullo spazio e sul tempo, tanto più se questi assiomi sono rivoluzionari. Era stato così anche all'epoca di Galilei e Copernico, quando il sistema astronomico venne mutato completamente.
Al subentrare del XX secolo il mondo fisico si presentava strettino. Einstein fece saltare le barriere visive, aprendo lo sguardo su nuovi territori, dilatando gli orizzonti. Contamporaneamente però smentiva gli assertori di un universo infinito: il firmamento aveva adesso un raggio di soli 108 anni-luce.
Guardava l'orologio; e forse si sentiva un pizzico colpevole. "Ancora quanto?" si chiedeva. E, mentre studiava e pensava, nell'Africa sud-occidentale tedesca erompeva la rivolta degli Ottentotti. L'esercito colonizzatore di Guglielmo II riusciva a tenerla a bada fino a spegnerne del tutto i focolari... In occidente la gente si spostava sempre meno in omnibus (il tram trainato da cavalli) e "scopriva" l'automobile. Per il suo dipinto Il Bacio, che mostra una ragazza nuda, Klimt dovette trascorrere tre mesi in gattabuia. Il Simplicissimus, un periodico umoristico la cui mordace ironia non risparmiava nessuno dei personaggi della politica e del costume sociale, raggiungeva tirature altissime. (La censura sapeva dove colpire e dove, all'opposto, chiudere un occhio o entrambi.)
Mentre Einstein/Nietsnie sudava sul quadrante dell'orologio, il nuovo secolo lasciava intravvedere quel che sarebbe diventato: un'era funesta, piena di colpi di scena e colpi di maglio, di lampi di genio e lampi di morte. La chiave meccanica e il bisturi raccoglievano i primi trionfi. Nel 1909 fu dato l'annuncio della scoperta di un medicamento contro la sifilide: il 'Salversan'. Un decreto governativo stabilì che in Germania i bambini dai nove anni in su potevano lavorare in turni diurni; ciascun turno durava dieci ore. Il Kaiser ricevette a Potsdam la visita dello zar Nicola II. Nel 1911 vi fu la crisi del Marocco, per risolvere la quale il Reich inviò la nave da guerra Panther. Nel 1912-13 si svolsero le guerre balcaniche. "Ancora quanto?" si chiedeva l'omino. Poi, davanti allo specchio, si mostrava una lingua lunga lunga. "Ma sì, tanto il tempo non è che la quarta dimensione dello spazio!"
Il tempo è la quarta dimensione dello spazio. Ciò implica diverse conseguenze per la nostra percezione della realtà, dato che non possiamo limitarci a prendere atto delle novità sulla struttura dell'universo e sulla posizione del mondo e poi relegarle nell’archivio della nostra mente. Giorno per giorno facciamo esperienze che non sono analizzabili con il metodo scientifico, esperienze che non risultano comprensibili alla ragione. Il fatto è che, essendo per così dire prigionieri dentro una rete fenomenica, ci sfuggono i processi che avvengono al di fuori di essa. Tutt'intorno a noi regna la metafisica. (Gli esponenti della Scuola di Vienna credevano di essersi congedati definitivamente dalla metafisica, con due significative eccezioni: Wittgenstein e Karl Popper. Il primo, in special modo, limitò il mondo dello scientificamente esplicabile.) La realtà in sé non ha una struttura tale da essere intesa con i procedimenti della ricerca tradizionale...
"Finora gli scienziati hanno creduto che la realtà è come loro la percepiscono. Ma che ora è?"
La scienza è costretta a "tagliare" tranci di realtà e studiarli singolarmente. Ma non si può conoscere il tutto esaminandone piccole porzioni. È la fine dell'evo cartesiano: dobbiamo accettare il fatto che non tutto può essere posto sul vetrino del microscopio, che chiunque di noi può avere intuizioni non comunicabili, e perciò non catalogabili, e che queste intuizioni hanno uguale importanza di qualsiasi scoperta verificata.
"Ancora quanto?"
Oltre a ciò, nel momento in cui diciamo che il futuro è incerto, sottintendiamo una verità elementare e a un tempo sbalorditiva: che la Creazione... è tuttora in corso. E dove accade la Creazione? Dovunque: anche con l'uomo e nell'uomo. È lo stesso divenire – alcuni la chiamano "evoluzione" –, e il divenire non si svolge nel tempo: è il tempo!


E mentre Nietsnie/Einstein faceva scattare il coperchio dell'orologio da tasca senza catena e sudava, il giovanotto Adolf Hitler si trovava a Vienna, ospite di un asilo per uomini il cui titolare risultava essere un certo Schlomo H., ebreo.
Malaticcio e sprovvisto di mezzi, Adolf raccontò a Schlomo H. di essere orfano; di aver fatto parte, a quindici anni, di un coro, in qualità di baritono; di aver letto appassionatamente i romanzi di Karl May (il Salgari di Sassonia). E si mise prontamente in luce quale disprezzatore della razza ebrea (non gli giovava affatto stare in compagnia di questi "mangiatori d'aglio"), individuo supernevrotico, potenziale suicida. Aprì le sue cartelle mostrandone il contenuto a quegli altri disgraziati che abitavano lì (mendicanti, alcolizzati, studenti squattrinati): acquerelli nello stile di un "realismo radicale", per definizione dello stesso Hitler.
I pezzenti facevano: «Oooh, aaah». Solo Schlomo H. si mostrava scettico.
«Forse ti trovi al cospetto di un genio e lo ignori!» gli diceva il giovanotto, risentito.
E l'anziano ribatteva, sorridente come una sfinge: «L'aglio è una pianta molto salutare. Il botanico svedese Carl von Linné l'ha classificata sotto le liliacee, insieme al giglio, al giacinto, al colchico. I celti chiamavano l'aglio 'leek', che significa qualcosa come 'spezie gustose'. Per i francesi è l' 'ail commun' o anche 'perdrix de Gascogne'. Per gli inglesi 'common garlic'. Nel Ticino lo chiamano 'ai'...»
Hitler si metteva a menare colpi alla cieca. «Largo! Fate largo! Lasciatemi respirare, razza di giuda!» I cenciosi fuggivano in tutte le direzioni per tornare poi verso le rispettive brandine. «Bavosi ignoranti! Non insozzatemi! E via dai miei disegni!»
Placidamente, Schlomo H. seguitava ad alitargli: «Anche i tedeschi ne mangiano in abbondanza. Erroneamente lo chiamavano in passato 'Lauch', dunque 'porro'. In Altdeutsch si chiama 'Clofolauh', che deriva da 'clobo' (spaccare, dividere; un riferimento agli spicchi scindibili). Nel Waldeck dicono 'Knuflook', in Vestfalia 'Knuflaw', nella Boemia settentrionale 'Knóbluch', in Baviera e in Austria, come sai, 'Knofel'. Nella Svizzera dicono 'Chnoblach' mentre in Alsazia è il 'Knöblich'...»
«Basta...» rantolava Hitler, gettandosi sul suo giaciglio, piangente, esausto.
«Generalmente vale la denominazione 'Knoblauch': persino per noi ebrei. Universalmente valido rimane comunque il latino 'Alium sativum'» proseguì Schlomo, alzando la voce e chinandosi fino al pavimento, sgualcendo senza ritegno gli acquerelli sparpagliati: con le mani, con le ginocchia, con i piedi.
Il giovane artista cercava disperatamente distrazione uscendosene la sera. Con le ombre si tramutava in un lupo... in un Wolf. Ma Vienna lo stancava e lo deprimeva. La capitale austriaca confermava la nomea di città allegra e dal sesso facile.
Un giorno lasciò lo scarno rifugio e si diresse dritto filato all'Accademia delle Belle Arti. Il suo scopo: ottenere uno stipendio. Il responso degli esaminatori fu peggio di una doccia fredda: «Caro signore» gli dissero, «a lei dovrebbe essere interdetto di dipingere tutto quanto non sia una parete di cucina».
L'avvilimento, insieme alla tbc, lo mise al tappeto. E chi si prese cura di lui? Schlomo H., titolare di uno di quegli ospizi dove si gela d'inverno e si arde d'estate.


Il piccolo uomo dall'alto Q.I. fu scortato fuori dal suo studiolo. I rappresentanti della stampa riempivano la sala delle conferenze; in mezzo a loro c'erano già gli sgherri della NSDAP.

«Ma non dovevo parlare alle sedici?»
Il gorilla che lo affiancava lo informò: «Ora sono le quattro».

«Del pomeriggio. Dunque le sedici...»
«Dobbiamo rimandare? Facciamo alle sedici e trenta?»
«Vuol dire... le quattro e mezza?»
La guardia del corpo non aggiunse altro. Einstein, dal suo pulto, guardò i portavoci del mondo scientifico (non numerosissimi), i professori interessati e i lacchè, i segretari, i contabili, i tecnici, fiduciari del governo e del capitale.
Qualcuno si mostrò stupito che lui non avesse appunti con sé. Come mai?
Tutti volevano sapere cose assurde. «Non ne ho idea. Voi volete sapere da me l'ora...»
In realtà non glielo aveva chiesto nessuno.
«... e io posso rispondervi solo che tutti quanti siamo nuovamente con un piede dentro le caverne, all'Età della Pietra.»
«Nervoso?» gli chiese un professore.
«Normale! C'è la guerra.»
«Ma dove?»
«Laggiù. Là dietro. In Turchia... mi sembra.» E anche da noi, ribadì mentalmente.

Principiò la sua lezione, andando alla lavagna. No, non aveva bisogno di appunti. Mozart si scriveva in testa concerti interi... Scribacchiò un paio di formule, pensando: "Vogliono sapere quant'è relativo il loro tempo. Io l'ho capito, ma come spiegarglielo? Se non lo capiscono da sé... Bevono e non realizzano che l'acqua è composta da due gas".
Il gesso scricchiolò, lui si asciugò il sudore.
«Nell'Oceano Pacifico» rifletté a voce alta «c'è il meridiano... una linea invisibile, dunque... presso cui cambia la data.» Era difficile. Era come in Hölderlin: l'abisso tra il mondo dell'esperienza sensibile e quello dei concetti e delle parole è invalicabile. Si ricordò allegramente di qualcosa che aveva letto pochi giorni prima su un giornale: uno scienziato teorizzava che la Terra, vista dal cosmo, deve apparire rossiccia. E questo perché la sua atmosfera assorbirebbe l'azzurro dello spettro di luce.
Bislacca prospettiva...
"Che ora è?" tornò a chiedersi. "È già l'ora? O c'è tempo?"




Peter Patti – Doktor Wolf – Storia di Hitler e del nazismo.

Presto disponibile in formato eBook su Amazon. Ai primi che me ne faranno richiesta, manderò il file completo gratis nella casella di posta.


giovedì, giugno 07, 2018

Un capitolo da 'Doktor Wolf', docuromanzo su Hitler

Doktor Wolf - Storia di Hitler e sul nazismo è in procinto di uscire su eBook (Amazon).



Gratis per voi alcuni stralci del libro. Iniziamo da questo, che parla di un fratellastro di Adolf Hitler e dello scandalo della "Contessina Mizzi", che a suo tempo sconvolse Vienna e l'Austria intera.



IL FRATELLASTRO


Era nato a Braunau: dunque, sulla sua provenienza austriaca non vi sono dubbi di sorta. Nella casetta a Hafeld, dove trascorse parte dell'infanzia, abita oggi una famigliola di emigrati turchi: una stupenda ironia del caso, se pensiamo che giusto gli ospiti anatolici, nel mondo alemanno, sono fatti oggetto di intolleranza e discriminazione. Crebbe a Monaco e a Berlino in un'epoca in cui la modernizzazione dell'Europa incedeva spedita. Sia nella capitale bavarese sia in quella prussiana, si aggirava con espressione già allora decisamente circospetta, ombra tra le ombre, strisciando sui muri pieni di affissi. Reclame e manifesti mostravano figure femminili che pubblicizzavano i prodotti più eterogenei: dalle sigarette ai vibromassaggiatori, dai liquori ai mobili. Grugniva, Adolf/Wolf, per il disappunto, e i suoi occhi grigi si rischiaravano solo nel puntarsi sulla scia di una delle automobili costruite da Daimler e che portava l'appellativo "Mercedes".




Poi tornava a inghiottire bile, alitando cattivo sul profilo di qualche graziosa passante che però non si curava di lui. Con le donne non aveva fortuna. Le contadine gli risultavano troppo superficiali e santocchie, mentre quelle di città erano l'estremo opposto: sfrontate e... dispendiose. La loro più grande aspirazione? Riversare denaro nelle tasche dei creatori di pillole per il seno, di venditori di lozioni di bellezza e di spacciatori di apparecchi per la stimolazione corporale. In quegli anni avevano successo le "Pilules Orientales", che promettevano un petto turgido e giovanile, nonché il "vibratore Kolonis", sbraitato dalla pubblicità quale "amico di un seno bello". Il giovane s'adontava, mugugnava e, indossato un costume a strisce orizzontali bianche e nere, al bagno pubblico stupiva: finanche lì si vedevano sempre più ragazze, giovani e meno giovani.
Si schierava dalla parte dei benpensanti, di chi si scandalizzava; tuttavia, spesso e volentieri si recava d'estate sulla riva di fiumi e laghi o su qualche spiaggia del Mar Baltico: la voglia a fior di pelle e i denti digrignanti.
In determinati locali notturni si esibivano famose danzatrici, come Rita Sacchetto o le cinque Barrison Sisters, che mostravano le cosce nude... e qualcosina di più. L'ancora adolescente Wolf si lustrava gli occhi per, più tardi, sognare di un'ideale seduttrice nella solitudine della sua cameretta. Lei ha il volto innocente di una fanciulla e un fisico prosperoso coperto e non coperto dal corsetto rosso, fini calze di seta bianca e coulottes merlettate. Oh, il capriccioso frou-frou con i laccettini da allentare con un dito solo!... Lei si muove voluttuosamente ai piedi del misero giaciglio del giovanotto. Alta, magnifica, imponente, balla per lui sulle sue scarpette laccate, spesso facendogli male apposta coi tacchi...
La civilizzazione si ampliava, il termine "progresso" assumeva un significato magico, fatale. Lampade a gas, bicicletta e telefono divennero di uso pubblico. Si sarebbe detto che il Vecchio Continente stesse conoscendo gli splendori di un nuovo Rinascimento (se non nell'arte, almeno nello spirito d'innovazione). Ma come ignorare il grigiore della provincia tedesca prima del conflitto del Quindici-Diciotto, i lati tenebrosi, medievaleggianti, la "messa in riga" evocata dall'imperialismo prussiano? La sifilide – altrimenti denominata, per delicatezza, "epidemia del piacere" – mieteva tante vittime. Nella Germania del 1909 (Hitler aveva vent'anni) si contavano più o meno 180.000 bambini illegittimi. Ostetriche con e senza qualificazione lavoravano a pieno ritmo per procurare aborti. Wolf/Hitler trotterellava cauto e pronto a mordere tra la lascivia del carnevale senza fine, le orecchie appiattite contro la testa e la coda in mezzo alle gambe, malaticcio, scontento per ciò che i suoi sensi percepivano e, simultaneamente, sbavante di desiderio.
Di statura non alta e l'ossatura tutt'altro che robusta, sfigurava tra capifamiglia dai baffi a manubrio, teutonici sputasentenze e virili brontoloni. Però, come gran parte di loro, dava voce alla propria indignazione ogni qual volta uno scandalo scuoteva la facciata ingannevolmente integra, invulnerabile, della vita sociale. (La principessa ereditaria Luisa di Sassonia aveva piantato il marito per fuggirsene con Enrico Toselli, precettore dei suoi cinque pargoli di sangue blu.)
Anche se l'Austria amava prendersi gioco della Prussia e la Prussia dell'Austria, non bisogna dimenticare che queste due potenze in realtà si temevano e si rispettavano reciprocamente e che, nonostante l'idea di un unico Impero Germanico apparisse quanto mai illusoria e impraticabile, i due paesi non avevano soltanto la lingua come comune denominatore (a prescindere dalle variazioni dialettali).
A diciotto anni Hitler era tornato in Austria, a Vienna. Nostalgia "di casa"? Sviscerato attaccamento alla patria? Probabilmente solo una scelta dettata dalle vicende della vita. Nel 1912, ventitreenne, per sfuggire alla leva militare dell'esercito austriaco si nascose per cinque mesi nell'alloggio del fratellastro Alois, cameriere in quel di Liverpool.




Liverpool era una città industriale in forte espansione. Era il più importante porto europeo per i collegamenti con gli U.S.A. e divenne uno degli obiettivi principali per i flussi migratori dall'Europa continentale. Anche il tragico viaggio inaugurale del Titanic doveva in origine partire dal porto di Liverpool (ma in un secondo momento fu preferita Southampton).
A Liverpool Hitler non si trovò a suo agio. Non conosceva l'inglese e non riusciva a digerire gli usi e i costumi dei britannici. Pioveva spesso. E, sotto la pioggia, le passeggiatrici perdevano la loro arroganza, trasformandosi in patetiche figure dalla smorfia pastricciata.
Alois sopportava a malapena il fratellastro, ma lo sopportava. A volte parlò addirittura della prerogativa di trovargli una sistemazione nel mondo della gastronomia, sebbene il giovanotto non desse l'impressione di volersi aggobbire di lavoro. La moglie di Alois, Brigid Elizabeth Dowling, non celava affatto l'antipatia che nutriva per quell'ometto gramo e grigio che sembrava impersonare lo spirito più reazionario del Continente.
Brigid Elizabeth («Chiamami Lizzy») era una donna sicura di sé, conscia dei propri diritti e forte bevitrice di tè. Era nativa di Dublino e, pur se non bellissima, emanava uno charme matronale. Introdusse Wolf/Adolf all'astrologia (e forse anche all'occulta philosophia) e lo convinse a radersi la parte esterna dei baffi. Non è da escludere che il giovane esiliato si fosse innamorato della cognata e soffrisse non poco della freddezza e dell'aria di superiorità da lei palesate nei suoi confronti. Brigid era la dominatrice di quell'appartamentino in affitto sito sulla cintura del cafarnao di ciminiere (un paesaggio à la William Blake). Quando Alois si trovava al lavoro e Adolf, in opposizione ai propri principi etici, si intratteneva a casa da solo con la donna, lei non si sforzava nemmeno per incoraggiare la conversazione e, anzi, spesso usava un piumino o addirittura il manico di una scopa per costringerlo a cambiare di posizione e trasferirsi dal salottino in cucina, dalla cucina all'atrio.
«Hai avuto coraggio a sposare una straniera» Adolf disse una volta ad Alois.
Il fratellastro lo guardò stralunato. Non gli era sfuggito, inevitabilmente, il sottotono allusivo e ironico contenuto in quelle parole. «Mah!» ribatté, scuotendo la zucca. «Qui gli stranieri siamo noi
Wolf/Adolf grugnì e, rifiutando la ale che Alois gli porgeva – tanto dissimile dalla birra tedesca... –, seguì con gli occhi le circonvoluzioni che "Lizzy" compiva davanti a loro. E il suo sguardo si fece più acuto quando lei, sedutasi accanto al marito, si accese una sigaretta, aspirando il fumo con voluttà e ponendo una mano su una coscia del coniuge. Tra i cerchi grigioblu di fumo, la donna sorrideva all'ospite in segno di sfida. Ogni cosa, nella faccia mediocre ma orgogliosa della femmina britannica, sembrava dire: «Questo è un paese libero».
Di notte, dal suo covaccio improvvisato sul pavimento della cucina, Adolf li sentiva fare all'amore. Il loro letto cigolava e scricchiolava impietosamente e la cognata gemeva senza ritegno, lasciandosi andare perlopiù a una specie di rauco latrato, cosa che quando erano soli – ne era certo – lei non faceva mai.
Per il fratellastro non aveva mai nutrito un'ottima opinione e quella visita glielo fece disprezzare di più, rafforzandogli la convinzione che la famiglia, l'istituzione familiare, non è che una prigione, spirituale e fisica. Amor fraterno... che cosa significa? Pazzia e mania suicida. "La nostra casa" non è che un miserrimo insieme di stanze, strette e brutte, dove un uomo, delle donne e uno stuolo di bimbetti si agitano, fanno rumore, si sgridano e si picchiano reciprocamente. Umidità, oscurità, odori di tutti i generi. Una stalla di conigli, dove ogni emozione viene enfiata fino allo spasimo e un nonnulla fa presto a mutarsi in tragedia. Fratelli, sorelle, zii e zie... nient'altro che una frotta di esseri perversi, sadistici.
"Siamo a metà fratelli. E allora? Non significa nulla. Se tu potessi, mi vedresti volentieri rotolare nel fango e implorarti aiuto solo per dimostrarmi quanto sei magnanimo, quanto tieni a me, tendendomi una mano e facendomi vedere le mammelle scoperte di tua moglie."
Madri e padri, fratelli e sorelle. Ma anche mariti, spose, amanti. Povertà, infelicità. Tentazioni e penosi rimorsi. All'ultimo si rimane da soli, senza un tetto sulla testa, senza una speranza e senza un affetto. "Fratello? Ma che vuol dire? Un salame, questo Alois" pensò. Figli di più madri e vittime dell'unico e solo padre. "Di ariano in lui non c'è mai stato tanto..." concluse.
Alla vigilia della partenza ebbe voglia di fare qualcosa di estremo, di inaudito. Per tale scopo, pagò una prostituta. Ma fu praticamente per nulla: lei aveva insistito che usasse il preservativo e lui con una roba del genere non poteva amicarsi. Aveva inoltre dentro la testa le immagini della madre, Klara, e quella del padre, Alois Hitler, che la picchiava; e, dopo aver picchiato lei, picchiava anche Adolf/Wolf, nonché Alois junior e tutti gli altri figli avuti con le varie mogli. E rivisse i funerali di mamma Klara, stroncata da un cancro al seno, e fu riconquistato dal dolore, un dolore straziante e mai sopito.
Si fermò per un paio di giorni a Londra. Gli piacevano i piccioni di Trafalgar Square. Vagolò nel traffico che opprimeva Piccadilly. Nell'atmosfera dei più orridi scorci vittoriani, si sentì quasi come a casa propria. Però, che prezzi!... E dappertutto regnava un caos indescrivibile. Il popolino rischiava di affogare negli escrementi e l'unica consolazione sembrava essere l'alcool. Ma anche i ceti agiati mostravano una spiccata tendenza alla deboscia e all'anarchia. Non poche volte gli sembrò di cogliere improperi rivolti a Sua Maestà. Dunque, tutta una favola quel che si diceva sull'amore degli insulani per il loro sovrano? È degli anglosassoni l'espressione "The King can do no wrong". Evidentemente George V li rendeva tutt'altro che contenti...
Per strada, anche in pieno giorno, non vedeva che Lizzies. Sorseggiavano il tannino e berciavano bercia'. Ma cos'altro c'era da aspettarsi? Proprio in Inghilterra il movimento femminista andava a gonfie vele. Sylvia Pankhurst e le sue compagne avevano fatto un lavoro eccellente: iniziando meno di un decennio prima, erano riuscite a traforare la solida barriera del conservatorismo.
Un approccio con una passeggiatrice di Pimlico lo lasciò frustrato, debilitato. Fu oltremodo lieto quando il vapore lo portò lontano dalle bianche scogliere di Dover.
La "vescica francese", com'era chiamato il profilattico, era in voga anche in Germania, già dal principio del secolo. Il ritorno nella patria adottiva non gli risollevò il morale: tutt’altro... Dovunque lui andasse, da settentrione al meridione, dalla Sassonia alla Svevia, Dalla Renania alla Baviera, si imbatteva sempre più spesso nei segni del tempo nuovo. La condizione psichica generale si poteva riassumere con un unico vocabolo: isteria. La vita dura condotta dagli appartenenti al Quarto Stato, così come la falsa morale ereditata dai nuovi-vecchi strati altolocati (per i quali la religiosità non era una scelta convinta, bensì la forma esteriore di un obbligo intrinseco al loro habitat sociale), facevano a pugni con le correnti innovatrici dell'epoca.
Spazzare via tutto...
Le sopracciglia gli scendevano fino al mento quando si imbatteva in barbe lunghe, lunghi cappottoni di astrakan, dialoghi in yiddish. La simbiosi apparentemente perfetta di cultura europea e cultura ebraica (anche quella ancora strettamente legata al 'Chassid') aveva portato un numero sempre maggiore di Juden a occupare posizioni-chiave nella società e nelle istituzioni. Ma l'antisemitismo non smetteva di serpeggiare e tendeva anzi a non restare un fenomeno latente: ci furono parecchi casi di emarginazione ed esclusioni. Un esempio: studenti del ginnasio dovevano sentirsi rimproverare, dai compagni e dai professori, di non essere ariani e dunque di non potere afferrare, nella loro profondità, l'essenza e l'arte dei tedeschi. Nella Reichsglocke, giornale dell'era bismarckiana, si potevano leggere non poche frecciatine rivolte a chi faceva parte della stirpe giudaica.
Logicamente non soltanto in Germania l'ebreo veniva deriso, maltrattato, preso a calci. In Russia, molti negozi esponevano sulla porta questa scritta "cristiana":


'Ingresso vietato a cani, polacchi ed ebrei'.


Dove il sostantivo "cani" non occupava il primo posto solo per caso.
Gli ebrei furono costretti al nomadismo, non erano certo nomadi per piacere o vocazione! Quelli stanziatisi nell’Europa centro-orientale sono chiamati ashkenaziti e l’yiddish è la loro lingua.
Yiddish e tedesco si assomigliano non soltanto nel suono: hanno anche parecchie voci in comune. "Schneider", sarto, è una di esse. Eppure molti altri ebrei europei, nel loro vagare alla ricerca di una qualche meta, scelsero di non fermarsi in Germania: anziché integrarsi in qualche comunità ashkenazita in terra tedesca, preferirono proseguire verso la Francia, verso l'Inghilterra, o attraversarono l'Oceano, optando per il continente americano. Tra tutti i medioevi, quello germanico, blindato, dovette loro prospettarsi come il più spaventoso.
Malgrado ogni forma di boicottaggio nei loro confronti, in Germania non furono pochi i "Figli di Abramo" che poterono brillare: non soltanto nel sistema bancario e nel gioco degli scacchi, ma anche come scienziati di spessore internazionale, celebrità della musica, abili uomini politici... Incoerentemente, i più rigidi critici li incolparono di essere all'origine dello smarrimento dei valori in seno alla società tedesca.
Aggirandosi per le vie di Sodoma e Gomorra, Adolf Hitler stringeva gli occhi, come abbarbagliato. Le gonne diventavano più corte, femmine anche giovanissime usavano profumo e cipria... A tutto spiano, lui imprecava contro le mode correnti. E nottetempo, durante le ore di un'insonnia già cronica, fantasticava di scivolare oltre il pendio della perdizione; di cadere tra le grinfie di casalinghe affamate e sadiche. L'inspengibile fuoco della sua giovane età (ondate passionali che presto non avrebbe più conosciute) si consumava probabilmente sotto il manto di Onan. L'implacabile moralista sognava in segreto di essere tra gli invitati di un novello conte Veith...
A Vienna, dal 1904 al 1908, il nobile Marcel Veith aveva dato in affitto la propria figlia; nel salone della propria magione. La ragazza, nota come "contessina Mizzi", aveva quattordici anni quando fu "imprestata" per la prima volta. Gli uomini, dopo aver brevemente conferito con il conte, venivano condotti uno a uno al sofà dove Mizzi se ne stava semistraiata e lasciati soli con lei. Il presupposto dell’accordo era che potevano farle di tutto meno che depredarla della verginità. La contessina, trasfiguratasi celermente da ingenua servetta in serva smaliziata, sapeva d’altronde difendersi benissimo. Nessuno dei clienti se ne andava deluso. Anzi: molti tornarono ancora e ancora.




Nei quasi cinque anni in cui il conte Veith condusse siffatta impresa, la cassa familiare registrò cospicue entrate. Visitatori a non finire. Presumibilmente a quegli uomini era sempre mancato lo sfogo del proibito, era mancata la chance di esercitare variazioni fantasiose (tabù delle muliebri compagne). Ora potevano appagarsi delle gioie di cui avevano soltanto sentito dire o letto, andare al di là dell'atto comune, situare la loro mascolinità, la loro potenza, in una dimensione nuova, scaricandosi (cos'altro è l'eccitazione libidinosa se non un ristagno di energia elettrica?) su una creatura che, per gli anni che contava, poteva essere la loro figlioletta o persino la nipotina. La maggior parte di loro avrebbe volentieri coronato quella mezz'oretta presso la contessina Mizzi rubandole il frutto più prezioso, imbrattandola così, ferendola al centro della sua acerba sensibilità. Quale goduria sarebbe stata! Ma vollero rispettare i patti. Erano uomini d'onore, infine. E Mizzi stessa, che era accondiscendente in tutto, riguardo a quella sua speciale virtù mostrava un'inappuntabilità in vero meravigliosa per una puttanella di quell’età.
A sverginarla riuscì, nel 1906, un tassista del quale si era innamorata. Ma sia lei che il genitore tennero nascosto l'accaduto e persistettero a offrire agli altri clienti le prestazioni routinarie; niente di più o di meno.




Quando scoppiò lo scandalo, Hitler/Wolf era un ragazzo e non sognava neppure di potersi un giorno forgiare del titolo di "Dottore". Il caso del conte Veith e di sua figlia Mizzi fu una vera e propria bomba, le cui ripercussioni durarono per decenni: una faccenda a dir poco trivia che fece tremare Vienna tutta per il raccapriccio e le risate. Venne alla luce l'agenda della fanciulla, che conteneva i nominativi e i recapiti di politici, principi, grandi proprietari terrieri e altre personalità, con le date delle loro visite, le prestazioni e le tariffe. Cittadini al di sopra di ogni sospetto sfogliavano ogni mattina il giornale pieni di apprensione: subodoravano di vedervi stampato il proprio nome... I lettori comuni, apprendendo di volta in volta le novità su quella storia indecente, si battevano la fronte, alcuni comunque (le "rispettabili personalità") rodendosi dall'invidia. La lista degli invischiati ricchi e famosi si allungava ogni giorno di più...
La contessina Mizzi divenne un personaggio proverbiale. Purtroppo per lei, la fama non le fu di alcun vantaggio: non reggendo alla vergogna, la "mezza vergine" mise fine alla propria vita gettandosi nel Danubio.