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sabato, ottobre 01, 2022

'Le nuove circostanze', album 2022 di Pietro Spanò

Laureatosi in pianoforte presso il "Vincenzo Bellini" di Palermo, Spanò pubblica nel 2001 il singolo "L'incubo dell'ultima luna", le cui sonorità vengono apprezzate anche da Franco Battiato. 
Nel 2007, dopo alcuni anni di sperimentazione musicale, pubblica l'album Vittime di sottofondo
Nel settembre 2011 esce, ancora una volta in autoproduzione, Il terribile suono del silenzio, che lui stesso definisce "un viaggio dentro la coscienza dell'uomo e un'analisi profonda delle sue fragilità". 
Tutto sta cambiando, prodotto insieme a Guido Guglielminetti, è del 2019. Si tratta di un altro album di gradevole ascolto, interessante e impegnato dal punto di vista sociologico. “Portami via da qui”, canzone ivi contenuta, è stata pubblicata da Pressingline, etichetta discografica fondata da Lucio Dalla. 
Prospettiva cosmica esce il 30 novembre 2020 e, nel settembre 2022, segue questo Le nuove circostanze (prodotto con Fabio Abate), contenente canzoni nuove e altre già conosciute di Pietro Spanò e che costituisce, ancora una volta, un discorso organico e intellettuale translato in melodie piacevoli e liriche di presa immediata.

   

 Per maggiori informazioni sul cantautore palermitano, vai a questo articolo


sabato, dicembre 19, 2020

Carole Bouquet e il 'Sangue d'Oro'

"Sono venuta in Sicilia per rinascere di nuovo"


L'attrice francese Carole Bouquet (classe 1957, una bellezza classica, che in Italia girò qualche film, primo tra tutti Bingo Bongo interpretato da Adriano Celentano), ha vissuto nel nostro Paese, parla correttamente l'italiano e possiede una villa e dieci ettari di vigneto a Pantelleria, in contrada Serraglia, dove produce il vino Sangue d'Oro, un Passito di Pantelleria.



 Pantelleria: vigneti al vento

  


Ecco la felicità della vita,
Amore e vino ugualmente dobbiamo aver vicino.

Aleksandr Sergeevič Puškin (1799 – 1837)...


Intervistata da Salvatore Gabriele





Da Bond Girl a produttrice di vino


"Ho scelto l'Italia, la Sicilia e Pantelleria per mettere le mie radici. I muretti lavorati a secco dagli uomini, con la loro determinazione infinita, mi danno la stessa emozione del Campidoglio, dei mosaici di Piazza Armerina. Senza luce io muoio, sono venuta in Sicilia per rinascere di nuovo."

     


Gettiamo via gli affanni! Scorri vino in un fiume di schiuma
in onore di Bacco, delle muse, della bellezza.

.........Puškin



 




martedì, agosto 11, 2020

Camilleri, il congedo

Giuseppe Alù recensisce Riccardino, ultimo libro del celebre scrittore siciliano

"Distinzione, sicurezza di gusto. Dialoghi di straordinaria acutezza..."


 Camilleri - il congedo

di Giuseppe Alù


Peccato. Peccato che Camilleri se ne sia andato. Non ne abbiamo altri come lui. Si è congedato alla grande. Riccardino è forse il migliore scritto di Camilleri. Non è un giallo, non è un romanzo, è un divertimento tracciato in punta di penna da un grande maestro che sorride mentre scrive. Dalla risata iniziale fino alla diafana pagina finale, seguono momenti di squisita fattura, indimenticabile la scherma del commissario con il vescovo e la relativa intervista, poi cestinata, autentico pezzo di bravura di un Camilleri sottile e sagace. Grande scrittura, classica, nessuna concessione al dilagante volgare cosmopolitismo linguistico, più inglese che si può, nulla. Distinzione, sicurezza di gusto. Dialoghi di straordinaria acutezza, situazioni tutte di livello, una gioia per gli occhi che leggono. Centrata la scelta della copertina col “Giocoliere”di Peppe Rizzo del 1921, perché questo libro è proprio un disegno funambolico di un maestro del pensiero e della scrittura. Qui Camilleri si è liberato di tutte le logiche romanzesche e si è lanciato gioiosamente nel mare della sua inesauribile fantasia. Pirandello gli è fratello e le sorprese dei contatti piccosi di Montalbano col suo Autore sono di una qualità ed un effetto entusiasmanti. Godibilissime invenzioni. Come aquila vola Camilleri su tutti i nostri romanzieri più o meno giallisti che arrancano sul suolo del nostro paese. Qui i personaggi del suo universo hanno perso la loro corporeità e sono figure archetipe. E su tutto domina la figura del grande maestro che come non mai si rivela indiscutibilmente geniale. Come non ricordare le due ore di esibizione teatrale nel testo di Tiresia! Qui finge di perdersi nell’intreccio più stretto, per venirne fuori con uno sberleffo . E poi la conclusione, vero colpo di teatro, unica, inimitabile, elevata fino all’astrazione. Che tu sia bene accolto dove ti trovi, maestro Camilleri.


Riporto una recensione negativa su Amazon:

 

Un addio mediocre

(Recensito in Italia il 17 luglio 2020)

 

Un libro talmente malriuscito da lasciare, piu' che delusi, preplessi... che Camilleri fosse giunto a detestare la sua creatura, da fargli fare questa uscita di scena cosi' goffa?

La trama comincia in modo molto promettente, ma poi tutto si sfoca e sbiadisce. Sia Montalbano che gli altri personaggi (a cui il lettore, dopo tanti anni, si e' sinceramente affezionato) spariscono nel nulla senza una parola, un'immagine che si stagli nella memoria del lettore, soffocati nell'insignificanza di elucubrazioni che lasciano il tempo che trovano. Montalbano meritava di piu', e i suoi lettori pure. A rileggere adesso “La forma dell'acqua” viene il magone... ma siccome de mortuis nihil nisi bonum, la finisco qui.


 Nato a Porto Empedocle (Agrigento) il 6 settembre 1925, Andrea Camilleri vive a Roma per gran parte della sua esistenza, ed è nella caput mundi che muore, il 17 luglio 2019. Lo scrittore riposa al Cimitero Acattolico.

Inizia facendo il regista, l'autore teatrale, televisivo e radiofonico, ed è autore di saggi sullo spettacolo.

Il grande successo arriva con la sua figura del Commissario Montalbano, che esordisce in La forma dell'acqua, del 1994. (Dal 1999 anche sceneggiato televisivo.)
I romanzi e racconti che vedono come protagonista il sarcastico funzionario di polizia non abbandonano quasi mai le ambientazioni e le atmosfere siciliane. Camilleri fa uso, nella narrativa, di un linguaggio italo-siculo che ha affascinato decine di migliaia di lettori... e milioni di telespettatori. 

***

Giuseppe Alù (Caltanissetta 1936) è stato Magistrato Consigliere di Cassazione. Ha pubblicato La contessa Marianna, Mondadori 1989 (Premio San Vidal – Venezia – 1989); Storia e storie del Risorgimento a Treviso, Edizioni Galleria 1987; Lo scritto e il sigillo, Raccolta di poesie 1971-1981. E: Tedeschi. Quadretti di una esposizione, Asterios 2018 (disponibile qui).


venerdì, dicembre 06, 2019

Le "parole naufraghe" di Anna Murabito


Anna Murabito
Parole naufraghe
poesie







La chiave di lettura di questo libro si trova a pagina 45.
"Voglio l'irragionevolezza / gentile / dopo l'acciaio della ragione."

La poetessa, colta, nonché dotata di un pensiero strutturato, di Logica, vorrebbe di tanto in tanto mollare gli ormeggi, perché stanca, delusa, e perdersi nel sogno, nella fantasia, nei gesti liberi. Ma il mondo in cui vive - e viviamo - è già abbastanza disarmonico, oltre che insulso; è noioso e imperfetto. E a che cosa serve la scrittura, se non - anche - a individuare un ordine e addirittura a crearlo? Qui, il verseggiare determina e anzi produce un motivo di vita, il Senso stesso...

Proviamo a riflettere su quello che è il ruolo dei poeti, oggi. Soffermiamoci a considerare il loro sforzo, pensiamo al lavoro che svolgono scrivendo, al servizio che ci rendono! Giusto che una buona silloge, come questa, venga edita; giusto che trovi nella forma libro il suo scrigno. Parole naufraghe - il volume in sé - può vantare una buona foggia, pur se ci si augura che, nella sua fattezza, perda la sua rarità (trattasi di edizione limitata) e possa trovare lo sbocco verso l'oceano della moltitudine.

Sono cinquantaquattro occasioni, come recita il sottotitolo.

Dico che è un "bel libro" perché è un bel colpo d'occhio dal punto di vista estetico. Ma davvero ci sono ancora editori che amano (e conoscono) la loro arte? Fantastico. Tuttavia (come si intuisce), il merito maggiore va a chi ha commissionato la stampa. Alla cura impiegata nell'affidare queste parole alla pagina tradizionale.

E i contenuti...!
Anzitutto l'amore. Ma non tanto l'amore muliebre quotidiano, quanto più l'unione - felice quanto travagliata - di due persone che hanno scelto liberamente di instaurare un legame, e che provano ardore e affetto, nonché stima. Amore come rito quasi "alternativo", "antiborghese", già echeggiante di antichità classica nella sua rude, diciamo pagana nudità. Pare a tratti di risentire la voce di Sylvia Plath e ancor più quella di Anne Sexton.
"Nessuna donna mai ti ha detto: / ti amo alla follia. / E neanch'io. / Ti dirò altre cose." (Pag. 59.)
E inoltre il recupero dei momenti belli, sempre nel tentativo di liberarsi dalle catene e dai pesi della razionalità.
"Rimuovo piano / gli ingombri della ragione / pesanti / come gravide bisacce / tenaci / come la polvere." (Pag. 39.)

Parole naufraghe raccoglie liriche recenti: sono state scritte infatti nel 2018 e nel 2019. Ma i versi sembrano essere di gran lunga progettati, ci si presentano come idee e riflessioni cariche d'anni, "ragionate" e, finalmente, sprigionate con inchiostro.
Scrittura senza pari per bellezza e unicità. Lo stile è chiaro, la sostanza va "spilluzzicata" quotidianamente. In Parole naufraghe ci imbattiamo in una realtà descritta attraverso la sua mimesi. Eppure: le pagine trasudano più realtà che fantasia. E più procediamo, più si comprovano le tematiche principali: il tempo infuocato e incalzante dei sentimenti, degli slanci, e il tentativo di chiudere il cerchio, facendo combaciare (quasi) le memorie con il presente.

Ritorniamo a quella lirica centrale tanto significante:

"Voglio l'irragionevolezza
gentile
dopo l'acciaio della ragione.
Voglio i sentieri di nebbia
le inconsistenze di luce
le conchiglie di vetro
innocenti
dove si sente l'estate
del mare.
Il muschio trasparente di rugiada
e granelli di fuoco
minuti come sabbia
a sciogliere il mistero
della notte."



Una dichiarazione programmatica. Senonché, come detto, la razionalità vince.
Sarebbe utile conoscere meglio la biografia di un poeta prima di affrontarne l'opera, ma finanche così si capisce il fuoco innato, l'energia, si intuiscono varie vicissitudini (relazionali, in primis). Anna Murabito è una donna dal carattere forte: è palese. Peraltro, non è la biografia che ci tocca giudicare, bensì l'opera. E il libro è convincente e non si può non propendere per una critica positiva.
Sappiamo bene che, per un prodotto artistico siffatto, ci si attende una valutazione a dir poco, se non arzigogolata, comunque ampiamente articolata. Il che è come rispondere, al gioco intellettuale dell'autrice (gli intrichi di parole, l'aggettivizzazione spesso sorprendente), con un gioco del tutto simile. Mi sono dunque messo d'impegno per rileggere tutte le composizioni da capo, per enuclearne in questo modo i concetti e le immagini più semplici allo scopo di potermi esprimere in maniera il più naturale possibile.

E pensare che non ci sarebbe neppure bisogno di elaborare una critica! La presentazione della stessa autrice a questa sua silloge, ad inizio libro, è di per sé garanzia di qualità. A me, queste note esplicative a mo' di introduzione sono piaciute tanto, rappresentando in qualche modo un lavoro letterario a sé stante... e una breve tesi di Letteratura.

Riavvolgendo il filo d'Arianna dei versi... si: sono parole. Ma non so quanto "naufraghe". Mi sembrano in realtà i pensieri, le immagini, di una persona erudita e ben ancorata nel mondo.
Il dualismo è sempre quello: fare - non fare; giacere - andare. Poiché viviamo nel tempo stesso nel corpo, nel cervello e nel cuore. Il nostro vero "io", l'"io" empirico, ha nel cervello la sua sede sensibile, ma scivola con facilità in direzione del corpo. Il cuore invece è la sede simbolica del Sé, il vero centro esistenziale e spirituale, e pertanto universale.

"Regioni immaginarie / dove l'ombra e la luce / non combattono."

La donna forte, che sa ribellarsi, significa pure parola che si fa azione, riuscendo a inchiodare flash del passato e intuizioni perennemente valide. L'ambientazione è già di per sé soggetto attivo: abbiamo qui il Sud situato in un tempo senza tempo, in un luogo non-luogo e, come la parola, anche i paesaggi sono rigogliosi. E c’è il rimando alla Francia (altri sud di altri Sud). Il tutto con passione e senza perplessità, in un incedere sicuro come la vita, o meglio come il tempo cui la vita (spesso deludendo[ci]) cerca di stare al passo. Tuttavia, tra tanto Meridione, i versi che probabilmente mi sono piaciuti di più sono quelli del sogno del bosco e delle more e del succo deterso dalle labbra ("col dorso della mano"). Una cartolina molto settentrionale, un riferimento a una natura alberata e lussureggiante, Trentino o giù di lì, nei giorni della gioventù.
Mi riferisco a "Ho sognato un bosco".

"Ho sognato un bosco
di tardo autunno
denso di frutti rossi
e di vigneti esausti
ignoranti del sole. (...)"
"Mi riempivo la bocca
di mirtilli e di more
e il succo bagnava le labbra
che asciugavo incurante
col dorso della mano.
Rapita contemplavo
gli ultimi grappoli
densi d'oro vecchio (...)"



e così via fino all'uomo "con il sorriso vuoto / ed impudente / di un giovane Bacco".


**********


È una di quelle letture che io chiamo “reiterabili”, un’opera che si merita la rivisitazione, oltre che la full immersion. Perché questi sono versi pieni; in pochi lemmi sono contenuti concetti e immagini vari. Uso della parola (inutile ripeterlo) magistrale, e alquanto interessante l'uso degli aggettivi, l'accostamento ad esempio dei colori ai nomi di cose (o ai sostantivi di qualità) per rafforzarne la natura, la peculiarità. Già visto in altri poeti e scrittori, certo, ma qui ci si imbatte in binomi inediti e imprevisti. Un grande soffio di genialità e cultura scaturisce da queste pagine!
È l'arte che cerca di prevalere sul grigiore della vita, "dove il rancore vince" (pag. 85), dove "l'universo indossa le maschere del nostro teatro" (...) e "Tutto mi sembra inutile: la notte, il giorno, / il tempo ed il respiro." (Pag. 85.) (O anche: "Un'alba dopo l'altra, / i giorni si succedono / stenti e prevedibili.") Richiami colti, a luoghi lontani (persino il Mare del Nord) e a compositori quali Mahler, Mozart, Caikovskij, ancora Mahler, Händel...

C'è il tempo che passa inesorabile e c'è forse un troppo accanito tentativo di fermare l’istante, gli istanti, e non disperdere niente. La rivalsa avviene in solitudine, spesso. Di notte. La notte che, "(...) con il bisturi, / taglia le mie incertezze (...)".



Parole naufraghe si conclude con:

"Oggi è stato il vento dell'autunno
con la sua canzone
di nebbia e di rame.
Ha aperto il melograno
sulle alghe putride.
Ha mescolato il passato.
Ha disegnato la notte."


giovedì, marzo 28, 2019

Immaginando papà

Oggi son tornato, dopo molti anni che non lo facevo, a camminare lungo un binario. Si tratta dell'ex linea Wasserburg sull'Inn-Reitmehring, sospesa (e abbandonata a sé) dopo l'alluvione dei primi Anni 80.
(L'Inn straripò come aveva fatto sempre nel corso dei secoli, ma raggiungendo quella volta un livello record, e asportò molto del terriccio che sosteneva l'unico binario).




Calpestando le traversine, pensavo a mio padre e ai milioni di chilometri di linea ferrata da lui percorsi in qualità di macchinista delle FF.SS.



A un certo punto il binario morto sembrava puntare verso il cielo e ho fantasticato di trovare, in fondo alla tratta, il mio papà, e di corrergli incontro con una risata, esclamando: "Ti ho raggiunto, finalmente!"
E lui, sollevando gli occhi dalla Settimana Enigmistica e guardandomi da sopra gli occhiali di lettura: "Ma perché, figlio mio? Potevi restare dov'eri..."


Nostalgia delle vecchie ferrovie 


mercoledì, marzo 19, 2014

Il bizzarro sogno parigino di Gianfrancesco Iacono




Non solo "mafia e monnezza": la Sicilia ci sbalordisce, di quando in quando, producendo risorse e talenti davvero notevoli. E' il caso di Gianfrancesco Iacono. Uno scrittore. Un maledetto scrittore. Colpa sua se ieri sono arrivato tardi al lavoro. Infatti, quando è scoppiata la sveglia, io sono rimasto ancora a letto a leggere il

 Sogno nella via blu.

In realtà questa è la denominazione italianizzata. Il romanzo di Iacono ha infatti un titolo coraggiosamente... gallico: Rêve dans la rue bleue.

Un  libro grande, di un intuito e di una sagacia dolorosi. Céline, certo, ma tutta un'orda di autori (dannati e no) batte le mani al romanziere palermitano. C'è la magia dell'incipit (davvero bello) e quello dell'ultimo capitolo. L'ambientazione? Parigi.



Il Sogno nella via blu è un "tour de force" consistente. Tocca le corde fondamentali della vita, gli aspetti più "blu" del nostro esserci, inabissandoci nella lercia e schifosa topografia non tanto dell'anima (quella, malgrado tutto, è ancora capace di spiccare voli, sfruttando la Tour Eiffel dell'Intelletto), quanto dei nostri istinti.

Una volta di più, la capitale di Francia serve da paradigma del mondo tutto. Parigi come tomba dell'esistenza umana che interroga se stessa; ma anche Parigi nella sua trionfale, sudicia, a tratti monumentale bellezza.
Il libro è scritto benissimo e forse si nota il tentativo (à la Henry Miller) di rompere qualche tabù, se non fosse che ormai non ci sono più (a mio modesto parere) tabù da rompere. Risalta la bellezza dell'arte di G. Iacono, la scorrevolezza, la freddezza logica (= autocontrollo) anche là dove la prosa assomiglia a écriture automatique (procedimento  adeguato per le vicende ivi narrate).

Pur se uno già conosce il suo Céline, il suo Miller, la lettura di questo romanzo non può non affascinare. Uno dei temi-'clou' su cui si regge l'intera impalcatura è la maniera in cui l'Homo arabus e/o l'Homo africanus vengono percepiti dal cosmo "normanno" e come codesti immigrées, esposti alla poco garbata e poco attenta analisi di individui apparentemente civili e presuntemente moderni, finiscano per divenire i giudici più spietati di Civiltà & Modernismo.






Sottolineo che è comunque la padronanza del linguaggio - nonché delle tecniche narrative - ad avermi colpito maggiormente. Le vicende, sì, possono anche intrigare (sebbene anch'io abbia alle spalle la mia "deboscia da emigrato": dunque, son poco propenso, ormai, a sconcertarmi o strabiliarmi), e poi Parigi "tira" sempre. Reputo che molti giovani lettori possano rimanere colpiti, ammaliati.

Pietra angolare di Rêve dans la... è il blu: blu come simbolo di libertà e, per stretta analogia, di tristezza innata; blu <--> "blues", come suggeriscono le stupende pagine iniziali.

Troppo "bleu", in effetti: mentre "scoprivo" il libro, per me sono trascorse giornate strane, addirittura sbilenche, nel negozietto di kebap dove sciacquo i contenitori di plastica che vengono poi riutilizzati...
In un mondo che fatica o fa finta di faticare, non tutte le persone sono sintonizzate su quello che in fondo è il colore di ciascuno.

Auguro a questo libro di diventare un longseller, non un bestseller. Il bestseller può arrivare a bruciarsi in un mulinello di cifre e promesse bugiarde, mentre il longseller mantiene sempre viva l'attenzione sull'autore e sulle sue opere successive. Secondo me l'Italia, la letteratura italiana, si è arricchita di una voce nuova e importante. Altro per adesso non aggiungo: devo proseguire a camminare dentro questo sorprendente romanzo...

Ma, alt! La critica troppo entusiasta di un determinato prodotto fa immancabilmente pensare a un artificio commerciale, a uno dei soliti espedenti propagandistici a mero scopo mercantilistico. Per questo voglio parlare qui dello scrittore più ancora che del libro.

Chi è Gianfrancesco Iacono

È nato a Palermo il 15/08/1986.
Si è laureato in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Palermo nel marzo 2011.
Scrive da quando aveva diciassette anni, epoca in cui cercava di mettere assieme, in maniera scombinata, racconti stile-Edgar-Allan-Poe e testi teatrali dalle più disparate influenze. Ridimensionate poi le sue pretese, è stato finalista per la regione Sicilia alla prima edizione del Premio Letterario La Giara (2012) con il romanzo Rêve dans la rue bleue.

Ama la letteratura con una predilezione per i classici francesi di Primo Novecento; si interessa anche di musica (rock, classica, opera lirica) e di cinema e scrittura cinematografica.
La sua attrice preferita è Audrey Hepburn, il regista preferito è François Truffaut.

Ha scritto a 18 anni Le vacanze romane di Audrey. 18 anni: a quell'età si ha un trasporto e una freschezza che pochi artisti della parola conservano in seguito. Ma Iacono sembra possedere tuttora quell'entusiasmo...



Del "Sogno" abbiamo già parlato; e ho la sensazione che il libro troverà molti cultori.

Ma online, dello stesso autore, è presente, ancora accessibile a tutti, Un sole senz'ombra.

Un sole senz'ombra è un'opera che spero di vedere presto stampata su carta, giacché non è vero ciò che si racconta nei simposi di giornalismo online, ovvero che "ciò che è sulla rete rimane per sempre". Da internet prima o poi sparisce tutto...

Un sole senz'ombra mi è piaciuto molto. Dopo Roma e Parigi, dunque, ecco Palermo e dintorni.
Non so se in Italia esistano ancora editori veri, ma questo è un romanzo da pubblicare così com'è, senza cambiare una virgola. Forma e linguaggio sono ineccepibili. L'ho trovato più pragmatico e "scolastico" di Rêve dans la rue bleue. Vale a dire: l'ordine prevale sul caos.
Roberto, il personaggio principale, mi dà l'impressione di essere una figura dannunziana, anzi "la" figura dannunziana per eccellenza (con i dovuti filtri temporali, ovvio: un esteta come Andrea Sperelli oggi sarebbe oggetto di spottò...), mentre Giulio risveglia in me (impolverato topo di biblioteca) memorie dostojevskiane.
E' un romanzo che analizza la mondanità del nostro presente, un romanzo meno atemporale rispetto al "Sogno", un romanzo del presente e per il presente, dinamico, con tinte criminalistiche (ma è l'oggi stesso, caratterizzato da una vita sociale in Allegro agitato, a essere criminale, omicida, macchiato di sangue).
Ottime le figure e meravigliosi gli scorci descrittivi della Sicilia. Per il lettore, trattasi di un bagno lucido, per molti versi illuminante, nella borghesia italiana, con quel tocco di aggiunta "esotica", certamente suggestiva, che è l'immancabile incentivo di un'ambientazione nel Midi nostrano, e in particolare nell'amata, spesso odiosamente amata - e forse perduta? - Trinacria.

*****

Tenete d'occhio questo interessante scrittore: di sicuro ha ancora in serbo per noi diverse pregevoli creazioni.


domenica, novembre 25, 2012

La Cassata Siciliana, meraviglia delle meraviglie

Un "grazie di cuore" a mia sorella Anna per questo "Eureka!" dell'arte pasticciera universale


Signori cari! Non voglio necessariamente istigarvi a commettere peccati di gola, ma questa meraviglia, speditami da mia sorella tramite Cargo Alitalia, è riuscita ad allietare l'inizio del tristo et buio inverno settentrionale grazie alla dolcezza e alla ricchezza di sapori, e voglio dunque che anche voi, mettendo da parte almeno per una volta problemi & depressioni assortite, vi ricordiate il perché siamo su questo globo terracqueo e come mai val la pena restarci per molti anni ancora!
La crema, la "crosta", e ovviamente i fantastici frutti marturana... la CASSATA SICILIANA è un prodotto (un elzeviro, oserei dire) che senz'altro si merita di conquistare un mercato assai più vasto. Bianca come e più della neve, e punteggiata del verde, del giallo dell'arancione degli speciali canditi siculi... a Palermo è una specialità (senza pari nel mondo) di: http://www.salvoalbicocco.it/



Signori miei, lasciatemelo ribadire: questo è il non plus ultra della gastronomia - dolciaria e no. Trattasi della CASSATA SICILIANA, un capolavoro di sapienza e fantasia levantina con tracce di acribìa mitteleuropea. Per me, suo neoscopritore, è senza dubbio il maximum del piacere, il Sommo peccato di gola. Un peccato gradevolissimo, che persino Nostro Signore - ne son certo - sarebbe disposto a perdonare, giacché troppo breve è la nostra permanenza sulla Terra, e spesso amara, e quindi a tratti occorre addolcirla.



Signori miei signori cari, non lasciatevi sfuggire l'occasione. La pasticceria palermitana 'Albicocco' spedisce da molti decenni la sua produzione in Italia, in Europa e nell'altro emisfero. Basta una telefonata o un fax per informarsi: 091 597450 - E il sito dell'azienda madre, dell'azienda di famiglia, è: http://www.pasticceriavincenzoalbicocco.it/.

domenica, gennaio 22, 2012

Addio al grande Consolo



Viveva a Milano dal 1969, ma è sempre rimasto un siciliano doc, uno di quei siciliani profondamente dediti alla cultura e all'impegno civile e che non possono perciò non odiare la mafia. Nei suoi libri, raccontava la Sicilia che non si rassegna, ma, direi, soprattutto la Sicilia già rassegnata (leggasi ad esempio le splendide ma anche dure pagine su Palermo in 'Le pietre di Pantalica') e, fin dalla pubblicazione de 'Il sorriso dell’ignoto marinaio' (suo secondo romanzo: quello che lo consacrò nel Parnaso dei nostri maggiori scrittori), è stato amato e riverito anche dalla critica - almeno da quella non compromessa con l'imprenditoria qualunquista e fascista, anzi 'sfascista'. Eh già, perché Vincenzo Consolo, nato a Sant'Agata di Militello (Messina) nel 1933, era uno di quegli intellettuali "scomodi" che scelgono di stare dalla parte delle classi non privilegiate; non a caso, aveva iniziato la carriera lavorando nel quotidiano palermitano 'L'Ora', foglio che fu portavoce appunto di quelle classi e che più tardi, nel capoluogo cementificato a morte, sarebbe stato costretto a dichiarare fallimento.


"Palermo è una Beirut distrutta da una guerra che dura ormai da quarant'anni, la guerra del potere mafioso contro i poveri, i diseredati della città. La guerra contro la civiltà, la cultura, la decenza." ('Le pietre di Pantalica')

Consolo osservava i poveri, gli umili; indagava, li studiava... così come studiava la lingua italiana, di cui salvò le forme e i vocaboli più eleganti. Si dice - e ne ha accennato lui stesso - che prediligesse lavorare più sulla prosa che sull'invenzione narrativa; ma il suo italiano, magistralmente incastonato di sicilianismi e aulismi, evoca immagini di forza tale ('Retablo', 'La ferita dell'aprile', 'Di qua dal faro'...) da risultare esse stesse narrazione, tasselli di un mosaico che forse non sono proprio romanzo 'tout court', ma non corrispondono neppure all'antiromanzo. E' sempre il cronista, il giornalista, a trasparire dalle sue pagine. Del resto, Consolo amava attingere dalla realtà e, nei suoi libri, anche quelle che possono sembrare invenzioni fantastiche sono in verità fatti di cronaca, piccoli avvenimenti quotidiani, grandi momenti storici celati in polverosi diari che la sua intelligenza investigativa riusciva a scovare. Al contrario di Verga e dei veristi, lui credeva nella Storia e nel suo potere educativo; la Storia come paradigma morale e bussola per l'uomo moderno, non come arido assemblamento di vicende stantìe. In un'intervista rilasciata alla RAI, asserì: "Soltanto la letteratura può trattare, oltre che dell'aspetto storico, anche dei sentimenti dell'uomo, delle passioni..."
La letteratura: sua grande passione fin da bambino. Amava Pirandello e Sciascia, era un esperto di Verga, Tomasi di Lampedusa e Vittorini, ma conosceva anche i non-siciliani: Alberto Moravia (incontrato personalmente a Lipari) e, 'in primis', Italo Calvino. Mentre gli intellettuali del Gruppo ’63 proclamano la necessità di rompere i nessi semantici e quelli sintattici, Consolo accoglie il suggerimento etico e razionalistico di Calvino di “dare ordine al caos”; opta sì per una sperimentazione, ma per una sperimentazione che, appoggiandosi alle radici della lingua, riesca a impregnare di 'lirismo' anche le circostanze e gli eventi più squallidi.
A Milano si trovava per lavoro: faceva il giornalista alla RAI e poi - o durante - il consulente editoriale della casa editrice Einaudi; ma lui la metropoli lombarda l'aveva conosciuta in precedenza, avendo frequentato la facoltà di Giurisprudenza dell'Università Cattolica. Si può affermare che fosse uno dei tanti siciliani emigrati; con loro, condivideva il "destino d'ogni ulisside di oggi": quello di "tornare sovente nell'isola del distacco e della memoria e di fuggirne ogni volta, di restarne prigioniero..." Cercava in Sicilia, anno dopo anno, decennio dopo decennio, il segno di un cambiamento, di un miglioramento... ma invano. La regione natìa, per quanto bella, sembrava - e sembra - vittima dell'incantesimo di una malvagia Circe...

Due episodi emblematici dalla sua vita: nel 1993, fresco di Premio Strega (lo ha vinto con 'Nottetempo, casa per casa'), dichiarò di voler fare le valigie e abbandonare Milano se mai il leghista Marco Formentini ne fosse diventato sindaco. Altre polemiche suscitò il suo rifiuto, nel 2002, di recarsi al Salone del Libro di Parigi, dove l'Italia era Paese ospite, poiché non voleva "rappresentare un governo [quello Berlusconi] che non ha nulla a che spartire con la cultura". Insieme a lui, si rifiutarono Umberto Eco, Antonio Tabucchi e Andrea Camilleri.

Stanco di fare la spola tra Nord e Sud, Vincenzo Consolo aveva dichiarato recentemente che gli sarebbe piaciuto tornare per sempre sull'isola dov'era nato.
Desiderio rimasto incompiuto: lo scrittore si è spento ieri a Milano. Aveva 78 anni.

«Barone, ma a chi sorride quello là?», chiede il servitore Sasà al Barone Mandralisca, indicando la tavola riproducente il "Ritratto di ignoto" di Antonello da Messina.
«Ai pazzi allegri come voi e me, agli imbecilli!»

(Da 'Il sorriso dell'ignoto marinaio')

domenica, agosto 14, 2011

Viaggio in Sicilia, estate 2011




Luglio-agosto 2011, provincia di Agrigento

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Le palme nane, piantate a distanza regolare, parevano suppellettili esotiche sul tappeto d'erba color smeraldo; poco dietro, l'opale del mare si presentava come una superficie artisticamente increspata. (Licata)



Un casolare in rovina, con i muri non più a squadra per causa di un sommovimento geologico o forse per l'impatto di un asteroide, ornava la cima di un colle quasi privo di vegetazione. Soltanto i cespugli verdi su un versante della montagnola e un vetusto olivo che ombreggiava la malandata costruzione sottintendevano all'esistenza di una vena d'acqua sotto le rocce. (Raffadali)



La faccia a metà di un eroe ellenico formava un binomio geometricamente perfetto con il tempio che, imponente, si ergeva in secondo piano.
L'ombra di Mary tagliò per un attimo quella visione arcaica - o venusiana - per intersecare la sagoma, più compatta, del suo compagno.
(Agrigento)

























sabato, maggio 28, 2011

Domani un racconto di Camilleri su la «Domenica»


«Sintì lo sguillo del tilefono e satò fora dal letto per annare ad arrisponniri. Era Catarella.
"Addimanno compressioni e pirdonanza per l'orata matinevoli, ma un frutto ci fu".
"Avvirtisti a Fazio?".
"In loco è, ma tilefonò ora ora dicenno che se ci va macari vossia è meglio".
Montalbano santiò...».


Ecco l'incipit del racconto che Andrea Camilleri ha scritto appositamente per la Domenica del Sole 24 Ore, domani in edicola.
Non avete capito niente?
Neanch'io, e sono siciliano!
Evidentemente però agli italiani piace questo slang, o dialetto che dir si voglia (non si parla in tutta la Sicilia, ma principalmente nell'Agrigentino...), giacché il simpatico quanto vetusto scrittore (macari communista fu!) conduce ormai da anni la classifica dei best- e dei longsellers.

Sarvaturi Camilleri: nu scritturi sicilianu di l'ùrtimu sèculu... e du novu!
Tremendo. Impariamo l'italiano per prima cosa, va'.