domenica, aprile 04, 2021

Auguri, Francesco De Gregori!

 Uno dei cantautori che ci ha dato di più


   "Viva l'Italia"


Francesco De Gregori è nato a Roma il 4 aprile 1951. Dunque oggi celebra il compleanno (è il 70°). Noi ci uniamo agli auguri e alle celebrazioni riproponendo alcuni suoi brani.

   "Niente da capire" ("Le stelle sono tante...")

   "Alice non lo sa"

   "Pablo"

De Gregori inizia a suonare al Folkstudio di Roma dove conosce, tra gli altri, Antonello Venditti, con il quale pubblica il primo album nel 1971 (Theorius Campus). Il debutto da solista è nel 1973 con Alice non lo sa ma il vero successo arriva due anni dopo con Rimmel, che diventa uno dei dischi più venduti del decennio. Nella sua carriera ha pubblicato 21 album in studio più 16 live, testimonianza delle sue esibizioni dal vivo e delle tournée condivise con amici e colleghi, da Lucio Dalla (celebre il 'Banana Republic Tour') a Pino Daniele.

   "Quattro cani"

   "Rimmel"

   "Pezzi di vetro"

   "La casa di Hilde"

L'ombra di mio padre due volte la mia
Lui camminava ed io correvo
Sopra il sentiero di aghi di pino
La montagna era verde
Oltre quel monte il confine
Oltre il confine chissà
Oltre quel monte la casa di Hilde
Hmm, hmm, hmm, hmm, hmm
Hmm, hmm, hmm, hmm, hmm

Io mi ricordo che avevo paura
Quando bussammo alla porta
Ma lei sorrise e ci disse di entrare...


 

   "Piccola mela"
 

                                                                                                                                                                      


                                                                                                                                                                                 

   "Generale"



giovedì, marzo 25, 2021

Continua la 'disputatio' su Andrea Camilleri

 Camilleri e Montalbano, pro e contra. 

Qui (clicca) c'è il post iniziale. Adesso pubblichiamo il nuovo intervento di Alida Pardo, che replica a Giuseppe Alù. 


...non c’è nessun giallo ambientato in Sicilia, bensì c’è una “favola” che utilizza una trama purchessia, che si svolge in un paese inventato che adombra una strana e irreale Sicilia e che offre allo spettatore scene piacevoli e diversive.

Ciao, Giuseppe. Hai scritto veramente un bel testo, ricco di osservazioni acute e di momenti letterari pregevoli (dici che le scene deserte e immobili di Vigata ricordano De Chirico).

Dimentichi però una cosa, che quando un giudizio è dettato da autentico sentimento e non da partigianeria o, peggio, fanatismo, tale giudizio non può essere modificato. Riguarda il gusto personale, non l’intelligenza o la cultura, non è “attaccabile” da parte della ragione, è insomma insindacabile perché appartiene alla sfera delle emozioni. Io non sto contestando la natura di favola dei racconti del Commissario Montalbano, ma la loro grossolanità, l’insuperabile rozzezza. Tant’è vero che tu stesso dici:

i personaggi. Essi sono fissati nei loro immodificabili ruoli, come nella commedia dell’arte

La commedia dell’arte, se non ricordo male, è la forma più primitiva di teatro, essa è nata per il popolo e ad esso è inscindibilmente legata. È al livello di Claudio Villa, è come il Pappagone televisivo che faceva impazzire le comari il sabato sera. Se vogliamo fare un esempio attuale, è come Barbara D’Urso. Io sono (noi siamo) per Woody Allen e per Fabrizio de Andrè. Certamente Montalbano è un po’ meglio, ma solo un poco. Io stessa in quella paginetta ho detto che l’attore protagonista è bravo, che i suoi due collaboratori sono ben tratteggiati e ben recitati, che le ambientazioni sono stupende.



Aggiungi bei panorami, mare, paese arroccato sulla collinetta, donne bellissime scese da Vanity Fayr (siciliane?Ah ah!), casa sulla spiaggia che tutti sognano, ecc. Spettacolo che con garbo fa godere minuti di relax senza l’affanno dei soliti pensieri.

Qui sono sbalordita. Tu come immagini le siciliane di oggi, con baffi, scialli neri, gambe pelose, occhi bassi? Il tuo referente è Danilo Dolci, la Sicilia oscura dei primi anni del Novecento? C’è una gioventù tanto ignorante quanto bella fisicamente, ragazze alte un metro e ottanta, anche bionde di origine normanna, donne splendide che farebbero svegliare un impotente. Ragazzine che vanno in giro letteralmente nude, con pantaloncini sgambatissimi, (una esagerazione), una grande libertà di comportamenti, una sostanziale equiparazione al resto dell’Europa. Ma mi fermo qui perché è solo della bellezza che tu parlavi.

Con garbo. Non c’è garbo, per me, in un parlare sboccato e sguaiato, in comportamenti inventati sì, ma provinciali e analfabeti, ammiccanti per il portiere, seducenti per la parrucchiera.

Particolarmente sono stati apprezzati i comprimari-caratteristi, mogli, vecchi, notai, medici, tutti di una bravura straordinaria, assolutamente autentici nella loro recitazione.

Anche questo è un giudizio del tutto personale. A me i comprimari sono sembrati spesso caricature dalla recitazione forzata.

Noi siciliani siamo portati alla tragedia

Osservazione corretta e incontestabile. Ma, per controbilanciare, non bisogna abbandonarsi a “Favole” strapaesane e volgari. Mi citi i francesi con Maupassant esempio di leggerezza. Anche qui siamo in disaccordo: Maupassant è tremendamente serio, i suoi romanzi a tema sono più vicini alla tragedia che alla commedia. Di favole poetiche sono stati capaci al massimo livello La Fontaine e Saint-Exupéry.



Quasimodo non avrebbe mai scritto una poesia come quella di Montale che scende i gradini con la moglie Di leggerezza.

Montale è poeta aspro ed aristocratico, freddo e tagliente come quei suoi famosi “cocci di bottiglia”. La poesia dei gradini che tutti citano e che una volta ti ho commentato, non è per me una poesia leggera, ma una poesia non riuscita, che tutti ricordano solo perché l’ha scritta Montale, con versi assolutamente prosaici e stridenti (cito a memoria “poiché quattr’occhi vedono meglio di due”). Autentico e tenero il sentimento, mancata la realizzazione artistica.

La lingua è Inventata? Certamente, e allora? Se funziona, tutto va bene.

Anche qui la risposta non può essere che personale: per me non funziona. Funziona in che senso, poi? A determinare una finzione?

Io non dico che gli episodi di Montalbano mi dovrebbero toccare il cuore, non dobbiamo fare confusione di generi. Ma almeno divertire. Il fatto è che non mi divertono. A livello popolare, quando non eccedono, riesco ad accettare perfino Ficarra e Picone, c’è in loro un poco di ironia. Ma non sono mai riuscita a vedere i film di Franchi e Ingrassia, per quanto bravi attori.

E non è un caso che l’intero pacchetto sia stato acquistato da 49 paesi nel mondo e che dovunque ha ricevuto consensi. Stranieri che vengono in Sicilia e cercano Vigata!

L’Italia è vista all’estero come folclore: la pizza, la mafia, la pasta. Certo ti sembrerò seriosa se ti dico che preferirei che venissero in Sicilia ad ammirare i Templi Greci, il Duomo di Cefalù e i Chiostri delle Università. Sarei anche ingiusta comunque perché, se una cosa ha fatto la serie di Montalbano, è stata quella di mostrare una Sicilia fascinosa dal punto di vista paesaggistico e monumentale. Ma il fatto che chiedano di visitare Vigata mi fa pensare che la serie non è percepita nella sua dimensione di favola, ma di realtà stravolta e strapaesana, come l’Autore l’ha voluta.

una “realtà di fantasia” resa con eleganza formale.

Per me nessuna eleganza formale se non nei paesaggi e negli interni spettacolari, ma qui è la ricchezza della Sicilia che si impone. Un paio d’anni fa ho discusso con tuo fratello Giancarlo su Montalbano (lui lo adora, come ti sarà noto) e lui mi ha fatto un’osservazione interessante: viene mostrata una Sicilia prospera, borghese, fuori dagli schemi della miseria, dei lutti, della malasorte, delle zolfare. Ben venga la borghesia, ben venga il benessere ma, a parte il fatto che spesso si tratta della caricatura della borghesia, in una favola atemporale non potevano essere impiegati i vecchi schemi del neorealismo. In compenso viene fatto spazio ad altri schemi: i migranti, tutti buoni; le ragazzine che fanno la traversata, violentate; il barbone, da soccorrere e curare anche invitandolo a casa propria a fare una doccia (tu lo faresti?) e non basta, la fidanzatina melensa di Montalbano gli sottrae e forza i maglioni di cachemire per darli al pover’uomo, tanto lo sappiamo che i Commissari di Polizia sono riccastri e se ne possono comprare a decine. C’è uno strizzare l’occhio al buonismo ipocrita, ai temi di moda che non disdegnano un sinistrismo inopportuno ed ambiguo.



E poi, lo ripeto, lo schema della donna presentata com’è presentata per me è insopportabile: ecco una donna a peso, fatta di curve e protuberanze, quattro chili di mammelle, otto chili di sedere, dodici chili di stupidità. Tanto che l’unico personaggio femminile simpatico e fresco (nell’inverosimiglianza) è quello dell’amica svedese, almeno si respira un po’ di aria pura, un po’ d’amore per un sesso che non sia obliquo.

Ti ho consigliato i mesi scorsi una serie televisiva di produzione belga, Professor T. Se esamini le due serie, ti rendi conto che è moderna, leggera, elegante, con voli alla Fellini, tanto quanto l’altra è fatta di risate grasse, (scassare la m… rompere i gabbasisi) di personaggi antiquati e ripetitivi, di vezzi goliardici e popolari.

Agli stranieri piace? Non lo metto in dubbio. Segna però un abbassamento di livello rispetto a quell’Italia del cinema, Zeffirelli, Visconti, Antonioni e (nell’ambito della commedia onirica) Fellini, che ci aveva resi famosi in tutto il mondo.



Leggi anche: "Due pareri antitetici su Camilleri e Montalbano"

"Camilleri, il congedo" (Giuseppe Alù)

"La prima volta al Teatro dell'Opera: un racconto di G. Alù"

"I miei giorni ansiosi" (Alù)

"L'Indignazione" (Alù)


"Cercatori d'oro" (Anna Murabito)

"Quattro nuove poesie di Anna Murabito"

"Epidemia, marzo 2020" Versi di Alida Pardo (Anna Murabito)

"Le parole naufraghe" di Anna Murabito



domenica, marzo 21, 2021

Due pareri antitetici su Camilleri e Montalbano



Camilleri e Montalbano, pro e contra. Cominciamo con i "contra":
Alida Pardo. Di seguito, la replica di Giuseppe Alù

 


Alida Pardo


Ci deve essere qualcosa che non capisco in Camilleri. Forse una di quelle antipatie inconsulte che a volte si manifestano, inspiegabili, e rimangono attaccate al pensiero come una colla velenosa. Il suo aspetto fisico non lo ha favorito, ma questa non sarebbe una spiegazione: e allora Ungaretti? E Alda Merini?

Tutti sappiamo cos’è il colpo di fulmine, l’innamoramento irresistibile e irragionevole. Io ho provato la stessa cosa per Camilleri, ma al contrario. Un contro-innamoramento, un anti-innamoramento. Una sorta di black out comunicativo me l’ha fatto rigettare alla terza pagina del primo libro assaggiato, quando ho sentito la sua lingua assolutamente falsa. E la lingua è tutto per uno scrittore. Quella di Camilleri non corrisponde a nessun dialetto, nessun autentico siciliano ci si riconoscerebbe: è marcatamente “sicula” ma inventata, è stantia, forzata, greve. Lì è avvenuto il corto circuito. Non posso giudicarlo quindi come scrittore.


Però ho avuto un’esatta percezione del mito di Camilleri. Il suo Montalbano è soprattutto un personaggio televisivo apprezzatissimo e citato anche dalla mia parrucchiera che ha fatto un pellegrinaggio fino alla “sua” casa. Una casa che dovrebbe fare inorridire gli ecologisti e i magistrati che combattono contro gli abusi edilizi.

Ho visto alcune puntate della serie, conosciuta in tutto il mondo, mentre mio marito si rifugiava nella sua camera, lui è molto più schizzinoso di me. Ma non è che mi abbiano incantato. Ho apprezzato le magnifiche ambientazioni, i raffinati interni primo Novecento, la bravura dell’attore protagonista, il bel tratteggio dei suoi due collaboratori.

Ma questo è il fumo. L’arrosto sono le trame talora improbabili e contorte; i personaggi spesso caricaturali; le macchiette ripetute fino allo sfinimento, senza pudore (“La porta mi scappò”). Ammesso che la struttura dei “gialli” sia ben congegnata e che io ne sottolinei i difetti anche solo per antipatia, non ho mai capito perché si debba pagare questo prezzo. Perché cedere inspiegabilmente al consenso dell’Italia di Pappagone?

In un ambiente provinciale da far mancare l’aria, con le strade costantemente vuote, statico e deserto come un fondale di teatro, rappresentativo di una bellezza trascorsa e immobile, in una parola falso, si svolgono le complicate vicende di “masculi” di tutte le età ed estrazione sociale e “picciotte” (o “settantine”) che si amano, si odiano, si ricattano, fanno spudoratamente sesso, si uccidono, parlando una lingua sconosciuta e fasulla il cui significato, più che “ammucciato” è irritante. Ogni episodio è contrassegnato da litanie di dubbio gusto: la rappresentazione dei notabili delle Forze dell’Ordine, descritti come inverosimili imbecilli; le tirate del medico legale a suon di turpiloquio e rottura di “gabbasisi” con nauseanti abboffate di cannoli; il rapporto di Montalbano con la fidanzata nordica e ingenua, francamente stucchevole.


Forse ciò che maggiormente non sono riuscita a digerire nei telefilm di Montalbano è la sua concezione della donna. L’ostentazione imbarazzante del corpo femminile mi pare al limite dell’offensivo, col suo erotismo greve, ammiccamenti pronunciati, accavallamenti di gambe, allusioni insistenti. Le tette esplosive, i sederi che ondeggiano, gli spacchi nelle gonne mi sembrano espressione di una sessualità primitiva e assomigliano più alle fantasie masturbatorie di un vecchio che all’ironia di Woody Allen il quale a ottant’anni immagina magnifiche giovani donne nel suo letto. Tutte le donne di Camilleri sono corpo e solo corpo. O domestiche. Oppure (la fidanzata di Montalbano) gattine stucchevolmente gelose, carine, conformiste, buoniste, occasionalmente invadenti e soprattutto cretine. Mai anima, mai testa, mai passione, mai poesia.

Forse c’è un costante intento grottesco. Una continua strizzata d’occhio. Forse consiste proprio in questo il merito di Camilleri? Non so. Continuo a dire “non so”. So invece che ciò che ha incantato gli altri mi fa fuggire.

Non riesco a dire “de mortuis nil nisi bonum”. Ma mi piace ricordare Camilleri nel suo lungo, colto, commovente fino allo strazio “Dialogo con Tiresia”. Camilleri era anche altro da ciò che abbiamo visto con “Il commissario Montalbano”.


Expressioni, blog dell'autrice

 

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 Giuseppe Alù


Ciao Alida. Ti scrivo sul tuo giudizio su Montalbano.

Premessa. Il tuo giudizio è semplicemente perfetto. Ma non posso condividerlo del tutto. Cioè? Vedi, il discorso si fa ampio e complesso. Cercherò di renderlo più semplice e chiaro possibile.

 

Secondo me, tu guardi Montalbano da un punto di vista sbagliato. Tu pensi di vedere un giallo ambientato in Sicilia, e non lo trovi. Non lo trovi perché non c’è nessun giallo ambientato in Sicilia. E cosa c’è? C’è una “favola” che segue una trama ben congegnata, che si svolge in un paese immaginario che adombra una strana e irreale Sicilia e che offre allo spettatore due ore piacevoli e diversive. Tutto è immaginario, sono immaginarie le strade e le piazze, vuote, pulitissime, come quadri di De Chirico; così come immaginario è il nome stesso del paese, Vigata, che in Sicilia non esiste. Gli stessi personaggi di questa favola non sono persone, ma veri e propri “personaggi” mossi da un regista abilissimo. Le storie sono a volte complicate a volte semplici, ma servono per far agire i personaggi sulla scena. Essi sono fissati nei loro immodificabili ruoli, come nella commedia dell’arte: il medico legale è mangiatore di cannoli, il Questore è imbecille e prepotente (satira dei capi?), il vice commissario è donnaiolo fino allo sfinimento, Fazio è l’aiutante serio ed efficace, Catarella è scemo e nello stesso tempo un fenomeno nei computer… Un tocco di buffoneria un tempo c’era in ogni spettacolo. Aggiungi magnifici panorami, mare, paese arroccato sulla collinetta, donne bellissime scese da Vanity Fayr (siciliane? Mah!), casa sulla spiaggia che tutti sognano.. Particolarmente meritano una ammirazione sconfinata i comprimari-caratteristi, sfilano mogli, vecchi, notai, medici, tutti di una bravura straordinaria, assolutamente autentici nella loro recitazione. Essi mi sembrano il top degli episodi, tanto che mi chiedo in quali teatri di prosa siciliani lavorano simili attori che meriterebbero di essere conosciuti a livello nazionale.

 

Insomma uno spettacolo di svago che non può essere giudicato alla stregua di un lavoro impegnato e impegnativo.

 

  L'ultima storia con protagonista il commissario Montalbano Su Amazon

 

La lingua di Montalbano è Inventata? Certamente, e allora? Se funziona, va bene. Tra l’altro, tutto là è invenzione. E’ forse un difetto non essere un dialetto “preciso” (di quale paese, poi?) o non essere lingua ufficiale in un’opera di fantasia? Ricordo il grandissimo film di Brancaleone (Barbero ha detto che chi vuol capire il Medio Evo deve partire da Brancaleone). Per la lingua che si doveva usare nel film, furono officiati alcuni dei linguisti più noti nel Paese e ne venne fuori qualcosa di straordinariamente divertente ed efficace (“lo perché?”). Lingua inventata, appunto, di sana pianta. Sono sicuro che Boccaccio abbia inventato gran parte delle espressioni adoperate nel suo librone. L’arte ha bisogno di libertà, di sperimentazioni, di ricerca di maggiore efficacia, purché rimanga arte. Ma queste riflessioni sono certamente fuori misura se parliamo degli episodi del Commissario Montalbano.

 

E aggiungo: non è un caso che l’intero pacchetto degli episodi di Montalbano sia stato acquistato da 49 paesi nel mondo, e che dovunque abbia ricevuto ampi consensi. Stranieri che vengono in Sicilia cercano Vigata! Questo dovrebbe far scattare un campanello d’allarme circa il tuo giudizio negativo. Tutti questi apprezzamenti in patria e all’estero debbono averer un motivo. Ed il motivo è appunto che la serie raffigura, una “realtà di fantasia” resa in una forma gradevole. E’ a tutti chiaro che si tratta di “favole” e sorridono delle esagerazioni nel contorno del fatto narrato. Quando leggiamo con piacere la favola di Cappuccetto Rosso dove dalla pancia del lupo esce allegra e pimpante la nonna che era stata poco prima trangugiata dal lupo cattivo, noi siamo contenti, e non ci disturba l’assurdità della trovata; non vogliamo la verità della realtà, ma quella della fantasia. Ci sono “favole” del tempo passato e questa di Montalbano è una “favola” del mpo presente,un tempo che ci vede stufi di immagini cruente, di assassinii in primo piano e di scene feroci e truculente. O di storie sempre impegnative. Per questo Montalbano alla TV piace a molti. E anche a me.



Giuseppe Alù (Caltanissetta 1936) ha pubblicato La contessa Marianna, Mondadori 1989 (Premio San Vidal – Venezia – 1989); Storia e storie del Risorgimento a Treviso, Edizioni Galleria 1987; Lo scritto e il sigilloRaccolta di poesie 1971-1981. E: Tedeschi. Quadretti di una esposizione, Asterios 2018 (disponibile qui).

lunedì, marzo 08, 2021

Dante Alighieri / Durante — > pittura

Aspettando l'uscita del mio Durandus, romanzo (in lavorazione; but it's a hard job), ecco un paio di temi pittorici. Iniziamo con Henry Holiday. 
Holiday ("l'ultimo preraffaellita") volle illustrare l’incontro fra Dante e Beatrice (con il vestito bianco). Costei è accompagnata dall’amica Vanna e dietro di loro cammina la serva di Vanna. Il luogo: il Ponte Santa Trinita in Firenze. Con il Ponte Vecchio sullo sfondo. (1883). 




   
Vanna, monna Vanna, della quale Dante accenna nella Vita Nova, era l'amata di Guido Cavalcanti, il grande poeta amico dell'Alighieri. (Poi Guido sposerà una Beatrice... no, non "quella"!)
Così Dante Gabriel Rossetti, famoso preraffaellita, dipinse la Vanna, detta anche "La Primavera". (Lo stesso Rossetti aveva tradotto in inglese la Vita Nova, opera che amava.) La sua idea comunque era quella di raffigurare una nobildonna veneziana.
E quella che in realtà vediamo nel dipinto è una delle sue modelle preferite, Alexa Wilding. Non so se veramente la Wilding incarnasse l'ideale di bellezza "classico" italiano... Secondo me, no.


 "Monna Vanna". 1866 Dante Gabriel Rossetti 1828-1882 Purchased with assistance from
Sir Arthur Du Cros Bt and Sir Otto Beit KCMG through the Art Fund 1916

http://www.tate.org.uk/art/work/N03054

               


  Durandus. Quale delle due sceglierò come copertina? Vedremo. 


 




lunedì, febbraio 22, 2021

Il Sogno di Rubik - a un anno dal primo ascolto

Grande è l'impressione di questo nuovo ascolto brano-dopo-brano dell'album di debutto del duo Festinante-D'Elia, artisti di classe, che ci sanno davvero fare, e vediamo i perché del nostro giudizio positivo. (Non "il" ma "i" perché, al plurale.) 

Tentacles and Miracles è un album prog con tutti i crismi, energico ma mai scomposto, ricco di trucchi ed effetti; e che abbraccia diversi stili "avanguardistici", lontano da soluzioni banali, ponendosi in una dimensione di musica alternativa a prescindere, di sperimentazione gioiosa, con qualche punta addirittura kurt-weilliana e zappiana ("Silky Bliss and Black Waters", vera e propria mini-tragicommedia paragonabile a un'Opera da Tre Soldi da Terzo Millennio). (Molto suggestiva e teatrale è inoltre la traccia 6: "The planet of supreme satisfaction", che a noi, nella prima parte, ricorda i Gong.)



I due brani che devono fare da tirante, da trascinatori dell'album sono "Tentacles" e "The Timekeeper": trattasi di due tracce autenticamente hard/metal. Sulla stessa falsariga è "A better nightmare". Ma il lavoro è alquanto composito e vario. C'è, all'inizio, l'accenno a una fanfara rimembrante EL & P e, qua e là, ci imbattiamo in qualche prezioso giro di accordi chitarristico tipo folk prog. La narrazione si "rilassa" in un paio di suites altrettanto ben congegnate - e sfocia difatti, in dirittura d'arrivo, nella "Suite of miracles".


La differenza tra l'ascolto odierno e quello di quando uscì l'album (questa è la nostra recensione del giugno 2020, recensione che contiene tra l'altro una lista dell'instrumentarium) è che stavolta ci siamo immersi nelle finezze e nei trucchi usando alcuni diversi sistemi stereo. Così abbiamo "scoperto" o meglio riscoperto i raddoppi di voce e i cori capaci, abbiamo ammirato le pause strategiche, abbiamo meglio goduto dei cambi di tempo ingegnosi... oltre a (ri)cadere nell'orgasmo di una varietà di ottimi effetti speciali. 

Ciò per sottolineare, ancora una volta, il talento del gruppo (un duo in realtà, come già rimarcato), dove spicca la professionale bravura di Cosimo d'Elia alla voce - istrionesco a volte, graffiante e "satanico" nei momenti "metallari". Sono suoi i testi, e qui abbiamo a che fare con l'inglese rocambolesco dei poeti distopici, dei profeti della dissoluzione totale: un linguaggio perfettamente comprensibile a chi ha orecchie per sentire (a proposito: complimenti per l'eccellente pronuncia!).



Lo scritto nel libretto allegato è piuttosto minuscolo, tuttavia riusciamo a decifrarlo... ed ecco dunque alcuni dei messaggi recepiti. (Ad ogni modo, il cantante riesce abilmente a renderceli in maniera attorale, tanto da farci intendere il senso di ciascun brano anche senza che noi dobbiamo schiantarci gli occhi sullo stampato.)


"The well of miracles":


Welcome to my kingdom. It will be your labyrinth and my pleasure

Meat of rabbit for the cowards...

 


"Silky Bliss and Black Waters":


I left out all my sensations

I've been here before and what comes is gone forever (...)

It will turn into a new obsession and it will be so real

 


"Tentacles":


A dream is blind into my fire, keep your karma's style

I'm trying to push you into my depths

You're just a poor man who is taking last trip to the end

 


"In the Back of the Real":


Astrology, psychology, duality are complexities in my memory

I sleep another night before I start to pray

Incapable to guess. I'm a mask inside a nightmare

Incapable to stop, I'm looking for the back of the real

 


"A better nightmare":


You never gave up on me, so you deserve a better nightmare

 


Una selezione tanto per gradire.


 Buy here!




Giudizio positivo, dicevamo all'inizio (e come già espresso nel nostro primo articolo), dovuto anche all'originalità e alla spinta motivata e motivante dei due fautori. Davvero in gamba, se non addirittura geniali. Si sono certamente ritagliati una propria cifra stilistica partendo dall'insalata di stili già esistenti.

Il CD di Tentacles and Miracles lo abbiamo ascoltato fin quasi a consumarlo e occorre dire che il piacere non viene sminuito dalla reiterazione: anzi! E...

... e un uccellino ci ha sussurrato che Il Sogno Di Rubik sta lavorando all'opera seconda. Noi stiamo già in attesa, curiosi e speranzosi. 











sabato, febbraio 20, 2021

Comprate e fate comprare

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I Canachi.....

.......

#eBook


La vita degli emigrati (in #Germania) al tempo della Caduta del Muro

#letteratura #romanzo


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giovedì, gennaio 28, 2021

La prima volta al Teatro dell'Opera: un racconto di G. Alù

COME OGNI SERA

 (La Bohème)


di Giuseppe Alù


Era l’inverno del 1950 e Roma era scura e lucida di pioggia. Il mio compagno di scuola, Claudio, aveva una casa accogliente, una madre giovane e carina e una nonna simpatica come non se ne trovavano in giro e per questo andavo volentieri a fare i compiti da lui. Si scriveva, si chiacchierava, si faceva merenda - avevamo 14 anni, 14 anni del 1950 ! - e poi tornavo a casa contento e sereno. A casa mia, per la verità, non c’era un’aria molto diversa, ma era sempre la solita e quindi la casa di Claudio mi attirava di più. Tornato, cenavo con i miei, poi ripassavo un’ultima volta le lezioni per l’indomani e infine tiravo giù il letto, che di giorno sembrava un mobile, stretto e appoggiato alla parete più lunga della stanza, e mi coricavo. Ma non dormivo subito. O leggevo Salgari oppure accendevo la piccola radio vicino alla mia testa e la sintonizzavo sui programmi che trasmettevano le opere.



Perché fin da bambino in casa mia e dei miei nonni si erano sentite e cantate arie di opere e quindi mi piaceva riascoltarle quante più volte potevo. Conoscevo i nomi dei cantanti, li riconoscevo appena iniziavano a cantare, insomma mi crogiolavo nel mio rifugio notturno.

Un pomeriggio la nonna di Claudio ricevette la visita di una parente e siccome io e il mio amico facevamo i compiti sul tavolo della saletta da pranzo dove c’era, oltre alla macchina da cucire, anche il divano, mentre scrivevamo non potevamo non sentire i discorsi che le due donne, sedute sul divano, facevano. La parente parlava, abbastanza infuriata, del marito perché lui, con la scusa di lavorare di notte, sembrava frequentasse qualche altra... come dire... be’ insomma avevamo capito. E perché lavorava di notte ? Dai discorsi venne fuori che lavorava come elettricista al Teatro dell’Opera.

Smisi di pensare ad altro ! Lavorava al Teatro dell’Opera. Che fortuna ! Poteva entrare al teatro quando voleva, poteva assistere alle prove, anzi era lui che regolava le luci secondo gli ordini del regista ! Poteva conoscere i cantanti, sentirli parlare, vederli da vicino. Chissà com’era il Teatro dell’Opera nella realtà : dalle fotografie in bianco e nero dei giornali sembrava una meraviglia... Che fortuna poter fare un lavoro simile, che altro si poteva desiderare ?  Quando la signora si alzò per andar via, presi il coraggio a due mani e le domandai : “E’ vero che suo marito lavora all’Opera ?” Lo sapevo ma lo volevo sentire ancora. “Sì” mi rispose “perché ?” “Dico che è fortunato ad incontrare i cantanti, vederli da vicino, voglio dire, assistere alle prove, deve essere fantastico. Sarà contento di fare questo lavoro, non è vero ?” “A te piace l’opera ?” “Moltissimo”. “Vorresti vederne una ?” “In che senso, scusi ?” “Vedere un’opera al teatro”. Sorrisi e chinai gli occhi. “Mettiti d’accordo con Claudio e venerdì prossimo venite all’Opera e mio marito vedrà di farvi entrare”.



Non era possibile. Non lo dissi a casa perché non ci credevo del tutto. Mancavano quattro giorni al venerdì e chissà quante cose sarebbero successe perché io non andassi all’Opera. Mi potevo ammalare, si poteva ammalare Claudio, si poteva ammalare il marito della parente, insomma poteva succedere di tutto ; era meglio non pensarci e far trascorrere il tempo come non si attendesse niente. Facile a dirsi ! Intanto mi informai su quale opera davano venerdì : era “La Bohème”. La conoscevo bene, era la mia preferita, ma non ero mai riuscito ad immaginare in che modo poteva essere rappresentata sulla scena la storia dei quattro amici e di Mimì e Musetta.  Per me era solo musica e parole, la più accorata ed esaltante musica mai inventata e le più tristi e dolci parole mai cantate.

Non so come passarono quei giorni, giuro non lo so. Ma passarono. Lo dissi ai miei. Mia madre mi vestì con il vestito della domenica. Andai da Claudio (tutti fino ad allora stavano bene...) e con lui prendemmo il tram per il Teatro dell’Opera. Iniziava l’avventura. Claudio si presentò al marito della signora che ci aspettava all’ingresso e quello - un ometto piccolo, gentile, sorridente - ci disse di metterci vicino ad una delle uscite di sicurezza sul lato est del palazzo. Lì passammo più di mezz’ora, forse eravamo arrivati troppo in anticipo. Vedevamo auto nere arrivare, scendere uomini vestiti di nero (per fortuna il mio vestito era abbastanza scuro) con donne eleganti in abito lungo che si infilavano rapidamente nell’ingresso principale. Poi le macchine diradarono. Poi non venne più nessuno. In terra era bagnato perché a Roma in quel periodo pioveva tutti i giorni un po’ e le insegne luminose dei negozi si riflettevano colorate sull’asfalto. L’aria era fresca, umida e piacevole. Ma nessuno si faceva vivo. Improvvisamente vidi Claudio muoversi verso la porta (non mi ero accorto che si era aperta) e gli fui dietro. Ci attendeva una signora, una “maschera” vestita con un grembiule nero lucido (sembrava seta !) e un collettino candido, ci fece cenno di entrare ed entrammo. La seguimmo in silenzio e cominciammo a salire scale coperte da una passatoia di velluto rosso, si saliva senza fare il minimo rumore come su di un soffice cuscino d’aria. La “maschera” era una bella signora, bionda, con lo chignon alto, molto distinta e ci precedeva eretta nel busto. Salimmo e salimmo. Ad un certo punto ci trovammo davanti ad una pesante tenda di velluto, lei si fermò e ci fece segno di tacere. Il mio cuore batteva all’impazzata, mentre io ero di marmo. Rimanemmo lì qualche istante, poi si sentirono dall’altra parte della tenda degli applausi e fu allora che la signora scostò il tendone, ci fece passare e lo richiuse. Buio. Buio dovunque. Ci muovemmo a tentoni e capimmo di essere dietro ad una fila di sedili vuoti. A poco a poco gli occhi cominciarono a scorgere un chiarore che proveniva dal basso. Arrivammo al parapetto e guardammo in giù : cinque piani più in basso la luce bianca dei leggii dell’orchestra spandeva quel chiarore irreale. Ci sedemmo nella prima fila e poggiammo le braccia sul velluto del parapetto. E attendemmo. Era troppo per me per capire subito tutto. Rimasi passivo e incantato. Gli applausi che avevamo sentito erano per il direttore che stava facendo il suo ingresso in sala. Finiti gli applausi, il silenzio regnò sovrano.



Mi guardai attorno. Dove ero ? Mi sembrava tutto così strano, distinguevo poco, sentivo nel vuoto vibrare come un leggero fremito, una tensione indefinibile che si levava verso di noi ; forse era la presenza del pubblico, di tanta gente raccolta in attesa, di respiri, di movimenti impercettibili resi nitidi dall’acustica della sala, arrivava un che di vivente e di silenziosamente pulsante...  Il palcoscenico ci era di lato e molto in basso.

Si alzò il sipario. La mia anima seguì ciò che gli occhi vedevano e volò giù nella soffitta dove si trovavano Rodolfo e Marcello e da dove si scorgevano i cieli bigi e i mille comignoli di Parigi, e mi dimenticai di tutto. Quattro amici veri - incarnazione di un mio fanciullesco sogno ad occhi aperti - allegria, amore, vita... ogni cosa immersa in quella musica che ti graffia e accarezza l’anima. Ma dove la mia pelle dovette subire il brivido più crudele fu al momento supremo da me tanto atteso e temuto di quando Mimì, gaia fioraia, ci assicurò lieta che quando vien lo sgelo, il primo sole dell’aprile è il suo.

Mi riscossi con gli applausi di fine atto.  Potevamo applaudire anche noi ? o era meglio non dare nell’occhio, non farci notare ? Il sorvegliante del Teatro - sicuramente ce n’era uno da qualche parte - avrebbe potuto chiedersi : Ma chi sono quei due ? Mi accorsi però che accanto a noi, ma più verso il centro del piano, vi erano altre persone che applaudivano, e, sperando di confondermi con loro, applaudii forte anch’io.

L’intervallo mi offrì il teatro in tutto il suo splendore. Claudio guardava fisso davanti a sé, ma non volevo chiedergli niente perché avevo paura che mi proponesse di andar via. Tante teste sotto di noi, palchi, alcuni occupati altri vuoti. Gente, colori, profumi. Ammiravo tutto. Tutto mi pareva ammirevole. L’intervallo fu lungo ma non per me. Si spensero di nuovo le luci. Il chiacchiericcio diffuso divenne brusio, il brusio si fece sempre più leggero, poi morì. Tornò il direttore e tornarono gli applausi.

Non dimenticherò mai la gioia grande che mi diede il secondo atto. Vista dall’alto, quella folla variopinta di bambini, di soldati, di studenti che  festeggiavano la vigilia di Natale per le strade del Quartiere Latino mi entusiasmò. Molto meglio che vista dal basso, ne ero sicuro ! Quando poi cantò Musetta andai letteralmente in estasi ! Mi stavo innamorando di lei. Ero sul punto di tradire Mimì alla quale avevo giurato amore nel primo atto. La musica era perfetta, come l’avevo sentita cento volte, i cantanti perfetti, le scene perfette ed in più quella volta potevo finalmente vedere Musetta, deliziosa civetta che mangia i cuori, cantare il suo incantevole valzer, ed ero in paradiso.

Altro intervallo - la gente si alzava, ma dove andava? - e poi il terzo e il quarto atto e Mimì che sta per morire ed ha freddo alle mani sempre intirizzite, e Musetta che le porta il manicotto, Colline che si priva della vecchia zimarra, nelle cui tasche - mi era rimasto sempre impresso - erano passati filosofi e poeti ; e Rodolfo (ormai me stesso) che alla fine domanda sconvolto  agli amici “Che vuol dire quell’andare e venire, quel guardarmi così ! ?” Effettivamente era troppo. Guardavo giù, appoggiato al parapetto, e sentivo un importuno groppo alla gola. Non potevo farci niente. Sapevo che di lì a poco si sarebbero accese le luci e guai a farmi vedere da Claudio con gli occhi lucidi... Spinsi la bocca contro la manica sulla quale poggiavo il mento. Sentivo l’odore della lana umida e un po’ pungente della giacca invernale. Per distrarmi alzai anche gli occhi dove il lampadario del teatro sembrava un’enorme medusa in attesa di risplendere. Ma la tragedia avanzava inarrestabile. La fine mi stringeva la gola. Mimì morì tra i singhiozzi di Rodolfo e, porca miseria !, piansi anch’io.



Aspettavamo il tram della notte per tornare a casa. Arrivò. “È stato bello”  fece ad un certo punto Claudio. “Sì” risposi evasivamente. Non si era accorto di nulla, meno male. Scendemmo alla nostra fermata, ci salutammo e rincasai. Avevo il cuore gonfio di musica, di tristezza e di felicità. Mia madre era ancora sveglia. Forse, anzi sicuramente mi aspettava. “Come è stato ?” mi chiese. “Incredibile !” risposi. “Ora va a dormire che domani devi andare a scuola. Poi mi racconti”. “Buonanotte”. “Buonanotte”.  Come ogni sera...

 






Giuseppe Alù (Caltanissetta 1936) ha pubblicato La contessa Marianna, Mondadori 1989 (Premio San Vidal – Venezia – 1989); Storia e storie del Risorgimento a Treviso, Edizioni Galleria 1987; Lo scritto e il sigilloRaccolta di poesie 1971-1981. E: Tedeschi. Quadretti di una esposizione, Asterios 2018 (disponibile qui).



sabato, gennaio 09, 2021

Il miglior direttore d'orchestra di tutti i tempi

Carattere schivo e inquietitudine



 Carlos Kleiber, nato Karl Ludwig Kleiber (Berlino 1930 – Konjšica [Slovenia] 2004), è stato un direttore d'orchestra tedesco naturalizzato austriaco. 

In base a un sondaggio pubblicato in Italia dalla rivista Classic Voice nel dicembre 2011 è risultato, nel voto dei colleghi, il più grande direttore d'orchestra di tutti i tempi. (Vedi articolo "Vincono Kleiber e Abbado", su Repubblica.) Sono numerosi gli attestati di ammirazione da parte di autorevoli personalità del mondo musicale, come ad esempio Claudio Abbado in diverse interviste, Franco Zeffirelli nell'autobiografia, Svjatoslav Richter nei diari. 

Figura schiva, riservata e lontanissima dallo star system, fu interprete caratterizzato da un perfezionismo maniacale con un repertorio assai limitato soprattutto negli ultimi anni di attività. Tendeva ad approfondire continuamente l'indagine degli stessi brani.



Nato in Germania, all'età di dieci anni, dopo vari spostamenti, si trasferì in Argentina con la famiglia. In tale occasione cambiò nome da Karl Ludwig a Carlos. Il padre era il famoso direttore d'orchestra austriaco Erich Kleiber, emigrante dalla Germania per protesta contro il Partito Nazista. Nel 1980 Carlos acquisì la cittadinanza austriaca.


Ebbe un rapporto molto difficile con il genitore, che inizialmente non sostenne la sua carriera di musicista. Dapprima lavorò in piccoli teatri tedeschi di provincia, esordendo nel 1954 come direttore di operette con lo pseudonimo di Karl Keller nell'operetta Gasparone, uno dei capolavori del compositore austriaco Karl Millöcker, e in alcuni lavori poco conosciuti di Jacques Offenbach, ma l'esordio a Monaco (1968) e le stagioni a Vienna e Bayreuth negli Anni Settanta gli diedero grande fama. Nel 1976 esordì alla Scala di Milano con un'interpretazione del Der Rosenkavalier di Richard Strauss, a cui segurono l'Otello del 1977 e La Bohème del 1979; successivamente diresse repliche memorabili di Otello, Tristan und Isolde, La Bohème, Carmen, Wozzeck, La Traviata, Falstaff, Elektra, Die Fledermaus, Der Freischütz, e del citato Der Rosenkavalier.



Soprattutto nella seconda parte della carriera Kleiber ha sempre più centellinato le sue apparizioni sul podio. Innumerevoli le volte che ha annunciato - più o meno ufficialmente - l'intenzione di voler smettere di dirigere, salvo poi tornare a impugnare nuovamente la bacchetta, in occasione di sporadiche quanto memorabili esibizioni, che spesso avvenivano in sostituzione, all'ultimo momento, di direttori indisponibili.


L'ultimo concerto lo diresse a Cagliari, il 24 e il 26 febbraio 1999; l'orchestra era la Symphonieorchester des Bayerischen Rundfunks e il programma comprendeva la IV e la VII sinfonia di Beethoven.

Scomparve il 13 luglio del 2004. Per sua espressa volontà la notizia fu resa nota due giorni dopo la sepoltura e colse di sorpresa il mondo della musica classica. È sepolto in Slovenia, a Konjšica, accanto alla moglie, la ballerina slovena Stanislava Brezovar, morta sette mesi prima.



Discografia

Il suo perfezionismo lo portò a limitare anche il numero delle incisioni discografiche che restano tutte di grandissima importanza. Da ricordare in particolare le sinfonie di Ludwig van Beethoven da lui affrontate (la quarta, la quinta, la sesta e la settima), le registrazioni della Seconda e della Quarta sinfonia di Johannes Brahms, della Terza e Ottava di Schubert, delle opere teatrali già citate e dei due splendidi Concerti di Capodanno a Vienna del 1989 e del 1992, che restano tra i migliori mai realizzati. Per quanto concerne il Tristan und Isolde di Wagner va fatto riferimento non solo a quello "ufficiale" pubblicato dalla Deutsche Grammophon con la Staatskapelle Dresden, ma anche a quelli di Bayreuth (Golden Melodram) e di Milano (Myto Records). Esiste del Fledermaus di Strauss una doppia edizione, DVD o solo audio, che varia leggermente nel cast. Altre importanti registrazioni: il Freischütz di Weber e La Traviata di Verdi sempre con etichetta Deutsche Grammophon.


Beethoven, Sinf. n. 5, 7 - Kleiber/WPO - 1974/1976 Deutsche Grammophon

Brahms, Sinf. n. 4 - Kleiber/WPO - 1980 Deutsche Grammophon

Schubert, Sinf. n. 3, 8 - Kleiber/WPO - 1978 Deutsche Grammophon

Strauss, J. - Pipistrello - Kleiber/Varady/Prey - 1975 Deutsche Grammophon

Verdi, Traviata - Kleiber/Cotrubas/Domingo - 1976 Deutsche Grammophon

Wagner, Tristano e Isotta - Kleiber/Price/Kollo/Moll/Götz - 1981 Deutsche Grammophon

Weber, Franco cacciatore - Kleiber/Janowitz/Mathis/Crass - 1973 Deutsche Grammophon

Carlos Kleiber Conducts Johann Strauss, 1989 SONY BMG

Kleiber, Registrazioni orchestrali + Documentario 'A Memory' - Kleiber/WPO, 1974/1980 Deutsche Grammophon

1992 New Year's Concert In the 150th Jubilee Year of the Wiener Philharmoniker, Sony






 Dopo Herbert von Karajan, solo lui. Ma era forse più grande di Karajan. Solo, assai schivo: mai accettò una poltrona qualunque, mai concedeva interviste... e spesso occorreva corrispondere con lui tramite cartolina postale


     


 "Stanka" Brezovar  

 La tomba dei Kleiber nei pressi di Lubiana