sabato, agosto 24, 2019

Roma!

(Da una mia eMail allo scrittore Giuseppe Alù)


Roma! Il mio rapporto con Roma  (dove hai vissuto fino ai 40 anni, e immagino che per te risulti, quella, una serie di delizie ma anche di esasperazione) è di affetto.
Grande affetto.



Eh sì, la caput mundi non mi è del tutto sconosciuta: mi vide infatti, come visitatore, più volte durante l'adolescenza. Esiste una fotografia in bianco-e-nero che mostra mio padre con noi quattro figli sullo sfondo del Foro Traiano: quel mio a modo suo unico pur se contraddittorio papà (RIP), pur nella sua quasi cronica mancanza di tempo (era ferroviere, guidava le locomotive... era spesso in trasferta...), non si stancava mai di riempire gli scaffali della sua libreria, di parlarci di questa o quella meraviglia della tecnica, di farci immaginare come sarebbe stato il nostro futuro ("Arriverà l'anno 2000 e ci saranno le automobili volanti!"...), leggerci qualche pagina di Storia magari direttamente dalla mitica Enciclopedia Rizzoli-Laroussi e, spesso di domenica, e quasi puntualmente quando aveva le ferie, mostrarci tesori artistici di Sicilia e del resto d'Italia. 




Potendo noi vantare parenti locati in quel di Santa Marinella, un paio di volte ci imbarcammo su un treno e li andammo a trovare. A Roma mio papà ci faceva prendere gli autobus e i treni del metro, e ce li faceva cambiare con agilità, come se nella grande città fosse di casa. Sembrava avesse stampata nel cervello la mappa della nostra indiscussa capitale.
Poi, diciannovenne, proprio nei pressi di Roma (alla Cecchignola) andai a prestare il servizio militare; o meglio nove mesi di quell'anno in divisa, anno che, per vari motivi, rimane per me indimenticabile.
E ancora qualche annetto dopo, da scrittore e curioso delle realtà sociali, girai i quartieri periferici di Roma, imbattendomi purtroppo anche in tante persone disagiate (quasi come nei quartieri delle nostre città più meridionali), sempre comunque legato a doppia mandata con l'elastico che mi rifiondava verso le ricchezze della Roma dei fasti artistici, degli splendori. "Ombelico del mondo": senza alcun dubbio.



E poi con Mary ovviamente ci sono tornato due-tre volte, più tardi. Godendocela grazie ai soldi in tasca (da difendere dai borseggiatori; ti sto parlando di un'era pre-bancomat), spesso infastiditi dal traffico e poi di nuovo in stato paradisiaco seduti a uno dei tavoli di un'osteria di Piazza Giordano Bruno o similia...






domenica, luglio 14, 2019

I racconti di Emiliano Angelini

Emiliano Angelini
Memorie dal Futuro
racconti

(Sottotitolo: ‘I migliori racconti di Emiliano Angelini’)

Rill - Riflessi di luce lunare






Le radici di tutti i possibili mondi futuri attecchiscono già nell’oggi, questo è chiaro, e, nella dozzina di racconti che compongono la raccolta Memorie dal Futuro, si ha l’impressione di essere confrontati con molti, addirittura troppi elementi del tempo presente. Questo o quel paesaggio in rovina e questa o quella situazione grottesca possono benissimo trovare posto nell’oggi. ‘Trovano’ posto nell’oggi, spesso. Riconosciamo gli scorci, riconosciamo il contesto e la circostanza: un po’ perché ci pare di averli visti in qualche film, ma massimamente perché, con le debite distanze di secoli e di carico di tragedia, siamo già stati protagonisti e/o visitatori di una di queste dimensioni.
Che, ci tengo a sottolinearlo, non appartengono tutte a un tempo a venire. Anzi: come nel caso di Il messaggio (più fantasy che SF), l’atmosfera è spesso malinconica, quasi inerente a un’America e a un’Europa crepuscolari, marca Anni Cinquanta.
Ma atteniamoci alla fantascienza: i luoghi sono quelli che conosciamo, non ci sono dubbi; solo lievemente mutati o come guardati attraverso uno specchio distorto. Come dopo un’indicibile catastrofe.
Anche sfogliando le pagine che trattano di vita “sociale”, di interazione tra umani, abbiamo un forte senso di déja-vu. Purtroppo. Purtroppo, sì, perché il futuro (il futuro vero e quello immaginato da Emiliano Angelini) non riserva nulla di piacevole per l’homo sapiens.
Parlo a bella posta al singolare (“futuro” anziché “futuri”) poiché tutte le tessere del puzzle formano una sola realtà e, se è vero che la realtà è varia e complessa, è possibilissimo immaginare ogni singolo racconto come il capitolo di un unico romanzo distopico.
Per me Angelini non è un novello Bradbury, come molti hanno sostenuto; per me è il Kafka dell’odierna letteratura fantascientifica. La sua intelligenza traspare non solo dalle trovate fulminanti, ma anche dall’abilità con cui riesce a esprimere concetti, a raccontare una storia senza sciupare una parola più del necessario. Non per niente è ritenuto uno dei migliori autori che abbiano partecipato al Trofeo Rill ed è stato tra i co-vincitori del premio SFIDA, indetto dalla stessa associazione!
Potrebbe senz’altro lavorare come sceneggiatore per il cinema...




L’ultimo giorno buono dell’anno (titolo ispirato a una canzone dei Cousteau) trasuda amara, cinica poesia. E il quadro dipinto dallo scrittore pescarese ci fa riflettere a quanti pochi anni (e non anni-luce!) dista l’estinzione del nostro pianeta e dell’humani generis.
Migrazione è un’altra storia che così bene sa esprimere il distacco, la lontananza. Siamo esseri minuscoli nell’universo, eppure capaci di distruggere l’unico posto accogliente di cui abbiamo conoscenza. Ci saranno razzi per portare nello spazio i nostri discendenti, ma parecchi saranno costretti a rimanere quaggiù, nell’ex Eden trasformato in Inferno.
Liberaci dal Male è sicuramente il racconto che più me lo ha fatto accostare a Kafka. Un Kafka moderno, sicuro. È narrazione condita con particolari piacevolmente orridi. Ma, attenti! Non si parla di futuro qui, ma di ieri prossimo. Dei giorni nostri, addirittura. E il piacere diventa... dispiacere.
Stesso discorso vale per il racconto Bogey: mondo presente. A propos di cinema e di scrittura cinematografica...
L’immagine riflessa è un vero horror thriller. Ma, per classe ed eleganza, degno di un H. G. Wells.
Morte prematura è il mio racconto preferito. Troppo bello per rivelarne anche un solo particolare.
Memorie della sabbia ha un’ambientazione esotica, similmente a Liberaci dal Male, ma la storia è profusa del senso di mistero e di cose irrimediabilmente perdute così come lo è, ad esempio, L’ultimo giorno buono dell’anno.
E passiamo a Bilancio familiare, uno dei racconti migliori e anche più conosciuti di Angelini. Breve quanto basta e raggelante sia per rapidità d’esposizione sia per il contenuto. Il mondo, ragazzi miei, sta andando in questa direzione. Facciamocene una ragione!
“Il Patriarca. Così lo chiamavano. Nessuno conosceva il suo vero nome. Forse, ironizzava qualcuno, neppure lui era più in grado di ricordarlo.” Il protagonista di Le cose che perdemmo nel fuoco (altro titolo suggestivo!) ne passa di cotte e di crude... No, nessun dramma di sangue: appena un “incubo culturale”. Con la partecipazione straordinaria di un grande maestro delle arti figurative.
Ufficio Rettifiche Genesi si inserisce nello stesso filone di Bilancio familiare. Rende tristi e nel contempo fa venire voglia di ribellarsi alla scienza più malvagia, alla perfida burocrazia, a...
Il racconto dal titolo Il messaggio è genuinamente, assolutamente bradburiano. Sembra di camminare, insieme alla protagonista, su un pianeta di ombre che incombono invadenti... mentre invece, per altre persone, si tratta di un pianeta di luce.
La stazione - pagine finalmente venate di speranza - evoca in una certa qual maniera le celebri Cronache del dopobomba...



***



Anche se è uno “scrittore pigro” (come pare che abbia affermato lui stesso), cercate di procurarvi tutti i papiri che portano la firma di questo scrittore. Potreste ‘sentire’ di aver scoperto un Philip K. Dick nostrano e, se no, avreste comunque tra le mani un “Original Angelini”.





lunedì, luglio 08, 2019

'24 scatti' - Recensione


Anna Belozorovitch
24 scatti
romanzo

Besa Editrice


Anna Belozorovitch è una scrittrice interessante. Già iniziando la lettura di questo suo lavoro in prosa si capisce che il suo è un linguaggio innovativo, pur rimanendo elegante ai limiti del classico (una classicità moderna, certo). L’autrice, nota anche come poetessa, usa frasi del genere:

”... scese lentamente col corpo verso il letto...” (anziché: “si inchinò verso il letto”); “tentando di alzare le palpebre pesanti verso l’ampia finestra...” (anziché: “rivolgendo gli occhi dalle palpebre pesanti verso la finestra...”).

Ogni cosa, in queste pagine, è movimento fluido.
“Lei sorrise e lui la seguì sorridendo” (ma i due non si stanno spostando, non stanno andando in qualche dove: l’una è sdraiata, l’altro le sta accanto; altri avrebbero scritto, più sbrigativamente: “lei sorrise e lui fece altrettanto”).





Il “lei” e il “lui” della vicenda sono Mara e Marino: un’assonanza di nomi non del tutto casuale. Proprio questa corrispondenza, proprio l’armonia di sillabe, serve a sottolineare l’ineluttabilità dell’unione del binomio in questione. Pur se nulla - come abbiamo accennato - sembra poter essere definitivo e scontato. Infatti persino un volto, addirittura un volto dolce, può trasformarsi all’improvviso in una maschera tragica.
Belozorovitch è sempre cosciente della plasticità del mondo e se ne fa portavoce. La Mara del romanzo ovviamente è la stessa scrittrice... almeno in parte. Così ci sembra di intuire. D’altronde: come potrebbe essere altrimenti? Trattasi di donna libera, che procede sicura su una strada scelta da lei medesima... anche se è una strada che si presenta non scevra di ostacoli. Marino, di contro, ci appare fin dall’inizio come un tipo problematico, fin nei gesti, fin nelle pose; addirittura nel fisico. Abbiamo dunque la contrapposizione tra semplicità, quasi “trivialità” (la donna, animale autosufficiente, capace a volte di un peccato veniale) e un essere scostante, ombroso, angoloso (il maschio suo compagno, comunque innamorato).



Le storie di Anna Belozorovitch si evolvono con scioltezza, con agilità quasi ipnotica, punteggiate di flashback. Ci si ritrova a vivere un frammento antecedente all’oggi nei più minimi particolari, eppure il lettore non arriva a stancarsi: un carattere o uno scorcio paesaggistico, un individuo oppure una casa vengono abilmente descritti con pennellate rapide e precise.
Ogni capitolo (e il primo inizia con “2”, non con “1”!) contiene riflessioni - traslate in gesti e parole - sull’amore, il vero grande miracolo dell’interagire tra umani. Ci sono silenzi, ma anche essi hanno un loro perché: come in un film neorealista o in un’opera dell’esistenzialismo francese.
Intorno alla coppia di protagonisti si attorcigliano le fotografie di situazioni, luoghi e personaggi ‘alia’ che hanno fatto di loro quel che sono. E il lettore vuol saperne di più. È come se un rullino fosse già stato sviluppato mentre altri stessero ad attendere di essere tirati fuori dal cassetto ed esternati, rivelandoci nuovi particolari. Il passato è una girandola mai veramente trascorsa. I giorni finiti sono composti da dagherrotipi in movimento che, più efficaci di un calendario, segnano il passo della nostra esistenza.
Il media della macchina fotografica (o “fotocamera”, come viene più propriamente chiamata nel libro) non è stato scelto alla cieca. Belozorovitch è una scrittrice di “scatti”, di “istantanee” che, messe in fila, vengono a formare una narrazione a tratti complessa - com’è complessa, o ad ogni modo eterogenea, o forse è meglio dire composita, la vita. Siamo di fronte alla nuova lady della letteratura intelligente. 



La storia narrata in 24 scatti è a spirale. Prima è lei - Mara - a sembrare totalmente persuasa di sé e padrona del proprio destino, ma a poco a poco (complici le foto “nascoste” nel rullino) ci viene suggerito che la donna possa essere depositaria di qualche mistero labirintico. Che sia responsabile di chissà quale colpa...
L’incombente operazione di sviluppo che servirà a rendere visibili le immagini latenti nella pellicola dovrebbe risolvere l’intrico.
Dovrebbe.


Lasciatevi incantare anche voi da questo bel romanzo che trasuda autenticità. 24 scatti è un prodigio. E ancor più lo è l’autrice.


Recensione pubblicata su Progetto Babele


sabato, aprile 13, 2019

PRESENTIMENTO DI UN DELITTO A CoPENhaGeN


 Smack, smack. Un bacio... ‘n ba’... E un altro ancora...
  E così ce l’hai fatta, Asger: l’hai “conquistata“, infine. Per riuscirci ti è bastata una sola sventagliata di colori; colori che non sono nemmeno in sintonia col cielo, o col pavé, o con le vecchie fontane di questa nostra città-Schifanoja. Si è arresa a te, Mamoiselle l’Art.
  E noi piangiamo; ma non di gioia. Di lei eravamo (siamo) tutti quanti innamorati, anche se non si può certo affermare che sia una donzelletta dal piè leggero. Di solito ci veniva incontro nei Giardini di Tivoli atteggiandosi a novella Isadora. La danzatrice, sai? Isadora Duncan... Ora danzeggia solo per piacer tuo. Ma non è una ballerina: piuttosto, assomiglia a una giumenta miope.
  Ha comunque un suo fascino particolare, la brava donnina. E’ così accessibile, e tanto comprensiva... E tu, Asger, ce l’hai sottratta!
  Eccoti lì mentre stai a coccolarla. E tra un po’ la fulminerai chiedendole di mostrarti il suo test HIV. Metterà su il broncio, Mamoiselle, garantito... E tuttavia dirà di sì; va bene, dirà. In fondo si rende benissimo conto di essere, per te, una perfetta sconosciuta.
  Già domani - lo so, lo so - le farai la pelle. Senza rimorsi, a sangue freddo. Agirai da tergo, quando meno se l’aspetta, tra le ombre inorridite di questo parco ancor vergine. Poi ti chinerai sul suo corpo. La aprirai, la scoperchierai con tutta tranquillità. Dopo averla sbudellata, attingerai i pennelli nei colori che ha dentro.
  Tu ridi, Asger? Ridi. Ridi come un cobra. Beh, sicuro: tanto sarà qualcun altro, infine (chi, io? io no), a dover rimuovere quello che sarà rimasto di Mamoiselle - una macchia indecente, schifosa, sul bel tappeto verde erba.
 
  °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

  Dedicato ad Asger Jorn, uno dei fondatori del movimento surrealista COBRA (COpenhagen, BRussel, Amsterdam). 

  I pittori e gli scultori di questo gruppo (che si costituì nel 1948 in un café parigino) propagavano, nell’Europa ancora intenta a smistare le macerie della guerra, nuove utopie sociali ed estetiche.
  COBRA, che faceva uso di un “alfabeto“ primitif, anticlassicista e rivoluzionario, si sciolse dopo soli tre anni: nel 1951. Ma qualcuno vocifera che i “cobristi“ siano ancora, sotterraneamente, molto attivi.


 Jorn Asger: They never come back (1958)


Karel Appel: Uomo e bestie (1949)


giovedì, marzo 28, 2019

Immaginando papà

Oggi son tornato, dopo molti anni che non lo facevo, a camminare lungo un binario. Si tratta dell'ex linea Wasserburg sull'Inn-Reitmehring, sospesa (e abbandonata a sé) dopo l'alluvione dei primi Anni 80.
(L'Inn straripò come aveva fatto sempre nel corso dei secoli, ma raggiungendo quella volta un livello record, e asportò molto del terriccio che sosteneva l'unico binario).




Calpestando le traversine, pensavo a mio padre e ai milioni di chilometri di linea ferrata da lui percorsi in qualità di macchinista delle FF.SS.



A un certo punto il binario morto sembrava puntare verso il cielo e ho fantasticato di trovare, in fondo alla tratta, il mio papà, e di corrergli incontro con una risata, esclamando: "Ti ho raggiunto, finalmente!"
E lui, sollevando gli occhi dalla Settimana Enigmistica e guardandomi da sopra gli occhiali di lettura: "Ma perché, figlio mio? Potevi restare dov'eri..."


Nostalgia delle vecchie ferrovie 


sabato, febbraio 09, 2019

Prova d'assaggio - lettura gratis. 'I dolori di Cyberius'

   Prova d'assaggio gratis



I dolori di Cyberius






Take one



Appoggiò i polpastrelli sui tasti che conosceva in ogni incavatura. HAL, a quei tempi ancora un'architettura 486 a 33 MHz e con 240 MB di spazio su disco fisso, troneggiava nell'angolo migliore del suo soggiorno. Pochi ancora possedevano un computer: era un'apparecchiatura troppo costosa e complicata. Anzi, i conoscenti gli domandavano che diavolo ci facesse lui con un aggeggio simile. Era un patito dell'elettronica, vabbe', ma... addirittura un calcolatore? «E che vuoi calcolare tu?» gli rideva in faccia Schmidt, suo vicino di casa.
Con pazienza, spiegava a quell'odioso gnomo e agli altri dileggiatori che non si trattava di fare calcoli. Non precisamente. Raccontava di essere cresciuto in mezzo ai computer o pseudo tali. Nei suoi 17 anni di vita era passato per Vic20, Spectrum, C128, C64, Plus4, Amiga, 386... Per amore dei giochini, sicuro, ma non solo. Era la dedizione al programming, alla sperimentazione, a una creatività allora definibile solo con termini inglesi dal suono futuristico. Le persone non stavano a sentirlo. Non capivano. Si rivelavano ottuse nei confronti di questa specie di febbre delle paludi che prendeva lui e l'insieme degli accoliti quando sedevano davanti alla sfera di cristallo. Sacerdoti di una setta dedita a chissà quali pratiche. Eccoli lì, fusi alla macchina e ai suoi codici. Avevano impiegato poco per entrare in simbiosi con il PC e non lesinavano soldi e tempo per potenziarlo, perfezionarlo, corredandolo di nuovi elementi, schede video e audio... e un modem.
A quell'epoca i modem più veloci erano a 14.400 bit e costavano sui 500 marchi, o 500.000 lire. Internet era ancora di là da venire, ma ci si collegava con le mailbox, che inizialmente funzionavano solo su piattaforma MS-DOS. Serviva una certa competenza tecnica per usare il BBS, cioè il Bulletin Board System. Stiamo parlando degli albori della telematica. I messaggi che ci si scambiava apparivano su schermo nero... Lui era iscritto alla 'Blue Box' gestita dall'amico Richard, che abitava in piena campagna bavarese, in un villaggio di autentici contadini. Richard medesimo era un contadino, ma viveva secondo il motto ''progress oblige!''
Si mandavano dispacci di questo tenore:


Ho smontato il congegno, ho fatto una pulizia accurata, la polvere era =
ovunque, e per quanto concerne la memoria RAM, l'aggiorner=F2 quando i =
prezzi ridiscenderanno. Qu=EC a Trostberg per un SIMM di 8 MB pretendono 200 marchi. Tu sai dove posso trovarne di piu' convenienti? Cmq poi ti =dir=F2, sar=E0 stata la polvere, ma sembra che ora la scatola giri meglio.


Ci volle qualche annetto perché arrivasse il più agevole Win 3.1 di Bill Gates & Co. Per far funzionare bene quell'arcaica versione di Windows era d'obbligo mettere mano al config.sys e all'autoexec.bat... E finalmente arrivò anche in Europa internet, versione pubblica della rete militare statunitense Arpanet. L'unico provider affidabile era quello di Compuserve, con sede nell'Ohio. I primi forum erano tutti in inglese. franc’O doveva allacciarsi a un nodo distante un centinaio di chilometri da Mühlwaldshausen e perciò la sua bolletta telefonica toccava cifre astronomiche. Ma l'avvento del web rappresentò per lui, che era straniero – sia pure allogeno –, il superamento di ogni confine. Era un territorio di caccia, ampio, virtualmente aperto a tutti. Unica prerogativa: la conoscenza dell'inglese. Ma c'era chi, come Richard, ne faceva a meno e andava lo stesso a caccia. A ogni modo, presto la Rete si internazionalizzò e, in un futuro non lontano, persino nanerottoli spirituali del rango di Schmidt si sarebbero vantati di essere provetti ''navigatori''.
Chiuse per qualche secondo gli occhi arrossati, massaggiandosi la mano destra. Il suo musculus palmaris longus era innaturalmente gonfio, e non per l'eccessiva masturbazione. Da fuori provenivano voci in tutti gli idiomi: i bambini che giocavano sotto casa. Il russare che arrivava da un'altra stanza era invece causato da Benno, il suo coinquilino italiano. Benno: un gigantesco insetto; tanto ingombrante quanto puerile.
Con un sospiro rialzò le palpebre e tornò a smanettare spostando il mouse e pigiando sui tasti. Dai due altoparlantini situati ai lati del monitor giunse il brusio della linea. Bit sparsi, caratteri su caratteri su caratteri che probabilmente sarebbero andati a finire su qualche nastro di backup della NSA, per essere conservati qualora contenessero qualcosa di succoso per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti... ''Le mie innocenti paranoie archiviate in un rifugio blindato, con piantoni annoiati e un impiegato all'interno che si prende la briga di passare in rassegna ogni cosa: l'ultimissima copia delle nostre e-mail, dei nostri siti, dei miei posting, che tra cinquant'anni saranno distrutti, perentoriamente cancellati...'' Si rivolse mentalmente a Schmidt: ''Mi chiedevi e mi chiedi perché. Semplice: perché l'informatica è eccitante. C'è sempre qualcosa da risolvere, ci sono continuamente rogne e rognette da grattare...''
Tanto, disse a se stesso, osservando l'immagine di Gina sul desktop, ovvero della sua ex ragazza, che lo aveva mollato poche settimane prima perché si sentiva trascurata, tanto, si disse con lo sconforto cinico, quasi allegro, che caratterizza parecchi diciassettenni, tanto che cosa abbiamo da perdere, se non la vita? E quella è persa comunque.
Voglio – concluse trionfalmente – che questo divenga il mio mestiere!





1


Qui Babilonia, vi parla franc'O'brain. Oggi è – finalmente! – scoppiato il sole, sun, Ra, soleil. Sto a sudare nel mio pullover di lana. E pensare che soltanto fino a dodici ore fa la temperatura si aggirava sui meno tre gradi! Sono solo, solo malgrado la folla di fantasmi tutt'attorno. Sono solo ed è gennaio.
Se l'Italia fu un incubo ben riuscito, la Germania è una fiaba alquanto sbilenca. Ma dove altro poteva quagliare la mia malinconia, se non nel purgatorio di un paese di intese precarie, prati di silenzio e nevi di rimpianto?
Là fuori, ora, boschi gocciolanti. E tu, amore, non qui; o io non lì, da te. Ci resta questo sguardo sghembo sulla retroguardia depressa della natura. Vorremmo andare incontro a quegli alberi... e montiamo sull'automobile che, intirizzita, ci ha attesi dentro il garage. Che disdetta! Tutti vogliono tornare alla natura, ma nessuno a piedi. Le strade, pertanto, non conducono certo a distese verdi.
Ricordo le campagne lunari e lunatiche del Sud, e le brulicanti cittadi... È il Nepal, la mia alma mater.
E tu, Gina, il mezzo di trasmissione per cui riesco ancora a volare.
So di avere le sembianze di un picchiato picchiatore (non ho più vent'anni, del resto: ne ho ventuno) e non poche ragazze, e nemici, fremono all'appressarsi delle mie spalle carnose, dei miei bicipiti di ferro e della mia pancia a barile. Ignorano che, a onta delle apparenze, anch'io necessito di calore, di affetto; come un bimbo. Necessito amore: percettibile, plausibile, più speziato di qualsivoglia pasticcio commestibile. E invece che cosa ho? Che cosa mi rimane?
Mi rimane la tua cartolina dal Portogallo, che mi tocca custodire come un briciolo d'oceano.
Dunque eccomi in auto mentre mi accingo a raggiungere un posto isolato – il buco del culo del mondo. Durante il tragitto (risibile, la cosiddetta carreggiata carreggiabile che si apre davanti al parabrezza: i buchi! i buchi!... Appena stamani, fuori dalla mia tana, ho udito la bambinaglia irridere – me? –: ''Il cu-cu-u-u-lo senza bu-u-uco... hi hi hi!''), spengo l'autoradio e, nel silenzio della meccanica, canticchio una vecchia canzone ispirata al tema dell'Aprés midi d'un faune. Canzone a tratti schioccante, a tratti suasiva e afosa; umido stornello: melodia del bacio. Il bacio della mamma, della prima amata, della prima moglie... La melodia diventa stonata, in sintonia con la condizione del manto stradale (buchi buchi bu'): il bacio alla russa, il bacio a tradimento di una checca (la linguaccia dapprima nell'orecchio e poi in fondo alla gola), il bacio di Giuda, il bacio di cavallo... I miei, di cavalli, muoiono sul limitare di una selva oscura, al cospetto di stalattiti e stalagmiti che rifulgono a un sole sempre più vago.
E adesso? Dovrò davvero scendere e, nudo, privo del rivestimento di latta, proseguire a piedi? Cavallo di San Francesco... Esito. È utopico credere che in questi sperduti paraggi ci si possa imbattere in qualcuno dal quale ricevere soccorso. Ogni cosa tace. E, se riaccendo la radio di bordo, curiosamente mi giungono alle orecchie le voci di fiere straziate, irose e contagiate di mondo, che dimorano nella foresta dei Grimm. No, no. Che ogni cosa rimanga muta. Preferisco il silenzio.
Intanto il sole scompare. E ripiomba l'inverno. Inverno eterno. Per sentirsi veramente un po' di calore sulla pelle, in questa stagione e a questi meridiani occorre entrare in un solarium. Ci si ritrova svestiti nella cabina, sdraiati in un sarcofago, con le lampade a UV che ci bruciano le labbra.
Freddonia. Flash di annichilamento, di sfacelo. Come un brutto videogioco. Molti se ne scappano nella Repubblica Dominicana per segregarsi in hotel-lager edificati da ditte euroamericane a ridosso di lidi prima incontaminati, e in quei bunker di lusso arieggiano i loro prosciuttoni mentre servetti bruni pescano schifezze dall'acqua della piscina. Poi, vestiti nelle uniformi stile "tipo da spiaggia", questi tedescacci (inglesacci, svedesacci, italianacci) marciano sbronzi verso i bordelli dove, per un pugno di dollari, possono sodomizzare fanciulle e fanciulli e corrispettive madri...
Quanta pace tutt'intorno! Uàaaaah! (Sbadiglio.)
Vado. L'azione è molto meglio di un crepare freudiano.
Apro la portiera e scendo. Brrr. (È il vento a farmi tremare.)
Se almeno qui con me ci fosse l'amico Manu Kyohto! Nelle nostre urbi, Manu si muove come un gorilla, impacciato, contorto. Soltanto davanti a un jardin public riesce a trovarsi a suo agio: sale sugli alberi, segue orme di animaletti e si ferma a sniffare sapientemente l'aria – robusti peli protendentisi come antenne sensitive dalle sue nari. A Manu Kyohto piacerebbe questo bosco selvaggio. Lui saprebbe guidarmi per un sentiero a me invisibile attraverso la muraglia di pioppi e abeti rantolanti perché cardiolatenti. Ma forza, forza! Al di là della selva attendono, forse, un'alba o un tramonto liberatori.
Avanzo nella giugla siberiana: pavido, nicotinante relitto, eccitato; rettile birrasciancato. Scivolo su lastre di ghiaccio. Striscio, zampetto; ratto drogato. A ogni secondo sul punto di giravoltarmi e tornare sui miei passi di corsa – le mutande smerdate –, saltando sterpi e inciampando su radici sporgenti.
In qualità di Homo metropolis sono avvezzo a determinati microclimi: il salotto con i suoi schermi e le sue tastiere, le botteghe e gli uffici luminosi, camere da letto con il riscaldamento e/o l'aria condizionata, l'abitacolo dell'automobile con i magici auto(s)parlanti... insomma, le comode nicchie della civiltà. Qua all'opposto c'è un silenzio che ruggisce, un'umidità che corrode. Una selva, appunto. Viva, reale, affatto meccanologica.
Foresta = fiaba. L'equazione si offre spontanea. Mi viene l'idea di una favola "riadattata" al nostro habitat: il Principe Dalle Labbra Di Fuoco (perché ama i cibi piccanti) bacia la Principessa Di Ghiaccio (in tanti l'hanno accusata di essere frigida, finché lei non si è convinta di esserlo). L'ardore del bacio "risveglia" la principessa e la coppia decide di andare in pizzeria. Ma la via è disseminata di ostacoli. Un nano idrocefalo, cattivissimo, perseguita i due incessantemente (hallo, Schmidt!). C'è un ruscello di ammoniaca che loro riescono a guadare cavalcando un sovradimensionale cybercigno... c'è un gufo parlante con un marcapasso d'uranio quale batteria... e altri elementi del genere. Un fantasy attuale.
Affascinante. Annota tutto, e subito!
Mi siedo su un tronco caduto e mi frugo addosso, ma scopro di non avere con me penna e taccuino. Peccato. Un'altra canzone che andrà perduta... Intanto la foresta rinuncia al suo ostinato silenzio e prende a intonare il proprio, di canto. Ogni cosa intorno a me starnazzafrullafrusciastride. Non so se rallegrarmene o se rimpiangere lo strano iato sonoro di poco fa. Poi qualcosa (qualcuno?) strepita nelle mie orecchie. Un urlo come di pazzo o sordomuto che mi raggela definitivamente il sangue. Roteo sul mio asse, le pupille strabuzzate. Finché arguisco che a urlare sono stato io. (Ma chi è, io?) E adesso qualcos'altro mi tallona...
''Raphèl mai amèch zabì almì'' mormoro a mo' di esorcismo, prima di tornare a procedere, perduto, tremante e scacazzante, nella foresta nordica che, impazzita, ride in tutte le lingue e tutti i dialetti dell'Orbe.
 




2


«Maledetto gringo!» mi accoglie Benno. «Dove sei stato?»
Gli passo accanto trattenendo il respiro: lui è il Sultano di Bacteria, non so ogni quanto si lava... se mai decide di farlo.
Ein Italiener. Come me, in qualche modo. Proviene dalla Brianza: un pulènt quindi, mentre mio padre è uomo del Sud. Il mio genitore, sì, è un terrone, se volete. E per riflesso lo sono anch'io. È mia madre che è tedesca, ma il parentume mi giura che ho preso maggiormente da papà.
Benno mi tallona fino all'"angolo soggiorno", che sarebbe la mia stanza.
«Ti devo parlare, señor
«Mmpf.»
«Solo dieci minuti!» implora.
Dieci minuti preziosi della mia vita.
«Occhèi, sputa. Ma presto!»
Lui ride annuendo. Si vede che è compiaciuto. Ha gli occhi stellati per la contentezza.
«Ho conosciuto una squaw...»
Da quando Toni, un emigrato italiano, gli ha regalato la sua enorme collezione di Tex prima di rimpatriare, Benno si esprime come gli eroi di quel celebre fumetto. Il mondo per lui è diventato il Selvaggio West e Kit Carson è il suo Zingarelli o la sua Treccani.
«Uhm» faccio, accendendo la Scatola Magica e buttandomi sulla seggiola girevole. «Bella?»
«Stupenda. Dobbiamo festeggiare! Dove hai nascosto quella bottiglia di bruciagola?»
A casa devo sempre nascondere ogni cosa. Davanti a Benno non si salva nulla. Non ha il minimo senso del risparmio. Forse non si rende conto che siamo praticamente poveri... Inoltre quest'abitazione è, obiettivamente, troppo minuscola per due della nostra stazza.
Mi spiego: l'appartamento – intestato al sottoscritto – è una piccola barca. L'ingresso è a poppa, mentre a prua c'è il cucinino. A dritta (o tribordo, se amate Salgari) sono piazzati il mio letto e quel rottamaio di plastica e metallo che ho assemblato con un lavoro certosino, e a sinistra (babordo) l'apparecchio televisivo e l'impianto stereofonico. Sempre a sinistra, mimetizzata mediante carta da parati, c'è la porticina che introduce al loculo di Benno, uno spazio che, osservato dalla strada, si presenta come un bovindo sulla facciata settentrionale della casa o, per attenersi all'immagine marinaresca, come una scialuppa attaccata allo scafo.
Sciaguratamente, lui nello stanzino non ci rimane quasi mai. Trascorre una cospicua parte del suo Dasein sul ponte del battello, tra tivù e frigorifero...
Certo, oltre al cesso abbiamo un bagno con tanto di vasca, adiacente al suo minivano, ma Benno Bamba sembra misconoscerne l'esistenza.
«Il whisky?» gli dico. «L'ho regalato a Manu quando ha fatto il compleanno.»
«... e bisogna pure comprare qualcosa da mettere sotto i denti, señor» blatera lui insistentemente.
Roteo su me stesso e lo squadro. Ha la faccia butterata e, in generale, la sua figura non è propriamente quella del bamboccio ben nutrito. In effetti non sbaglia quando afferma che dovremmo andare a fare la spesa: aprendo la credenza, ho visto sgusciare fuori un topo con le lacrime agli occhi per la fame. Ma possibile che dobbiamo acquistare tutto con i miei quattrini? Ovvero, con i quattrini che mi mandano i miei?
Torno a rivolgermi al monitor, dove pian piano si sta caricando Windows.
«Corri al Lidl» gli dico con nonchalance. «Prendi anche del pane... e un paio di birre, così brindiamo al tuo incontro con quella... con quella.»
«Corpo di mille bufali, sìiii!» esclama Benno girandosi e correndo via. Sento intanto che si conta gli spiccioli in tasca. «Si chiama Anna» aggiunge gridando. Attende per un po' sulla soglia che io contribuisca all'acquisto di roba mangereccia porgendogli qualche banconota, poi desiste e sbatte la porta, prima di scendere le scale a rompicollo.
Facendo scorrere le dita sul quadrante della tastiera, scuoto la testa. «Anna?» mormoro. «Semmai "Hanna"...» Al pari di molti stranieri, il mio bizzarro coinquilino non fa uso dell'acca aspirata.
Avrà due-tre anni più di me, ma, per quel che riguarda intelligenza e maturità, potrebbe essere il mio fratello minore. Minorato. I suoi genitori lo hanno mandato qui, Oltralpe, nella speranza che si dimentichi dell'eroina e di tutte le altre schifezze che a casa sua si iniettava sniffava fumava e via mastuprando.
Non si può dire che tra noi due corra buon sangue, eppure siamo amici. O meglio: amigos. Difficile da spiegare ma è così. La spesa lui non la fa quasi mai, ma versa abbastanza puntualmente la sua parte di affitto (suo padre è un industriale di medio calibro, a quanto ho capito: il grano, a questi meneghini, non manca...) e il suo apporto è di notevole sollievo sia a me sia soprattutto a mia madre.
Certo che mandarlo in Germania nell'illusione che si allontani dalla droga è quasi un paradosso! Finora comunque lo stratagemma sembra funzionare: a quanto ne so, oggi Benno si fa solo di spinelli e... di Tex.

"Figlio di cento puma! Manigoldo!"
Direi che l'aria puzza di linciaggio.
"Puah! Che postaccio!"
Sgozzavitelli!
Pezzo di carciofo!
"Cameron ha la faccia dello smargiasso."
All'inferno quel demonio!
"Non perdiamoci in piagnistei."
Il ranger non era solo, che il diavolo se lo bruci!


Smetto di pensare all'amico-Bimbo e mi immergo nel mondo virtuale. Che è, in concreto, il mondo vero, e non un universo parallelo come sostengono tanti. Accanto alla tastiera c'è un flacone di aranciata, mezzo vuoto, risalente alla settimana scorsa o a un paio di settimane fa, e briciole di pane costellano la scrivania e gli interstizi degli stessi tasti. Ormai mangio là dove lavoro, con il busto piegato verso i caratteri alfanumerici che ingolfano il terminal. Sono considerevolmente alto per la mia età, uno e ottanta circa, e tanto scaltro da fare movimento a sufficienza ("la pancia non c'è più!"), così evito di diventare come una di quelle enormi palle di grasso che contraddistinguono i maniaci del computer: veri e propri geni, ma agli occhi della gente solo sudici pulcinella con qualche turba psichica.
Apro Netscape, il mio browser di fiducia e, dopo aver dato una scorsa alle news, compio un giro sulla pagina dei link di www.ljubo-love.mk. Mi guardo i videoclip gratuiti: degli "assaggi" per così dire, che dovrebbero invogliare gli erotomani più accaniti (quelli con la carta di credito) a iscriversi e sganciare una o più manciate di dollari al mese.
Già la sola pagina di benvenuto di questi siti assomiglia a una cloaca. Tu clicchi sul primo dei tre o quattro minifilmati e già sai a che tipo di avventura assisterai. E ti poni il dilemma, mentre liberi la verga dalla sua gabbia, di quanti altri, nello stesso istante, si stanno sollazzando guardando il medesimo porno.
Spesso l'eiaculazione arriva prima del culmine filmico. Richiudi la patta, sentendoti buffamente offeso, depredato. Non hai speso un centesimo ma hai perduto di nuovo una breve ma preziosa parte della tua giornata. Per tacere della dignità. Ora che sei più pacato, e più vuoto nel vero senso della parola, ti chiedi, truce, come mai così tante donne (tutte carine) sono disposte a fare... quel che hai visto. Per i dollari? Non soltanto "mature casalinghe vogliose", ma per giunta "appena diciottenni": davvero le donne arrivano ad autodegradarsi in questa maniera per mera pecunia? Oppure ritengono la sessualità un misto di mercimonio e passione sincera?
Ripenso a Gina, l'unica con la quale ho consumato l'atto d'amore. Se oggi avessi almeno lei... Poi provo a immaginare come può essere la "squaw" cui ha accennato Benno. Ma quale ragazza decide di mettersi con un pivello del genere? Ha forse ragione Manu Kyohto nel sostenere che le donne sono tutte puttane? (Lui, Manu, uomo di colore, dice questo perché avrà avuto le sue brave esperienze... o, viceversa, perché ne avrà avute troppo poche.)
Basta rimuginare sul sesso! Cancello i cookies, ovvero le tracce del mio passaggio sulla website erotica, e cerco aria più salubre in un forum sui linguaggi di programmazione, dove i geek prendono in giro i nerd.


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Gina non ha mai compreso il mio attaccamento alla macchina. Inequivocabilmente lo ritiene un legame morboso, pensa che la mia sia una fissazione tipo quella dei malati del gioco d'azzardo o dei depravati che sperperano la vita nelle sale dei video game. Perciò mi ha lasciato.
Una delle nostre ultime discussioni (o forse proprio l'ultima) è stata discretamente accesa.
«Tu non hai un cervello» mi ha detto: «hai un cervello elettronico!»
«L'elettronica è in ogni caso la disciplina che aiuterà l'umanità a guizzare in avanti, a migliorarsi.»
«Lo pensi davvero?» Mi sembra di rivederla, con i capelli sciolti e formosa da inebriare, mentre tende un dito accusatore contro il Personal Computer. «Non ti accorgi di sciupare gli anni? Che mi trascuri per... per questo ammasso di cavi e ferraglia?»
«Questo sarà... anzi, è il mio lavoro! Un giorno fonderò una ditta. Noi freak, come ci chiamate voi, non viviamo solo per il presente. E non pensiamo nemmeno in dimensioni storiche. Noi... almeno quelli che come me hanno delle visioni... agiamo nel rispetto delle prossime due-tre generazioni, ma proiettati ancora più in là. Noi non pensiamo in millenni: pensiamo in eoni
«Ts-ts...»
«...Tutti dicono No nukes!, come i tuoi strani amici...»
«Non toccare i miei amici...»
«… e invece noi puntiamo decisamente sull'energia atomica. Perché un giorno il sole si oscurerà e sarà grazie all'energia atomica che riusciremo a sopravvivere.» Mi sto scaldando oltremodo, ma non posso farci nulla. Mai come adesso ho sentito di avere grandi idee e sono sicuro di stare esprimendole in maniera logica e comprensibile. Sono un profeta della Nuova Era. «No nukes? Our mind works in a different way. Lasceremo questo pianeta a bordo di razzi a fissione nucleare. La Terra, del resto, è solo la prima tappa di un lungo viaggio. E che cosa sono duemila anni? O cinquemila? O diecimila?!»
Gina mi è venuta più vicino. «franc'O, guardami: io non sono un ologramma. Fai un sacco di chiacchiere ma la verità è che non mi prendi più in considerazione. O forse, per davvero, credi che io sia uno di quei giochini, di quei fantasmi o... come dici tu... sprite? franc'O, fammi parlare! Noi non viviamo in un film di fantascienza e la vita non è basata sulla matematica binaria. Le persone non sono come i bit, non sono zero o uno...»
Al più tardi in quell'istante sarei dovuto tornare in me, rinsavire. Avrei dovuto prenderla tra le braccia, portarla fuori a divertirsi. Invece, cocciutamente le ho detto: «Ne parliamo dopo» per rivolgermi di nuovo al monitor.
Gina. Oggi il sole è una fiaccola di cobalto e tu mi corri nelle vene come il coniglietto della Duracell. Ma la tua carne è remota. Sciolta per sempre nell'acido del tempo.




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domenica, gennaio 27, 2019

J.D. Salinger

Il giovane Holden è un romanzo che ha perso molto del suo fascino da quando è diventato una lettura semi-obbligatoria nelle scuole. Un po' come il film (e relativo romanzo) Arancia meccanica; e un po' come On the Road. Mitici - infatti - possono essere solo quei prodotti che scopro io insieme a pochi amici e/o anime gemelle sparse per il mondo, non quelli che mi vengono propinati dal mercato di massa, dal sistema educativo e che magari ritrovo nell'abitazione del mio banalissimo vicino di casa! 


Lessi Il giovane Holden in un'era "non sospetta" e il mio approccio non fu affatto sociologico, né avevo in mente di scriverci sopra un tema o che so io; lo consumai per puro divertissement, per intrattenermi (come facevo e ancora faccio per qualsiasi opera letteraria che mi capita a tiro), e ancora ringrazio Iddio, o Budda, che quel libro non mi fu imposto da nessun insegnante. Risultato: capii di non essere affatto un disadattato, bensì un ribelle - un dolce ribelle, e, forse in primis, uno spirito critico verso la società dei consumi: come Holden, appunto! Il disagio, in realtà, non era dentro di me, bensì nel mondo circostante. Il sospetto lo avevo sempre avuto, ma fu quel pazzo d'uno scrittore americano, quel Salinger, a darmene conferma.

      


La lettura risultò fondamentale per me.
In pratica Salinger si specializzò in storie che hanno come protagonisti adolescenti. Franny e Zooey, Seymour, Alzate l'architrave, carpentieri e Nove racconti sono gli altri suoi libri. Li ho letti tutti; in originale. Ma ovviamente Il giovane Holden è il suo migliore. Bello, tenero e veritiero il rapporto del protagonista con la sorellina Phoebe... ma non è l'unico aspetto rilevante. Sì, un libro stupendo; e molto importante.
Partendo da qui, un lettore di oggi (io divorai il romanzo in questione quando avevo l'età di Holden, e da allora ho riletto più volte) può forse passare alla Beat Generation, che dà ai lettori uno spaccato dell'America "altra" (che non è però "l'altra America", né necessariamente l'America "alternativa").

Non so comunque quanto Il giovane Holden possa incidere sulla vita dei ragazzi di oggi, dato che, soprattutto dagli Anni Novanta in poi, ci sono state un sacco di "imitazioni" (iniziando con Jack Frusciante è uscito dal gruppo, il fortunato esordio di Enrico Brizzi, saggio alchimista che ha mescolato Holden con Arancia meccanica di A. Burgess), ma d'altronde bisogna interrogarsi sul livello di percezione degli odierni adolescenti anche per quanto riguarda la conoscenza di altre opere-spartiacqua del periodo a cavallo tra Dopoguerra ed Estate dei Fiori / Summer of Love: penso soprattutto a Plexus di H. Miller e - per la Beat Generation - On the Road di J. Kerouac e la raccolta di poesie di A. Ginsberg Juke-box all'idrogeno.

The Catcher in the Rye: questo il titolo in originale del romanzo di J.D. Salinger, molto più bello e incisivo certamente de Il giovane Holden, ma praticamente intraducibile per gli italiani. D'altro canto, la fortuna del libro, da noi in Italia, si deve proprio alla traduzione: Adriana Motti fece un lavoro geniale, un po' inventando lo slang dal nulla, un po' rendendo il linguaggio della gioventù di allora ("e compagnia bella", "eccetera eccetera", "Cristo santo!", "e via discorrendo", "una cosa da lasciarti secco"...). Alla Motti, generazioni di italiani non smetteranno mai di essere grati: è grazie all'acume creativo di questa traduttrice che loro si sono divertiti - e si divertono - a ripetere le espressioni del ragazzo ebreo-americano, un po' illudendosi di vivere a Manhattan, anziché a... Regalbuto o Cantù-Cermenate.

***

Nel cinema? Mai! - Hanno voluto provarci in tanti a fare il film del Giovane Holden, da Billy Wilder a Steven Spielberg; ma nessuno in sessant’anni ci è mai riuscito. Il vecchio Salinger non ha mai voluto vendere al cinema i diritti del suo capolavoro, perché secondo lui era unactable: "Non può essere legittimamente separato dalla tecnica della prima persona che gli è propria", scriveva in una lettera del 19 luglio 1957 al produttore cinematografico Herbert.

Del resto lo scrittore si era già scottato le dita con Hollywood: nel 1949, il suo racconto "Uncle Wiggly in Connecticut" fu trasposto in una soap opera, e da quel momento Salinger, deluso dal risultato, decise di non volerne più sapere della "Mecca del cinema" e dintorni.