sabato, gennaio 04, 2020

Capitolo 2 e Capitolo 3 di 'Transits'

 Da: Transits, romanzo (quanto?) distopico


2

Il plico con dentro il contratto definitivo d'assunzione mi arrivò via UPS.
«Non firmare!» mi esortò Allen.
Come al solito il mio compare sedeva in mutande su un tappetino lercio, sotto la lampada che penzolava nuda dal soffitto, in mezzo alla folta vegetazione che conferiva all'appartamento le sembianze di una serra. Era ben pasciuto ma, come me, eternamente affamato. Nonostante ciò, si incaponiva a non voler ingerire carne, ovvero "ciccia e tessuti animali", come diceva lui. La flora che gli cresceva tutt'intorno costituiva praticamente la base della sua alimentazione.
«Se firmi», aggiunse, «vendi l'anima al diavolo.»
Lo guardai incuriosito. La sua non poteva essere una psicosi da trip. Allen non si faceva mai di pillole. Per quanto possa sembrare strano, lui era nato così. A meno che... «Hai bevuto?» gli chiesi.
Effettivamente negli ultimi tempi aveva sviluppato un'insana attrazione per i superalcolici. Ci assomigliavamo anche in questo.
«Ho cannato qualcosa», rispose in maniera vaga. Poi m'investì: «Che intenzioni hai? Cambiare fronte? Prostituirti? Entrare nei meandri di affari oscuri, pacchetti azionari di dubbia provenienza e capitali riciclati?»
«Smettila di sclerare. Ho solo l'intenzione di lavorare, né più, né meno. Qualcuno deve pur pensare all'affitto, no? Ti assicuro che si tratta di un posto comodo e pulito. Sei ore al giorno per cinque giorni alla settimana. Mi pagheranno per giocare al computer e chattare con i colleghi.»
«La Kosmos Enterprise è un'opera di Satana!» incalzò lui. «Dietro la facciata delle attività economiche, questa multinazionale esercita un rigido controllo su tutto e tutti. Tut-ti. Anche su chi si illude di rimanere fuori dal gioco. E, scientemente, influisce sul nostro rapporto con la gente e con il potere. Intanto, nel caso tu non te ne fossi accorto, ha già ridefinito i concetti di proprietà privata, ricchezza, povertà... oltre ai valori morali.»
«Beh, allora possiede poteri divini!» dissi ridendo. «Ma tu che puoi saperne, amigo?»
Allen sollevò il suo triplo mento, accennando al laptop. «Lo so, invece. Monitorizzo la realtà, io: tramite Hypernet e alcuni contatti. Contatti telematici ma pure in carne e ossa.» E soggiunse, al di sopra della musica (Jimi Hendrix vibrava colpi d'ascia all'impazzata): «Avrei preferito apprendere che lavi i cessi del MacDonald's, piuttosto! Anche se, in sostanza, ogni ditta è una filiale della Kosmos, ormai. Tutta un'unica organizzazione. Ma non ti chiedi come mai hanno preso te, te che sei un picchio di nessuno?»
«Forse apprezzano le mie qualità.»
«Attento, Pat. Attento, ragazzo mio. Con quelli non si scherza! È un organismo troppo grosso.»
«Quelli? Hanno dunque un'identità precisa? E chi sarebbero, secondo te?»
Anziché rispondermi subito, Allen si accese la pipa, con i gesti ponderati che sempre accompagnavano tale rito. Emise un paio di sbuffi verdastri prima di riprendere a parlare. «Alla guida della K.E.-Europe risulta essere un certo "Mister Info", spalleggiato da alcuni vecchi hacker. Gli hacker occupano posti preminenti nell'intelaiatura mondiale della Kosmos. Dopo essere stati assunti, e dunque risucchiati dal sistema, questi ex ribelli ed ex fricchettoni sono diventati dei cybersauri. Persino le strutture inferiori... i sottopalchi, per così dire... sono sostenute da rivoluzionari della prima ora che hanno scelto di stare al gioco: gente che un tempo era come noi e che oggi si gongola nel nuovo ruolo. Traditori che si sono venduti in cambio di automobili veloci, ville con giardinieri e ferie ai tropici.»
La luce se ne andò, ma si riaccese subito. Un fenomeno naturale, nei nostri fetidi bassifondi.
Allen sbirciò nervosamente verso il frigorifero, dove conservava i suoi preziosi libri, e quando l'elettrodomestico, con un sospiro, un sibilo e un peto si rimise in funzione, tornò a squadrarmi con aria di sfida. «Nient'altro che dei venduti», rimarcò.
Scossi piano la testa. Venduti, già. Auto veloci, vacanze ai tropici... ma non è quello che desiderano tutti? Allen litigava sempre con mezzo mondo. Purtroppo per lui, era il mezzo mondo ad avere ragione. Avrebbe dovuto smetterla una volta per tutte di ripetere come un pappagallo le astrazioni di fanzine illegali, molte delle quali (stampate su plastotables, chiaramente, non su cellulosa) stavano sparpagliate sul pavimento, disposte a corona intorno al suo tappetino da yogi.
Impugnai la biro, dicendo: «La tua è una lotta controvento, amigo. Mettiti nella cabeza che gli anni Settanta non torneranno più. È vero, quello fu un periodo speciale, in cui anche i loser e i solitari si muovevano come fossero i protagonisti di un film. Almeno così mi è stato raccontato, dato che, come sai, io sono nato più tardi. Buon per te che hai potuto vivere di persona quell'Età dell'Oro. Il Terzo Millennio però è cominciato da un pezzo». E, detto ciò, scrissi il mio nome in calce al contratto: Patrizio Ferroni. Con tanto di svolazzi.









3

Entrai nella mensa con passo deciso. Dietro al banco c'erano alcune servitrici con cresta e grembulino bianco che si preoccuparono di caricarmi il vassoio di vivande: farfalle allo zafferano con gamberetti, beefsteak e torta alla crema e pinoli. Tutta roba marca Fruity Shock, ma dall'aspetto appetitoso. Cercando con lo sguardo una sedia vuota, notai con stupore che qualcuno mi faceva dei cenni: un tizio con la chioma selvaggia e il pizzetto da moschettiere. Mi appressai al suo tavolo, che era occupato da un campionario di quelli che si potrebbero definire "eterni teen-ager". Mentre ancora appoggiavo il vassoio sul ripiano di teflon, cominciarono a presentarsi: Adriano, Enrico, Anna, Celestina... E i loro cognomi! Niente di più banale: Vasapolli, Pagnotti, Mantovan... Per fortuna tra di loro usavano soltanto i nomignoli: Pussyboy, Fool, Johnny Blue, Colgate... Quest'ultimo apparteneva a una brunetta tuttacurve alla quale sorrisi estasiato.
«Salve, Patrizio!» esordì Colgate, come se fossimo amici di vecchia data. «Superato il momento difficile?»
Arrossii, mentre scivolavo su una sedia. Come facevano a...? Si vedeva? In effetti, dire che mi sentivo insicuro sarebbe un semplice eufemismo. Se devo essere esplicito, l'angoscia mi divorava. Non riuscivo a capacitarmi che la Kosmos Enterprise mi avesse accettato e temevo che da un momento all'altro qualcuno si accorgesse dell'errore e mi scaraventasse fuori. Boccheggiai in preda all'imbarazzo, ma i presenti si affrettarono a rassicurarmi: «All'inizio è stato lo stesso anche per noi. Io per esempio, dopo essere stato assunto», mi disse Pussyboy, ovvero il tizio con il pizzetto, «ho sofferto di cefalea di tensione, crampi addominali e così via».
«A chi lo dici!» intervenne Protia, una ragazza con il viso incorniciato da un caschetto di capelli neri e con un inconfutabile problema di girovita. «In me, l'ansia di sapermi una novellina si è manifestata con difficoltà a prendere sonno e spiccata tendenza all'ipocondria.»
Coro di risolini.
«E questo perché ignoravamo in che cosa consistessero le nostre mansioni», concluse Colgate.
La guardai. Aveva un corpo impeccabile e gli occhi velati da un leggero make-up. «E ora invece lo sapete?» inquisii, afferrando le posate.
«Più o meno. Ma presto lo saprai anche tu.»

     

                       




Iniziai a mangiare, rimuginando su quest'ultima asserzione.
«Già», disse un altro tizio, uno con la pronuncia gallica. Era alto e dinoccolato e aveva sulla mascella tracce di barba mal rasata. «E lo saprai grazie ad Aleph.»
«Aleph? E chi è?» chiesi a bocca piena.
«Il computer centrale», rispose Fool (cravatta infallibilmente perpendicolare e jeans comprati al Sisley Twenty-Twenty).
Colgate tornò a sorridermi. «Aleph. Hai colto l'allusione letteraria? Secondo Borges, Aleph è il punto "dove si raccolgono senza confondersi tutti i luoghi della terra".»
«Beh, sì, Hypernet», dissi con un'alzata di spalle.
«Punto it, punto com, punto org...» si mise a enumerare Protia, e gli altri risero.
«No, Hypernet è ancora niente», mi spiegò Fool. «Aleph, "the blessed machine" come dicono qui, ha ben altre funzioni.»
«A proposito di funzioni», feci, un po' irritato: «sono proprio ansioso di scoprire come si giustifica la mia presenza in questo luogo».
«Non hai una laurea e neppure aderenze sosciali, vero?» intervenne il tizio dinoccolato.
«Uhm. Io veramente...»
«Non devi mica vergognarti», tornò a rivolgermisi Colgate. «Siamo tutti nelle medesime condizioni, credimi.»
Lanciai un'occhiata circolare. E così, anche loro erano dei pivelli. Mi era parso infatti che fossero un po' strambi, e certamente inadatti a un lavoro di rilievo presso una company come la Kosmos. Ma la mensa sembrava pullulare di gente simile: neo-yuppies che indossavano abiti "vintage" ed esibivano capigliature singolari o altre particolarità discordanti. Un ammasso multirazziale, peraltro. C'era una ragazza di colore molto carina qualche tavolo più in là che stava a dialogare con un discendente dei vichinghi. E, in fondo alla sala, individuai Marilinda, in compagnia di altre impiegate o segretarie che fossero (quasi tutte bionde come lei). Notai che si era tinta le unghie dei piedi a tutti frutti, in neon. Beh, d'altronde cos'altro poteva fare per tutto il santo giorno la dipendente di un "boss" come me?
«Prima di entrare qui», ricominciò Colgate, «eravamo quel che comunemente si dice dei "falliti al cubo". Prendi il mio caso. Non facevo che bighellonare per tutte le orge della città.»
«Io invece ero presente a ogni party technorock», spiegò Fool.
«Mentre io non facevo un bel nulla», ammise candidamente Protia, la mora.
«Io idem», dichiarò Pussyboy. «Ero il classico segaiolo. Ma mi ha salvato la K.E. Accadde in una lontana estate densa di umori, di provocazioni femminili, di mutande stese al sole...»
La sua teatralità suscitò qualche altra risatina.
«E tu?» domandai al dinoccolato dall'accento francese.
L'uomo mi rivolse un'occhiata stanca prima di decidersi a sbottonarsi: «Insegnavo alle écoles moyennes. Alle scuole medie. Matematica».
Lo guardammo tutti con aria di commiserazione.
«Henri è, a conti fatti, il più qualificato di noi», osservò Colgate.
«E anche quello dal passato più squallido», commentò lo stesso Henri.
«Ma allora», insistei, «se la nostra matrice comune è essere nati perdenti, perché ci troviamo qui?»
Fu Johnny Blue a rispondermi: «La mia teoria... ma è solo una teoria, bada bene... è che fungiamo da materiale di sperimentazione».
Sussultai. «In che senso?»
«Siamo cavie, più o meno. Attraverso noi viene misurato l'eventuale grado di resistenza nelle Paludi del Non-Tempo... almeno a quanto mi pare di avere inteso.»
Dopo una pausa relativamente lunga, che mi servì a finire la torta, confessai di non aver capito un tubo.
«Capiremo meglio, tutti quanti, quando passeremo alla Fase Due. Per te ciò significa un'attesa di... vediamo... di circa tre anni.»
«La Fase Due di che cosa? Dell'esperimento?»
«Mais oui», rispose Henri. «Aleph però lo chiama in un altro modo. La denominazione ufficiale è: Codice Untergang.»
Scossi la testa, esausto ed esasperato, e ingollai dell'aranciata. Sorbole! Proprio buona. C'era la polpa e tutto. Sembrava vera.
Colgate mi sfiorò un braccio. «Sta' a sentire, Patrizio-baby: alla K.E. appartiene praticamente ogni cosa. Tutto quel che vedi, in qualsiasi parte del mondo, è proprietà esclusiva della ditta.»
«Eccetto forse i distributori di preservativi in Africa», gettò là Fool.
«No», lo contraddisse Colgate. «Anche quelli. La corporation non ha difficoltà ad arrivare addirittura fino ai boscimani. Quando si dice "mondo", si intende il mercato globale. La K.E. si occupa di cose grandi e piccole, di transgenetica così come di gomme da masticare. E del tempo.»
«Del nostro», opinai.
«Di quello di tutti quanti. Il tempo in generale.»
«E, per riflesso, anche della storia», intervenne Henri. Che proseguì: «Lo scopo di Codice Untergang è quello di procrastinare il futuro. La fisica moderna ci insegna che ogni cosa sottostà all'irrefragabile legge del tempo irreversibile. Et donc: Aleph, il computer centrale, ha varato un programma che tende ad accelerare il corso degli eventi... con un contemporaneo rallentamento del progresso. A proprio vantaggio, chiaro: così lui - Aleph - può inseguire il sogno dell'immortalità. Ma ciò va anche a vantaggio del genre humain».
«E rallentare il progresso tu lo definisci un vantaggio?» domandai nervosamente, dando un colpettino al mio vassoio. «No, smettetela! Mi state prendendo in giro. Cavie, Codice Untergang, gomme da masticare, preservativi... Non ci credete neppure voi. Sebbene...»
All'improvviso pensai all'amico Allen ed ebbi come una visione.
«Ma certo!» proruppi. «La Kosmos Enterprise si è comprata il mondo... l'universo... per poter stabilire il corso della storia! Ora comincio ad afferrare. Il vero potere non è conferito dall'accumulo di capitali, ma dal controllo sul divenire. La parola d'ordine è: no future. Già mezzo secolo fa William Burroughs si domandava: "Dove accidenti sono gli elicotteri individuali che ci avevano promesso?" E anch'io, da bambino, credevo che appena dopo il Duemila avrei preso la metropolitana a Mosca per poter sbucare un'ora dopo in una strada di Manhattan. Invece... Abbiamo oltrepassato da vent'anni... no, trenta... la soglia del Millennio e ancora non abbiamo il governo mondiale, non abbiamo né città su Marte né colonie sottomarine, e neppure automi che ci stirano le camicie o apparecchi di teleportazione. Abbiamo però i cloni, il genoma, l'intelligenza artificiale, i nanorobot: tutti fenomeni invisibili. Il domani è microcosmico. E presto lo sarà anche il presente. Noi umani siamo bestie troppo grosse: perciò, qualcos'altro dovrà nascere al posto nostro.»
I miei commensali si erano già alzati. Esibivano un'aria sconcertata. «Vieni, Pat», mi disse Colgate, sfiorandomi una spalla. «È ora di rientrare.»



(CONTINUA)

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venerdì, gennaio 03, 2020

Scriviamo l'anno MMXX. Ma quando cominciò questo schifo?



Siamo ancora vivi, a Terzo Millennio abbondantemente iniziato. E siamo addirittura nel MMXX!

Eccoci qua. Ancora vivi: chi a casa dei propri, infelice anche se vezzeggiato o comunque con un letto e due pasti al giorno a disposizione; e chi dislocato lontano, impegnato a conquistarsi giorno per giorno ciò che un essere umano di regola dovrebbe avere gratis, e cioè un tetto sulla testa e qualcosa da mettere sotto i denti.


Il mondo è un cimitero. Eterno novembre… 

Ci salvano solo l’Amore… e l’Arte.



Una mia “vecchia” opera: Villa Sunshine
“The future is unwritten” sosteneva Joe Strummer: “Il futuro non è stato ancora scritto”… Eppure gli Anni Ottanta – il decennio di Ronald Reagan – sono stati una sorta di pietra angolare per quello che è il nostro presente. È come se qualcuno, o un gruppo di persone, avesse allora deciso di “spezzare le gambe” ai movimenti libertari, alla coscienza di classe, e allo Stato sociale, seminando panico, terrore e inaugurando – istituzionalizzandolo! – il concetto di “vita precaria”. 

Sono del parere che la tragedia dell’11 Settembre 2001 (l’attacco alle Twin Towers, nel cuore di New York) affondi le sue radici negli Anni Ottanta.
Un decennio invero malaugurato: dopo almeno trent’anni di creatività ad alti livelli (e perciò una creatività spesso “sovversiva”), ecco sopraggiungere il declino della musica, della letteratura, del cinema.
Anche per quanto riguarda la moda trattasi di un periodo a dir poco strano (!)…
                        1987: A group of ‘goths’ in Trafalgar Square, London. (Photo by Keystone/Getty Images)
   Il romanzo Villa Sunshine  (su Amazon per Kindle) ha un’ambientazione rigorosamente italiana, e più precisamente nord-italiana: si svolge infatti tra il Lago di Como e Milano, e a raccontare è Hermann Schmidt.
   Ermanno, come lo chiamano gli amici, lavora in un istituto di ricerca genetica. Una sera, mentre fa la vivisezione di alcune cavie, viene sopraffatto dalla stanchezza e la mente gli gioca uno strano scherzo: nell’atmosfera tetra del laboratorio, egli si ritrova a rievocare il fantasma di Mara, la sua ragazza di una volta, “perduta” a un capriccio giovanile di lei o al carisma indecifrabile di un tale letteralmente piovuto dal cielo e che risponde al nome di Venceslao Pilleschi.
   All’apoteosi del suo solipsismo, il dottore si augura fortemente di rivedere l’antica fiamma, che nel frattempo dev’essere una donna matura. Non solo: Hermann auspica persino di rincontrare l’individuo che gliel’ha soffiata… Perché quel tale, quel Vence, era anche suo amico, e l’amicizia ha un ruolo fondamentale nella sua vita (così come è fondamentale per tutti i personaggi che conosceremo in seguito).
   Ermanno Schmidt nutre dunque un nostalgico desiderio; ma la sua è anche vera e propria precognizione. Per quanto lo riguarda, lui dà per scontato che rivedrà presto entrambi (Mara e Venceslao), che li ritroverà… Semplicemente perché loro gli stanno mandando segnali telepatici, comunicandogli che vogliono farsi ritrovare.
   A cavallo delle memorie di Hermann o Ermanno Schmidt, ci vediamo ricatapultati a diversi anni prima: più precisamente, alla data dell’incontro della coppia Hermann-Mara con il misterioso Vence(slao) Pilleschi. L’atmosfera è quasi onirica; come nel ricordo di una mente stanca e confusa (quale in effetti è lo spirito del ricercatore genetico). L’incontro (quasi scontro) si svolge in circostanze surreali, ed è arricchito da elementi e fenomeni improbabili, simboleggianti i segni di una stravolgente svolta (geofisica, più che sociale) della Terra.
                              ***
   “Mi chiamo Venceslao Pilleschi”, si presenta lo sconosciuto – l’alieno – a lui e a Mara.
   Fin da subito, Venceslao/Vence si rivela essere un bambinone, completamente inadatto alla vita degli uomini; o, almeno, alla vita come essa è concepita nel paesino di provincia in cui vive la coppietta, che lo ha “adottato”. Ben presto, il biondo, irrequieto Vence si dice annoiato e decide di trasferirsi a Milano, dove – sorprendentemente – riesce a riscuotere successo in vari campi, imparando ad adattarsi in tanti ruoli; la sua specialità è di cambiare a piacimento maschere e costumi, come un attore mestierante. Ma anche nella metropoli la vita è dura, e Vence (che tra l’altro è mancino e inadeguato a svolgere la maggior parte dei lavori manuali) si vedrà costretto ad ammettere la debacle personale, per tornare infine al piccolo paese – presso i suoi tutori -, dove poter leccare le proprie ferite in santa pace. E lì, nella sperduta provincia dall’aura vagamente celtica, troverà consolazione nell’abbraccio della benevolente Mara…
   La ragazza è talmente innamorata di lui da abbandonare l’esterrefatto Hermann e sparire insieme all'”angelo biondo” risanato. Con il suo nuovo compagno, si inoltrerà nei meandri della grande città, mostruoso macchinario costruito apposta per inghiottire tante esistenze.
   Da questo punto in poi, il romanzo diventa più realistico, più concreto. I contorni non sono più sfumati, e gli elementi architettonici (in Villa Sunshine l’architettura occupa una posizione predominante) sono costituiti da oggetti ben tangibili, da spazi e corpi riconoscibili. Siamo nell’oggi: 1982, 1983. Mara, ormai una donna non più giovanissima, sta di continuo in attesa che qualcuno le riporti indietro il “suo uomo”: Vence. In tutti questi anni, Vence è rimasto infatti – almeno in spirito – il bambinone di una volta, e, irresponsabile com’è, latita: anche perché schiavo delle droghe sintetiche (dunque, continuamente “in ruota”).
   Attorno a Villa Sunshine (la casa in cui la coppia Mara-Vence si era illusa di poter fondare un nido d’amore) ruotano diversi personaggi, tutta gente che va verso la quarantina o l’ha già superata: lo sgangherato El Cato (un musicista rock dall’aspetto spagnoleggiante), un disastrato – e disonesto, bisogna aggiungere – uomo politico del Sud Italia, la sorella di Mara (un tempo reginetta di bellezza, oggi divenuta un’insopportabile matrona) e il marito di costei, che ha la passione dell’architettura. Proprio dall’architetto wannabé Mara deve sorbirsi valanghe di consigli sui cambiamenti che si potrebbero effettuare per migliorare esteticamente la villa… Ma lei è distratta, lei è interessata soltanto a un celere – quanto improbabile – ritorno del compagno. Si accorge di invecchiare, sente di star sciupando la propria vita, e, a più riprese (a volte con tono lievemente isterico), esorta i frequentatori della sua dimora a riportargli indietro il suo “uomo-bambino”…
   Per caso (o destino) sarà invece Hermann Schmidt, l’infelice dottorino di una volta, votatosi intanto al celibato, a “ripescare” Venceslao dai marciapiedi milanesi e a ricondurlo da Mara. Hermann Schmidt si vedrà pure messo nella situazione di dover indagare seriamente sulla vera provenienza di questo “idiota bello”, in quanto la ragione gli suggerisce che Vence non può essere né un Messo Celeste, né tantomeno un… marziano sperdutosi nel corso di una missione spaziale.
   Il romanzo sfuma in un’atmosfera di cupa malinconia, con la scomparsa definitiva di un umano-troppo-umano Vence(slao) Pilleschi e con la sempre più decrepita Villa Sunshine piena di persone (“amici” di Vence, ma anche amici l’un l’altro) che non fanno che vegetare sognando dei bei tempi andati. “Bei” perché vissuti all’insegna di una pseudomilitanza politica o quantomeno ideologica sotto la guida di un Venceslao Pilleschi allora brillante. Il sospetto che si insinua nel lettore, in queste ultime pagine del romanzo, è che Villa Sunshine sia in realtà una casa di riposo per esistenze derelitte, e che Mara sia una sorta di infermiera che deve prendersi cura di loro.
                                               ***
   Attraverso immagini metaforiche trasposte senza alcuna retorica, il romanzo vuole essere l’anamorfosi di un’Italia che riesce a mantenere la sua bellezza, la sua unicità, nonostante ogni turpitudine etica e sociale. È anche un romanzo “d’arte”, nel senso che, oltre che di architettura, vi si parla (attraverso le bocche dei vari personaggi) di musica, di pittura, e perfino di misteri archeologici.



   eBook

       



lunedì, dicembre 30, 2019

'Transits' - secondo assaggio di lettura


Una company o un laboratorio di sperimentazione sociale?
                         Un ulteriore assaggio del romanzo distopico Transits
                                            di Peter Patti



Nell'androne, in mezzo a mucchi di immondizia, alcuni bambini giocavano con i loro miniesemplari di equus. Erano tra i più fortunati: di solito questi giocattoli (imitazioni ben riuscite degli ippoandroidi in dotazione all'esercito) potevano permetterseli in pochi, dato che costavano un occhio della testa.
Uno dei ragazzini aveva con sé un piccolo cane che, nel vedermi, abbaiò selvaggiamente.
Mi chinai sul pulcioso dicendo: «Sai solo abbaiare, cagnolino? Non mordi mai?»
«Attento che morde pure!» esclamò il moccioso, che era affetto da strabismo.
Lo osservai inarcando le sopracciglia. Conoscevo suo padre: nel suo appartamento allevava cani, e anche gatti, che faceva ingrassare prima di spacciarli come prelibatezze. Erano prelibatezze. Io stesso avevo mangiato di quella carne sotto gli occhi inorriditi di Allen, che era un vegetariano della prima ora, e potevo dunque testimoniarne la bontà.
«Non puoi giocare come gli altri, eh?» dissi al piccolo strabico.
«Si chiama Bello», si limitò a dire lui, trattenendo il cane che, ora ringhiando, avrebbe voluto avventarmisi contro, attentando alla salute dei miei calzoni.
«O-oh», feci, sgusciando via. «Scommetto che non ha nemmeno un pedigree.»
Guercino mi guardò senza capire.
«Un albero genealogico. Una famiglia. Non ce l'ha.»
«Oh sì, invece», mi contraddisse, mentre io ero già sul portone. «La mamma di Bello si chiama Momo, i fratelli Ingo e Immo. Il papà, Dracula, è morto lo scorso dicembre.»
«Morto cucinato», lanciai da dietro le mie spalle.
La strada pullulava di gente: l'armata dei senzalavoro. Non si può dire però che fossero sfaccendati. Da quando il governo non elargiva più il sussidio di sopravvivenza, i cittadini si dedicavano a molteplici traffici. Chi non si ingegnava, chi non aveva nulla da vendere, nemmeno i propri organi, finiva indigente, a morire sotto un ponte o un cavalcavia.
A me serviva urgentemente un lavoro. Non che temessi di trapassare in uno degli ormai numerosi "cimiteri dei morti di fame", come li chiamavano: finché Allen godeva di ottima salute, sarei potuto rimanere al sicuro con lui. Era soprattutto per ricaricare la mia Moneycard. Senza crediti a sufficienza, ci si sente più vulnerabili, a parte che la vita non è vita.
Era una bella mattina primaverile e fu perciò un piacere attraversare a piedi l'intera città. Era ancora troppo presto per imbattersi in qualche criminale prezzolato o in desperados armati di clava o coltello: la feccia più spietata sarebbe uscita solo con il calare delle tenebre, come gli scarafaggi.
Dopo aver ammirato per un po' il frontespizio del palazzo su cui capeggiavano le lettere "K.E.", spinsi la porta ad aria compressa e puntai sulla ragazza al desk. Lei mi indicò l'ascensore dicendomi a che piano dovevo salire. Intanto un guardiano in uniforme, con il distintivo della corporazione e il revolver bene in vista, stava a scrutarmi da rispettosa distanza.
Sbucai dall'ascensore in un corridoio pieno di lampade fluorescenti che diffondevano una luce biancastra. L'ufficio del researcher era a sinistra. Picchiai sulla porta ed entrai.
L'uomo aveva una testa a forma di proiettile e la voce rauca, come se un acido gli avesse corroso le corde vocali. Dopo i preliminari, mi pose alcune domande all'apparenza innocue ma che in realtà - come ben sapevo - erano parte integrante della prova attitudinale. Poiché non avevo nulla da perdere, risposi inalberando una buona dose di affabilità. A un dato punto lui scattò in avanti (parve quasi che la sua testa-proiettile fosse stata sparata da un cannone) e si alzò. Vidi che teneva qualcosa in mano: un mini-recorder. Notando la mia espressione irretita, mi spiegò: «È per i nostri archivi, sa». Poi mi mostrò alcuni grafici, parlando a ruota libera. Io guardai quelle proiezioni di disegni euclidei dicendo di sì senza capire un accidente. Infine venni mandato al controllo medico, dove non fecero altro che prelevarmi un po' di sangue.


Quando mi riconvocarono, un'ora dopo, mi stupii di sentire il researcher esclamare: «Congratulazioni, signor Ferroni! Il posto è suo». A conferma di quelle parole premette un bottone, e nel mio cranio le campane di una chiesa si misero a suonare a festa.
Fece il suo ingresso una venere bionda. «Questa è Marilinda», annunciò l'uomo. «Da oggi sarà la sua segretaria personale.»
Ero stordito, titubante. In fondo si trattava del primo colloquio di selezione che superavo... e già mi assegnavano la segretaria! La mia perplessità era dunque giustificabile. Nondimeno, fu con delizia che mi posi sulla scia di quella sventola di ragazza. Prendemmo l'ascensore, che già odorava di essenze ma che subito si impregnò del profumo - certamente costoso - di Marilinda, poi percorremmo lunghi corridoi rivestiti di coni fonoassorbenti, finché lei non si arrestò davanti a una porta.
Si chinò sul display e digitò la chiave d'accesso. Quindi mi lasciò il passo.
Era un ufficio ampio, dai vetri fumé e con una scrivania nuova fiammante. "Però!" pensai. "Niente male." Già: niente male per uno del mio stampo, per uno come Pat Ferroni, che per anni aveva mendicato un posto di lavoro qualsiasi e che non poteva certo vantare referenze attendibili.
La segretaria poggiò sulla scrivania due cartelle, dicendomi che vi avrei trovato tutte le informazioni che mi occorrevano. Dopo mi dedicò un sorriso smagliante e concluse: «Per qualsiasi cosa, mi chiami all'interfono».
«Senz'altro. Grazie, Marilinda.»
Aprii la prima cartella, su cui spiccava la scritta "Business Portfolio". Era piena di cifre e istogrammi che io non comprendevo e che forse mai avrei compreso. Passai alla successiva, quella dei "First steps per i nuovi impiegati - Fase Uno". Lessi:
"For any organization, large or small, communicating is important to being effective. Frequent communications with customers, employees, investors, or partners is a key driver to success".
Il testo parlava inoltre di "partecipazioni della Kosmos Enterprise a vari settori pubblici", di "proventi autoriproducentisi", di "Corporate Identity" e roba del genere. Scoppiai a ridere. Era tutto fumo, aria calda: non mi aiutava a capire nulla sulla natura dell'azienda, né quel che pretendevano da me.
Per gioco, e anche per fare una specie di prova tecnica, chiamai la bionda all'interfono.
«Sì?»
Non sapendo che cosa dirle, le domandai: «Di regola a che ora è fissata la fine della giornata lavorativa?»
«Alle quindici, signor Ferroni.»
La ringraziai e chiusi la comunicazione. Mi misi a occhieggiare in giro. L'ufficio era provvisto di tivù via cavo, computer e (eureka!) frigobar. A quest'ultimo sottrassi una bottiglia di Southern Comfort e, dopo essermene versato una generosa porzione, andai a sbirciare dentro un armadietto dall'aria misteriosa. Conteneva fruste, vibromassaggiatori e una bambola trisessuale di silicone. Annuii compiaciuto: in quella prigione di lusso c'era tutto l'occorrente per ammazzare il tempo senza annoiarsi. Dentro un cassettone scoprii un assortimento di giochi per PC recanti il marchio della Macrohard (una delle ditte che facevano capo alla K.E.). Ne testai alcuni con una mano sul mouseStick e l'altra stretta intorno al collo della bottiglia. I giochi strategici erano naturalmente per gli impiegati raziocinanti, mentre quelli d'azione erano destinati ai tipi come me, agli impulsivi, agli impazienti. Guidai un carro armato, poi un'astronave, e in ultimo mi lasciai catturare dal fascino di Doom XII, dove ero un soldato dentro un labirinto pieno di mostri e ragni cibernetici che dovevo abbattere prima che loro mi trasformassero in un guscio umano grondante sangue. Riuscii a raggiungere il terzo livello, dove deflagrai con un lugubre botto che colorò di rosso il monitor. Sempre abbracciato alla bottiglia, mi staccai dal computer e sprofondai in una poltrona di pelle. Accesi la tele e scanalai per un'ora o due. L'apparecchio era programmato per ricevere unicamente film - film per ragazzi, d'avventura, d'animazione, commedie, thriller, hard porn, ecc. Mi dissi: "Logico. Hollywood è un enorme mercato allucinogeno. Proprio quel che occorre al manager stressato".
Tornai a perlustrare l'armadio. C'era, in fondo a uno scaffale, una videocassetta. Si trattava di un supporto ormai antiquato, la cui vista mi spinse al sorriso ma anche a inarcare interrogativamente le sopracciglia. Era senza copertina né etichetta. Tentennante, la rigirai tra le mani. Nell'ufficio non era presente nessun videoplayer (ne esistevano ancora? L'ultima volta che ne avevo visto uno era stato nell'èra giurassica...). Mi strinsi nelle spalle e riposi la videocassetta sullo scaffale, dicendomi che forse era stata dimenticata lì dal mio predecessore.
Guardai ancora un po' di tivù, prendendo definitivamente confidenza con il telecomando, e infine me ne stetti del tutto inoperoso a osservare dalla finestra il traffico sottostante come attraverso un cannocchiale capovolto. Il Southern Comfort si esaurì e, quando girai il polso per leggere l'orologio, scoprii che mancavano cinque minuti alle tre. Il mio primo giorno di lavoro si era concluso brillantemente. Uscii barcollante dalla mia gabbia dorata e salutai Marilinda. Lei mi rivolse un sorriso a trentadue denti, flautando: «A domani, capo».

                                                                                          (CONTINUA)








'Transits' - primo trancio d'assaggio


Lavoro o esperimento sociale? Un primo trancio d'assaggio di Transits, di Peter Patti




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Mi inocularono una sostanza nella nuca, poi mi trascinarono in un'ampia sala, dove mi costrinsero a mettermi a cavalcioni di una bicicletta senza ruote. L'ambiente era in penombra: potevo riconoscere un'infinità di spalle ondeggianti e il lampeggiare di una spia di controllo sul manubrio di ciascuna delle cyclette. Mi ordinarono di premere sui pedali. Ubbidii controvoglia, mentre un venticello artificiale mi spettinava le sinapsi. Su un enorme schermo scorreva il film di una strada di campagna, come un desktop animato. Tutt'intorno c'era il sibilo delle dinamo, un ronzio ininterrotto di mosche ubriache: gli altri prigionieri pedalavano con foga, molti magri fino all'osso, tutti con lo sguardo fisso sulla strada in panavision.
I mastini che mi avevano condotto fin lì si allontanarono. Ne approfittai per rivolgermi a un vicino di fila. «Ehilà, amigo!» lo chiamai. Ma non mi diede retta. Il rumore dei meccanismi era troppo forte, impossibile capirsi. Vidi che lui aveva gli occhi sbarrati, in preda a un'estasi chimico-motoria. Pian piano la droga fece effetto anche su di me. Nel mio cervello una voce iniziò il countdown: FIVE-FOUR-THREE... TWO... ONE... Dapprima ci fu un lampo perfettamente bianco, come di lampada al magnesio; seguirono diversi sismi cerebrali e il sussulto dei muscoli delle gambe. Mi aggrappai al manubrio, concentrandomi sullo schermo. Ben presto la bici si trasformò in un razzo.
Pedalavo e ghignavo. Correre, correre... Il fine era la via stessa. Ogni tanto un tubo di gomma si calava dal soffitto, consentendomi di succhiare una pappa viscida ma nutriente. Evidentemente i sensori che mi avevano applicato agli arti e al petto registravano il livello delle riserve noradrenaliniche...






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Dovevo molto alla Kosmos Enterprise. Mi aveva consentito, tra l'altro, di lasciare il mio malfamato quartiere e di andare ad abitare in un ghetto esclusivo per impiegati d'alto rango. Certo, il trasferimento comportò la seccatura di dover rinunciare alla compagnia del buon vecchio Allen, una specie di Buddha ex sessantottino dotato di cultura enciclopedica (per anni io e Allen avevamo condiviso la stessa tana), ma ora contava soprattutto il sapermi sistemato e percepire uno stipendio vero.


La centrale europea della Kosmos Enterprise, un grattacielo tutto vetri e acciaio temperato, era ubicata a Colleverde, nel ventricolo più sano del cuore della metropoli. L'edificio era avvolto in una nube di insondabile mistero. Vi entrai la prima volta in un lunedì d'aprile, incoraggiato da un'agenzia headhunting. Quelli dell'agenzia mi avevano assicurato che la posizione di operating manager faceva giusto al caso mio. Così spolverai il mio abito migliore e andai all'intervista. L'oroscopo mi era favorevole: "Cancro: in questo periodo le stelle vi danno maggiore concretezza, facendovi progredire nel lavoro, negli affari e in ogni questione di ordine pratico." Ero tuttavia pieno di dubbi: sia a causa della mia scarsa scolarizzazione, sia perché nessuno era riuscito a spiegarmi che diavolo è mai un operating manager.

Non nutrivo nessuna speranza di essere assunto. Ma d'altra parte, perché non tentare? Ormai avevo collezionato così tanti "no" che uno più, uno meno...

La nota positiva di quei colloqui era che gli intervistatori sembravano inequivocabilmente attratti da me. Non pochi di loro mi invitavano a pranzo, "per conoscermi meglio". Io di solito accettavo solo i meal tickets delle intervistatrici e imbastivo storie pretestuose per rinunciare a quelli dei loro colleghi maschi. La nota negativa era che tutti si rivelavano essere più noiosi di quanto non fosse lecito attendersi. Ma stavolta forse sarebbe stato diverso. Mi ripromettevo di non annodare vincoli di letto. Del resto, la Kosmos Enterprise sembrava una ditta seria. Perciò mi incitai: «Vai, Pat, vai!»


(CONTINUA)

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venerdì, dicembre 06, 2019

Le "parole naufraghe" di Anna Murabito


Anna Murabito
Parole naufraghe
poesie







La chiave di lettura di questo libro si trova a pagina 45.
"Voglio l'irragionevolezza / gentile / dopo l'acciaio della ragione."

La poetessa, colta, nonché dotata di un pensiero strutturato, di Logica, vorrebbe di tanto in tanto mollare gli ormeggi, perché stanca, delusa, e perdersi nel sogno, nella fantasia, nei gesti liberi. Ma il mondo in cui vive - e viviamo - è già abbastanza disarmonico, oltre che insulso; è noioso e imperfetto. E a che cosa serve la scrittura, se non - anche - a individuare un ordine e addirittura a crearlo? Qui, il verseggiare determina e anzi produce un motivo di vita, il Senso stesso...

Proviamo a riflettere su quello che è il ruolo dei poeti, oggi. Soffermiamoci a considerare il loro sforzo, pensiamo al lavoro che svolgono scrivendo, al servizio che ci rendono! Giusto che una buona silloge, come questa, venga edita; giusto che trovi nella forma libro il suo scrigno. Parole naufraghe - il volume in sé - può vantare una buona foggia, pur se ci si augura che, nella sua fattezza, perda la sua rarità (trattasi di edizione limitata) e possa trovare lo sbocco verso l'oceano della moltitudine.

Sono cinquantaquattro occasioni, come recita il sottotitolo.

Dico che è un "bel libro" perché è un bel colpo d'occhio dal punto di vista estetico. Ma davvero ci sono ancora editori che amano (e conoscono) la loro arte? Fantastico. Tuttavia (come si intuisce), il merito maggiore va a chi ha commissionato la stampa. Alla cura impiegata nell'affidare queste parole alla pagina tradizionale.

E i contenuti...!
Anzitutto l'amore. Ma non tanto l'amore muliebre quotidiano, quanto più l'unione - felice quanto travagliata - di due persone che hanno scelto liberamente di instaurare un legame, e che provano ardore e affetto, nonché stima. Amore come rito quasi "alternativo", "antiborghese", già echeggiante di antichità classica nella sua rude, diciamo pagana nudità. Pare a tratti di risentire la voce di Sylvia Plath e ancor più quella di Anne Sexton.
"Nessuna donna mai ti ha detto: / ti amo alla follia. / E neanch'io. / Ti dirò altre cose." (Pag. 59.)
E inoltre il recupero dei momenti belli, sempre nel tentativo di liberarsi dalle catene e dai pesi della razionalità.
"Rimuovo piano / gli ingombri della ragione / pesanti / come gravide bisacce / tenaci / come la polvere." (Pag. 39.)

Parole naufraghe raccoglie liriche recenti: sono state scritte infatti nel 2018 e nel 2019. Ma i versi sembrano essere di gran lunga progettati, ci si presentano come idee e riflessioni cariche d'anni, "ragionate" e, finalmente, sprigionate con inchiostro.
Scrittura senza pari per bellezza e unicità. Lo stile è chiaro, la sostanza va "spilluzzicata" quotidianamente. In Parole naufraghe ci imbattiamo in una realtà descritta attraverso la sua mimesi. Eppure: le pagine trasudano più realtà che fantasia. E più procediamo, più si comprovano le tematiche principali: il tempo infuocato e incalzante dei sentimenti, degli slanci, e il tentativo di chiudere il cerchio, facendo combaciare (quasi) le memorie con il presente.

Ritorniamo a quella lirica centrale tanto significante:

"Voglio l'irragionevolezza
gentile
dopo l'acciaio della ragione.
Voglio i sentieri di nebbia
le inconsistenze di luce
le conchiglie di vetro
innocenti
dove si sente l'estate
del mare.
Il muschio trasparente di rugiada
e granelli di fuoco
minuti come sabbia
a sciogliere il mistero
della notte."



Una dichiarazione programmatica. Senonché, come detto, la razionalità vince.
Sarebbe utile conoscere meglio la biografia di un poeta prima di affrontarne l'opera, ma finanche così si capisce il fuoco innato, l'energia, si intuiscono varie vicissitudini (relazionali, in primis). Anna Murabito è una donna dal carattere forte: è palese. Peraltro, non è la biografia che ci tocca giudicare, bensì l'opera. E il libro è convincente e non si può non propendere per una critica positiva.
Sappiamo bene che, per un prodotto artistico siffatto, ci si attende una valutazione a dir poco, se non arzigogolata, comunque ampiamente articolata. Il che è come rispondere, al gioco intellettuale dell'autrice (gli intrichi di parole, l'aggettivizzazione spesso sorprendente), con un gioco del tutto simile. Mi sono dunque messo d'impegno per rileggere tutte le composizioni da capo, per enuclearne in questo modo i concetti e le immagini più semplici allo scopo di potermi esprimere in maniera il più naturale possibile.

E pensare che non ci sarebbe neppure bisogno di elaborare una critica! La presentazione della stessa autrice a questa sua silloge, ad inizio libro, è di per sé garanzia di qualità. A me, queste note esplicative a mo' di introduzione sono piaciute tanto, rappresentando in qualche modo un lavoro letterario a sé stante... e una breve tesi di Letteratura.

Riavvolgendo il filo d'Arianna dei versi... si: sono parole. Ma non so quanto "naufraghe". Mi sembrano in realtà i pensieri, le immagini, di una persona erudita e ben ancorata nel mondo.
Il dualismo è sempre quello: fare - non fare; giacere - andare. Poiché viviamo nel tempo stesso nel corpo, nel cervello e nel cuore. Il nostro vero "io", l'"io" empirico, ha nel cervello la sua sede sensibile, ma scivola con facilità in direzione del corpo. Il cuore invece è la sede simbolica del Sé, il vero centro esistenziale e spirituale, e pertanto universale.

"Regioni immaginarie / dove l'ombra e la luce / non combattono."

La donna forte, che sa ribellarsi, significa pure parola che si fa azione, riuscendo a inchiodare flash del passato e intuizioni perennemente valide. L'ambientazione è già di per sé soggetto attivo: abbiamo qui il Sud situato in un tempo senza tempo, in un luogo non-luogo e, come la parola, anche i paesaggi sono rigogliosi. E c’è il rimando alla Francia (altri sud di altri Sud). Il tutto con passione e senza perplessità, in un incedere sicuro come la vita, o meglio come il tempo cui la vita (spesso deludendo[ci]) cerca di stare al passo. Tuttavia, tra tanto Meridione, i versi che probabilmente mi sono piaciuti di più sono quelli del sogno del bosco e delle more e del succo deterso dalle labbra ("col dorso della mano"). Una cartolina molto settentrionale, un riferimento a una natura alberata e lussureggiante, Trentino o giù di lì, nei giorni della gioventù.
Mi riferisco a "Ho sognato un bosco".

"Ho sognato un bosco
di tardo autunno
denso di frutti rossi
e di vigneti esausti
ignoranti del sole. (...)"
"Mi riempivo la bocca
di mirtilli e di more
e il succo bagnava le labbra
che asciugavo incurante
col dorso della mano.
Rapita contemplavo
gli ultimi grappoli
densi d'oro vecchio (...)"



e così via fino all'uomo "con il sorriso vuoto / ed impudente / di un giovane Bacco".


**********


È una di quelle letture che io chiamo “reiterabili”, un’opera che si merita la rivisitazione, oltre che la full immersion. Perché questi sono versi pieni; in pochi lemmi sono contenuti concetti e immagini vari. Uso della parola (inutile ripeterlo) magistrale, e alquanto interessante l'uso degli aggettivi, l'accostamento ad esempio dei colori ai nomi di cose (o ai sostantivi di qualità) per rafforzarne la natura, la peculiarità. Già visto in altri poeti e scrittori, certo, ma qui ci si imbatte in binomi inediti e imprevisti. Un grande soffio di genialità e cultura scaturisce da queste pagine!
È l'arte che cerca di prevalere sul grigiore della vita, "dove il rancore vince" (pag. 85), dove "l'universo indossa le maschere del nostro teatro" (...) e "Tutto mi sembra inutile: la notte, il giorno, / il tempo ed il respiro." (Pag. 85.) (O anche: "Un'alba dopo l'altra, / i giorni si succedono / stenti e prevedibili.") Richiami colti, a luoghi lontani (persino il Mare del Nord) e a compositori quali Mahler, Mozart, Caikovskij, ancora Mahler, Händel...

C'è il tempo che passa inesorabile e c'è forse un troppo accanito tentativo di fermare l’istante, gli istanti, e non disperdere niente. La rivalsa avviene in solitudine, spesso. Di notte. La notte che, "(...) con il bisturi, / taglia le mie incertezze (...)".



Parole naufraghe si conclude con:

"Oggi è stato il vento dell'autunno
con la sua canzone
di nebbia e di rame.
Ha aperto il melograno
sulle alghe putride.
Ha mescolato il passato.
Ha disegnato la notte."


sabato, novembre 09, 2019

9 novembre 2019 - 30 anni dalla Caduta del Muro

Il 9 Novembre in Germania si verificarono eventi perlopiù drammatici!

1848 - Esecuzione della pena di morte per Robert Blum, uomo politico, democratico, tra i capi della rivoluzione democratica del 1848-49
1918 - All'indomani della fine della Prima Guerra Mondiale, Kurt Eisner dichiarò che il Regno di Baviera doveva considerarsi ora Freistaat, dunque "Stato libero", repubblicano e non più monarchico, all'interno del Reich. Poco tempo dopo, Eisner venne assassinato...
1923 - Colpo di Stato di Hitler
1938 - "Notte dei Cristalli": violenza senza confine degli sgherri nazisti contro i "nemici dello Stato"... artisti, politici, giornalisti, commercianti ecc., soprattutto ebrei.
1989 - Caduta del Muro di Berlino, incipit alla Riunificazione Tedesca. Una delle conseguenze? La vedete nella foto, sotto all'immagine della "Reichskristallnacht" (pogrom contro gli ebrei del 9 nov. '38).