domenica, ottobre 05, 2014

Recensione de 'I Fidanzati' (Olmi)



I film riusciti sono anche dagherrotipi del "momentum" in cui sono stati girati.

Nel 1963 Ermanno Olmi realizza questa pellicola che, oltre a ricalcare i toni esistenzialisti tipici di quell'epoca, ci dà l'immagine di un'Italia industrializzata che tenta di imporre la propria nuova mentalità "produttiva" anche ai Buoni Selvaggi nostrani.

Carlo Cabrini e Anna Scanzi nei ruoli principali.


Il plot:

Nel Settentrione italiano degli anni del Boom, Giovanni si fa notare per la sua abilità di operaio tecnico, guadagnandosi una promozione in Sicilia, dove, per 18 mesi, dovrà contribuire alla nascita di un nuovo reparto.
La sua relazione con Liliana è attualmente caratterizzata dalla mancanza di dialogo, e questa sua trasferta verso un mondo di fatto assai distante non può giovare al rapporto tra i due.

(Liliana: "Quanto tempo che siamo fidanzati! Quanti anni! Più che fidanzati, tu lo sai. Eppure, non ci siamo mai confidati, non ci siamo mai parlati...")

La coppia si incontra regolarmente in una sala da ballo e, a volte, c'è l'occasione di una corsa in moto. Poi lui parte. Lo vediamo guardare con occhi estranei e malinconici il nuovo ambiente, caratterizzato da scorci squallidi, ma anche da ritratti umani quasi macchiettistici.
La solitudine al Sud spinge Giovanni a ripensare alla sua relazione con Liliana. Ammette a se stesso di non esserle stato del tutto fedele. Negli occhi di lei, si specchia il dolore e un senso di fatidico distacco. 


Come può agire questa lontananza alla loro storia? Ci sarà un futuro per i due "fidanzati"?


Nel 1963 il Neorealismo era già passato, per questo preferisco parlare nel caso di questo film di... Esistenzialismo. L'occhio di Olmi si concentra sulle cose semplici della vita, nonché sul mondo del lavoro (che semplice non è). Il regista bergamasco era peraltro stato un documentarista e, come nella sua pellicola precedente (Il posto, 1961), ci sono temi che si ripetono: un nuovo lavoro per il protagonista, nuove circostanze sociali e paesaggistiche. La complessità di un mondo che cambia viene descritta in maniera naturalistica, e dunque autentica, ma arricchita in senso artistico dalla psicologia dei protagonisti.


Il lavoro aliena, il lavoro disumanizza. Inoltre c'è da registrare, nell'Italia di allora, la scarsità di spazi abitativi, conseguenza soprattutto della Seconda Guerra Mondiale (persino a quindici anni di distanza dalla fine del conflitto; problemi alimentati da una speculazione incontrollata). Nonostante si parli di "Boom", di "crescita", è difficile, per una giovane coppia, formare una famiglia.

La musica dal vivo che il pianista e il fisarmonicista suonano all'inizio del film si trasformano, nella testa di Giovanni, nella colonna sonora del suo viaggio e in quella dei flashbacks degli episodi vissuti insieme alla sua ragazza. I pranzi solitari nell'albergo, la sordidezza delle camere che Giovanni ispeziona alla ricerca di una tana dove soggiornare per il prossimo anno e mezzo, sono tappe di un percorso narrativo obbligatorio. Olmi lastrica però il copione di parentesi rivelatrici (e documentaristiche, appunto) sull'Italia operosa di quel decennio, dove, alla "serietà industriale" degli imprenditori e lavoratori del Nord, fanno da contrappunto le tradizioni della gente del Meridione. Vedi l'episodio dell'incidente occorso a un operaio che deve essere portato via con l'ambulanza. Il caposquadra spiega a Giovanni che i lavoratori siciliani non hanno un'etica lavorativa adeguata: abituati a lavorare nei campi, molti di loro addirittura non si presentano nei giorni di pioggia...


La corrispondenza tra i due fidanzati è un sottotema indispensabile. Nelle sue lettere, Giovanni si lamenta del silenzio di Liliana, e lei come tutta risposta esprime i suoi dubbi: Ero insicura se scriverti o no... Mi vuoi davvero ancora? Ho perso la fiducia, e anche la speranza...
Le lettere scandiscono il lento trascorrere del tempo. Giovanni continua a giurarle di amarla; lei invece usa un tono di sconforto.

La telefonata al termine del film, disturbata da un terribile temporale, lascia pensare a una probabile rottura amara tra Giovanni e Liliana; ma uno spettatore esperto di opere con uno sfondo di alienazione e disagio esistenziale, non sta a chiedersi se i due alla fine convoleranno a nozze, bensì sa cogliere i cenni - appunto esistenzialisti - che ci lancia il regista: sull'inanità dell'uomo, sulla precarietà della nostra vita e delle nostre relazioni.

Siamo tutti soli, siamo tutti vulnerabili. Anche nell'amore.



domenica, agosto 03, 2014

Recensione di 'E' ricca, la sposo e l'ammazzo'

A New Leaf

U.S.A. 1970



Con Walter Matthau, Elaine May



Elaine May è oggi un'arzilla ultraottantenne che, fin dal clamoroso insuccesso di Ishtar (1987, con Warren Beatty e Dustin Hoffman), non ha più potuto avere la possibilità di dirigere un film. Ma il suo era stato un debutto col botto: come sceneggiatrice, regista e interprete di una divertente pellicola che lei sembra essersi ritagliata a misura su di sé.


Il plot (in breve):

Henry Graham conduce l'esistenza di un playboy, dissipando allegramente il patrimonio ereditato. Arriva il giorno fatale, in cui l'avvocato gli comunica che non ci sono più soldi. Henry non vuole rinunciare al suo stile di vita e, raccogliendo ed eleborando un suggerimento del suo maggiordomo, decide di sposare una donna ricca. Sposarla e... poi ammazzarla, per entrare così in possesso di qualche milione. 
La ricerca è ardua, ma alla fine Henry ha successo: la prescelta è Henrietta (Enrichetta) Lowell, docente di botanica. Segni particolati: ricchissima e...  imbranatissima.


La commedia è "nera". I meccanismi narrativi sono ben oleati, ma il film risulta divertente grazie soprattutto alla brillante interpretazione di tutti: non solo della May e di un Walter Matthau in formissima, ma anche di James Coco (lo zio cinico che presta a Henry 50.000 dollari a condizioni da puro strozzinaggio) e George Rose (il maggiordomo). 
Ispirata a un racconto di Jack Ritchie (scrittore e sceneggiatore di gialli che fu uno dei massimi collaboratori della serie televisiva di Alfred Hitchcock), Hollywood volle realizzare la storia conferendole un happy ending. Ciò imbestialì Elaine May, che dal finale - che, pure, a noi non dispiace - si dissociò...


 


Le foto seguenti mostrano Elaine May insieme a Mike Nichols, suo partner sul palcoscenico dei teatri e in numerosi sketch della tivù americana.



La May lavorò alla sceneggiatura di tante altre pellicole di successo (Tootsie ad esempio), scrisse e diresse diversi film, ne interpretò altri ancora... (Con Matthau recitò ancora in California Suite; con il partner maschile di Matthau, Jack Lemmon, aveva lavorato insieme già nel 1967, in Luv vuol dire amore?; e fu un'ottima co-interprete di Woody Allen in Criminali da strapazzo, del 2000.)

Nata in Pennsylvania ma da tutta una vita newyorkese di adozione, non poteva mancare che, in occasione di una retrospettiva di film suoi e/o con lei come attrice, il prestigioso New York Times non le dedicasse un articolo. Un articolo che è in pratica la biografia succinta di questa grande donna dello spettacolo,
e che vi invito a leggere.




domenica, luglio 20, 2014

Racconti d'estate - recensione



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Questa mattina su RAI3 una bella sorpresa: non il solito film triviale, ma un vero gioiellino che, in tutte le sue sfaccettature, racchiude i drammi e le tragicommedie dell'umana esistenza. Dell'esistenza all'italiana, bien entendu. 
Il valore aggiunto della pellicola in questione è... il colore marca 1958 (annata eccellente!). Ma c'è da sottolineare che Racconti d'estate vale bene di essere accolto nella nostra DVDteca in quanto le varie storie che vi si intrecciano sono impreziosite dalla presenza di "Albertone" e di Marcello Mastroianni, nel pieno fulgore del loro cammino ascendente.
Comunque, l'intero cast è pieno di eccellenze; di quelle che, ad ogni modo, poteva offrire allora una "commedia" del genere: Sylvia Koscina, Gabriele Ferzetti, Michéle Morgan, Franco Fabrizi... e Dorian Gray (nome d'arte di Maria Luisa Mangini), una sorta di Valeria Marini d'antan, qui nel ruolo di un'attricetta sexy (praticamente interpreta se stessa!) che, come al solito, cerca di agganciare qualche uomo danaroso ma finisce per amare il bagnino ("Non è che diventerò una donna onesta?").

Sarà anche per le firme che appaiono tra gli sceneggiatori (Moravia e Flaiano su tutti) che, ancora una volta, è obbligatorio il paragone tra questo e i tantissimi filmetti che vennero girati in seguito - negli Anni Settanta, Ottanta, Novanta... fino praticamente a ieri - e che passano per "commedia italiana" ma sono invece il prodotto, volgare e senza un minimo di fondamento etico, di una decadenza volgare e/o di un vuoto intellettuale sfruttati per "fare cassa".

Racconti d'estate si presenta straordinariamente moderno, e inoltre ammalia per le numerose riprese "balneari" (fotografia: Enzo Serafin). Il Golfo del Tigullio (Rapallo, Chiavari, Portofino... Sestri Levante...) è uno spettacolo già di per sé. Ci sono storie d'amore in primo piano, ma tutte influenzate, pilotate addirittura, dal Dio Mammone.




    Alberto Sordi è Aristarco Battistini, squattrinato amante nonché "amministratore finanziario"di una famosa quanto robusta cantante lirica, Ada Gallotti. Sulla Riviera, Aristarco non può non notare le numerose bellezze in costume da bagno, che gli fanno girare la testa; e l'incontro con Jaqueline, bella turista francese e sua vecchia fiamma, non fa che complicare la situazione. Ma infine, pur di ottenere una parte delle ricchezze della grassa soprano, Aristarco porta all'altare Ada, rinunciando alle dolcezze dell'amore giovanile.
    Mastroianni in questo film è Marcello Mazzoni, un ispettore che sta scortando una detenuta francese alla frontiera, affinché sia processata per furto a Marsiglia. Sul treno, e poi anche durante la loro (imprevista) permanenza nella località di villeggiatura, l'ispettore prende in simpatia e socializza con la donna... fino al punto da innamorarsene e pensare di fuggire con lei. Rimarrà soltanto un sogno, ma i due trascorrono una notte di passione insieme e si prospetta la possibilità di rivedersi... dopo qualche anno, quando lei uscirà dal carcere.

    Altre due-tre storie formano l'intelaiatura del film, che Franciolini ha ben girato intrecciando o comunque facendo procedere parallelamente i singoli destini. Davvero notevole la vis comica di Sordi, così com'è notevole l'abilità di Marcello Mastroianni nell'interpretare il funzionario impacciato, quasi imbranato, che però cela la virilità di un grande amatore.

     


    ' RACCONTI D'ESTATE '

    GENERE: Commedia
    Italia, 1958

    REGIA: Gianni Franciolini

    SCENEGGIATURA: Gianni Franciolini, Rodolfo Sonego, Alberto Moravia, Ennio Flaiano, Edoardo Anton, René Barjavel, Alberto Sordi, Sergio Amidei

    ATTORI: Alberto Sordi, Anita Allan, Dany Carell, Lorella De Luca, Franco Fabrizi, Gabriele Ferzetti, Enio Girolami, Dorian Gray, Sylva Koscina, Ignazio Leone, Anna Magoli, Franca Marzi, Marta Marcelli, Jorge Mistral, Michèle Morgan, Francesco Mulè, Colette Ricard, Franco Scandurra, Francesco Tensi, Angelo Zanolli, Marcello Mastroianni

    FOTOGRAFIA: Enzo Serafin

    MONTAGGIO: Adriana Novelli

    MUSICHE: Piero Piccioni 

    DURATA: 113 Min

    domenica, maggio 11, 2014

    Roberto Leoni - 'L'isola di Caino'



                                                                        "Il reality prossimo venturo"

                                

    MDL Creations
     



    Questa è la stoffa di cui sono fatti i romanzi-capolavoro. Ben costruito, L'isola di Caino è, insieme, giallo d'azione e intelligente essay su un mondo che ormai ci offre storie di cronaca che prevaricano di gran lunga qualsiasi fantasia. Roberto Leoni compie la trivellazione della realtà attuale con una ben azzeccata scelta di temi-clou: da una parte c'è un efferato serial-killer, dall'altra il mondo televisivo in forte crisi e con impellente necessità di riconquistare "audience". L'identità del serial-killer si conosce fin dalle prime pagine... o no? Al lettore viene proposto un enigma travestito da certezza, e il romanzo si snoda perennemente immerso in un'atmosfera noir - talmente noir da sembrare grottesca se non fosse per i riscontri purtroppo evidenti con la "vita vera". 

    Il nostro è un mondo dove domina sovrana la legge dei soldi, e Carlo Cremonelli, responsabile dell'importante emittente televisiva WorldSat, sa bene che il sogno della facile ricchezza, insieme a Sesso & Violenza, costituisce un magnete di comprovata efficienza. Decide così di dare la stura a „L'isola di Caino“, uno show senza esclusione di colpi in cui soltanto chi arriva fino alla fine conquisterà i cinque milioni in palio. Durante la diretta ne succedono di tutti i colori (violenza a gogò), tantoché nei salotti televisivi - e non solo - si discute ardentemente sull'opportunità di tali spettacoli. Certo è che lo stratosferico successo di pubblico dà ragione al produttore. 
    E' la realtà a essere disturbata, depravata, e l'evento mediatico che va in onda su WorldSat sembra unicamente riprendere modelli e stili pre-esistenti, riproponendoli alle masse in un format compatto e atrocemente funzionale. 
    ...Con gran rincrescimento del commissario Margherita Perri. 
    La giovane donna si era messa sulle tracce del serial-killer con professionale meticolosità, quasi testardaggine, ed è ora costretta a stare inchiodata davanti al piccolo schermo inorridendo e stupendo come il resto della nazione di voyeurs. 

    Per creare ottimi thriller, occorre affrontare tematiche scomode. Ci vuole inoltre una mente analitica, razionale; ci vuole uno scrittore capace di elaborare lo shock da delitti atroci esaltando il naturale senso di repulsione in una narrazione senza respiro, in un racconto avvincente. Roberto Leoni (non un nome nuovo: è anche esperto sceneggiatore cinematografico) ha scritto un romanzo interessante e di qualità, che, peraltro, potrebbe divenire (e lo dico senza storcere il naso) un film hollywoodiano, una (come si suol dire) pellicola di cassetta. 

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    giovedì, maggio 01, 2014

    Oggi Primo Maggio... e la tivù rimane morta


    Che vergogna! Neppure oggi, che è ufficialmente la Festa del Lavoro, la televisione italiana riesce a tirare fuori qualche asso dalla manica. Sia RAI che Mediaset rimangono fedeli a se stesse, proponendo servizi scialbi, interviste idiote e condotte malamente, nonché telefilm e "formats" per rincretiniti. Nessun impulso, nessuna trovata coraggiosa. E di film nemmeno a parlarne. 



    Perché non offrirci una retrospettiva di pellicole comiche, o di grandi commedie e dei loro interpreti immortali (Gassman, Sordi...)? Perché non dedicare i programmi della giornata a qualche grande regista de noartri (Fellini, Monicelli, Scola, Dino Risi...)?

    Non so chi ha messo queste bestie, questi babbei a capo della programmazione televisiva italica, ma comunque è certo: siamo nelle mani di veri e propri zombi dello spirito! E così, l'operaio (o anche il disoccupato, lo studente, il casalingo...) che oggi si ritrova tra le proprie quattro mura (anche se "proprie" è un eufemismo), si vede costretto a mastruparsi corpo e anima con le sconcezze per cerebrolabili, con le imbecillagini per somari che vengono allegramente offerte (con tanto di pacchetti pubblicitari caratterizzati da spot oligofrenici) ai milioni di discendenti di Dante, Leonardo, Celentano, Fo, Eco e De André.

    O binomio di re d'Italia! O Renzi e Berlusconi! Licenziate  - vi esortiamo coram populo - questi dirigenti incapaci. E subito!

    mercoledì, marzo 19, 2014

    Il bizzarro sogno parigino di Gianfrancesco Iacono




    Non solo "mafia e monnezza": la Sicilia ci sbalordisce, di quando in quando, producendo risorse e talenti davvero notevoli. E' il caso di Gianfrancesco Iacono. Uno scrittore. Un maledetto scrittore. Colpa sua se ieri sono arrivato tardi al lavoro. Infatti, quando è scoppiata la sveglia, io sono rimasto ancora a letto a leggere il

     Sogno nella via blu.

    In realtà questa è la denominazione italianizzata. Il romanzo di Iacono ha infatti un titolo coraggiosamente... gallico: Rêve dans la rue bleue.

    Un  libro grande, di un intuito e di una sagacia dolorosi. Céline, certo, ma tutta un'orda di autori (dannati e no) batte le mani al romanziere palermitano. C'è la magia dell'incipit (davvero bello) e quello dell'ultimo capitolo. L'ambientazione? Parigi.



    Il Sogno nella via blu è un "tour de force" consistente. Tocca le corde fondamentali della vita, gli aspetti più "blu" del nostro esserci, inabissandoci nella lercia e schifosa topografia non tanto dell'anima (quella, malgrado tutto, è ancora capace di spiccare voli, sfruttando la Tour Eiffel dell'Intelletto), quanto dei nostri istinti.

    Una volta di più, la capitale di Francia serve da paradigma del mondo tutto. Parigi come tomba dell'esistenza umana che interroga se stessa; ma anche Parigi nella sua trionfale, sudicia, a tratti monumentale bellezza.
    Il libro è scritto benissimo e forse si nota il tentativo (à la Henry Miller) di rompere qualche tabù, se non fosse che ormai non ci sono più (a mio modesto parere) tabù da rompere. Risalta la bellezza dell'arte di G. Iacono, la scorrevolezza, la freddezza logica (= autocontrollo) anche là dove la prosa assomiglia a écriture automatique (procedimento  adeguato per le vicende ivi narrate).

    Pur se uno già conosce il suo Céline, il suo Miller, la lettura di questo romanzo non può non affascinare. Uno dei temi-'clou' su cui si regge l'intera impalcatura è la maniera in cui l'Homo arabus e/o l'Homo africanus vengono percepiti dal cosmo "normanno" e come codesti immigrées, esposti alla poco garbata e poco attenta analisi di individui apparentemente civili e presuntemente moderni, finiscano per divenire i giudici più spietati di Civiltà & Modernismo.






    Sottolineo che è comunque la padronanza del linguaggio - nonché delle tecniche narrative - ad avermi colpito maggiormente. Le vicende, sì, possono anche intrigare (sebbene anch'io abbia alle spalle la mia "deboscia da emigrato": dunque, son poco propenso, ormai, a sconcertarmi o strabiliarmi), e poi Parigi "tira" sempre. Reputo che molti giovani lettori possano rimanere colpiti, ammaliati.

    Pietra angolare di Rêve dans la... è il blu: blu come simbolo di libertà e, per stretta analogia, di tristezza innata; blu <--> "blues", come suggeriscono le stupende pagine iniziali.

    Troppo "bleu", in effetti: mentre "scoprivo" il libro, per me sono trascorse giornate strane, addirittura sbilenche, nel negozietto di kebap dove sciacquo i contenitori di plastica che vengono poi riutilizzati...
    In un mondo che fatica o fa finta di faticare, non tutte le persone sono sintonizzate su quello che in fondo è il colore di ciascuno.

    Auguro a questo libro di diventare un longseller, non un bestseller. Il bestseller può arrivare a bruciarsi in un mulinello di cifre e promesse bugiarde, mentre il longseller mantiene sempre viva l'attenzione sull'autore e sulle sue opere successive. Secondo me l'Italia, la letteratura italiana, si è arricchita di una voce nuova e importante. Altro per adesso non aggiungo: devo proseguire a camminare dentro questo sorprendente romanzo...

    Ma, alt! La critica troppo entusiasta di un determinato prodotto fa immancabilmente pensare a un artificio commerciale, a uno dei soliti espedenti propagandistici a mero scopo mercantilistico. Per questo voglio parlare qui dello scrittore più ancora che del libro.

    Chi è Gianfrancesco Iacono

    È nato a Palermo il 15/08/1986.
    Si è laureato in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Palermo nel marzo 2011.
    Scrive da quando aveva diciassette anni, epoca in cui cercava di mettere assieme, in maniera scombinata, racconti stile-Edgar-Allan-Poe e testi teatrali dalle più disparate influenze. Ridimensionate poi le sue pretese, è stato finalista per la regione Sicilia alla prima edizione del Premio Letterario La Giara (2012) con il romanzo Rêve dans la rue bleue.

    Ama la letteratura con una predilezione per i classici francesi di Primo Novecento; si interessa anche di musica (rock, classica, opera lirica) e di cinema e scrittura cinematografica.
    La sua attrice preferita è Audrey Hepburn, il regista preferito è François Truffaut.

    Ha scritto a 18 anni Le vacanze romane di Audrey. 18 anni: a quell'età si ha un trasporto e una freschezza che pochi artisti della parola conservano in seguito. Ma Iacono sembra possedere tuttora quell'entusiasmo...



    Del "Sogno" abbiamo già parlato; e ho la sensazione che il libro troverà molti cultori.

    Ma online, dello stesso autore, è presente, ancora accessibile a tutti, Un sole senz'ombra.

    Un sole senz'ombra è un'opera che spero di vedere presto stampata su carta, giacché non è vero ciò che si racconta nei simposi di giornalismo online, ovvero che "ciò che è sulla rete rimane per sempre". Da internet prima o poi sparisce tutto...

    Un sole senz'ombra mi è piaciuto molto. Dopo Roma e Parigi, dunque, ecco Palermo e dintorni.
    Non so se in Italia esistano ancora editori veri, ma questo è un romanzo da pubblicare così com'è, senza cambiare una virgola. Forma e linguaggio sono ineccepibili. L'ho trovato più pragmatico e "scolastico" di Rêve dans la rue bleue. Vale a dire: l'ordine prevale sul caos.
    Roberto, il personaggio principale, mi dà l'impressione di essere una figura dannunziana, anzi "la" figura dannunziana per eccellenza (con i dovuti filtri temporali, ovvio: un esteta come Andrea Sperelli oggi sarebbe oggetto di spottò...), mentre Giulio risveglia in me (impolverato topo di biblioteca) memorie dostojevskiane.
    E' un romanzo che analizza la mondanità del nostro presente, un romanzo meno atemporale rispetto al "Sogno", un romanzo del presente e per il presente, dinamico, con tinte criminalistiche (ma è l'oggi stesso, caratterizzato da una vita sociale in Allegro agitato, a essere criminale, omicida, macchiato di sangue).
    Ottime le figure e meravigliosi gli scorci descrittivi della Sicilia. Per il lettore, trattasi di un bagno lucido, per molti versi illuminante, nella borghesia italiana, con quel tocco di aggiunta "esotica", certamente suggestiva, che è l'immancabile incentivo di un'ambientazione nel Midi nostrano, e in particolare nell'amata, spesso odiosamente amata - e forse perduta? - Trinacria.

    *****

    Tenete d'occhio questo interessante scrittore: di sicuro ha ancora in serbo per noi diverse pregevoli creazioni.


    sabato, febbraio 15, 2014

    E' uscito 'Zerovirgolaniente'!

    Ecco il libro che, stranamente - ma forse no -, reca lo stesso nome del mio blog: Zerovirgolaniente.

    Contiene otto romanzi brevi, o novelle, che vanno dal dramma dei poveri immigrati ai problemi (di carattere più maccheronico, certo) dei nostri emigrati. 
    In mezzo ci sono storie davvero "istruttive" (come recita il sottotitolo). Una su tutte: "La Trabanteide", ambientata al tempo della Riunificazione delle due Germanie.



    Nonostante le sue numerose pagine, il libro è quasi gratis (meno di un euro!). In compenso è disponibile unicamente in forma di e-Book per Kindle.

    Love is real, real is love



    ... Love is feeling , feeling love
    Love is wanting to be loved


    Love is touch, touch is love
    Love is reaching, reaching love
    Love is asking to be loved


    Love is you
    You and me
    Love is knowing
    we can be


    Love is free, free is love
    Love is living, living love


    Love is needed to be loved

    giovedì, gennaio 16, 2014

    Un thriller con risvolti spionistici - il primo caso della reporter di colore Miriam Mayer



    Un omicidio a Monaco di Baviera. Miriam Mayer, che è alla ricerca del suo primo scoop di cronaca nera, si butta sul caso senza sospettare che, dietro alla "banale" uccisione di un macró russo, si aprono scenari ben più ampi e... pericolosi.

    Le ricerche la porteranno nella San Pietroburgo fresca di Glasnost, con l'inflazione alle stelle e molti cittadini certi che le cose andavano meglio prima, al tempo del comunismo. Occorre trovare a tutti i costi la piccola Katrinka: la "matrioska" formato mignon sa, o potrebbe sapere, tante cose su certi affari sporchi tra ex burocrati sovietici e un misterioso personaggio dell'alta politica tedesca...


    Oltre dieci anni fa, Mario Biondi (lo scrittore, non il cantante!) mi chiese di mandargli un romanzo giallo per conto dell'editore per cui lavorava. Scrissi in fretta Matrioska. Per un motivo o per l'altro, la pubblicazione non avvenne e io mi disinnamorai del progetto (prendendo decisamente distanza dal mondo dell'editoria ufficiale).

    Pochi mesi fa, scartabellando tra vecchi files, ritrovai quel famoso giallo semi-incompiuto. Ho iniziato a rilavorarlo e vi ho aggiunto le scene finali. Et voila! Eccolo bello pronto per chiunque possieda un Kindle.
    Devo dire che Miriam e la piccola Matrioska (questo il nuovo e definitivo titolo!) sa molto di Mario Biondi, della sua straordinaria sapienza come editor e della sua conoscenza della letteratura angloamericana (ha tradotto nella nostra lingua molti best seller). Ma io ci ho messo molto del mio, modestamente. Prima cosa, ho cambiato l'ambientazione: da Milano a Monaco di Baviera...

    Dopo le storie di Smoke - cyberdetective privato e i racconti horror-noir firmati con lo pseudonimo franc'O'brain, Miriam e la piccola Matrioska è il primo vero tentativo che faccio di sfornare un thriller di ampio respiro.
    Tentativo meravigliosamente riuscito, come io stesso devo ammettere. Ma quanti anni sono passati da quando esposi al grande Biondi la trama originale! Spesso i libri hanno una gestazione lunga e travagliata.


    ****

    Krimiromanzo

    Miriam Mayer è una giornalista di colore con passaporto tedesco. Finora ha scritto di moda, ma lei spera di potersi guadagnare i galloni come cronista di nera. Per farlo le occorre convincere il direttore del 'Kompakt', giornale per cui lavora.
    Il primo caso in cui si imbatte la conduce nel giro della prostituzione. E poi anche più in là.

    In che modo la sparizione della giovanissima Katrinka è collegata alla morte di Ivan Filippovic, notorio macrò? E quale ruolo ha nella vicenda Johnny, lo sfigato bullo di periferia? ...


    domenica, gennaio 12, 2014

    E' morto un altro criminale di guerra

    Un sionista, un dittatore sanguinario, il terrore della Cisgiordania: Ariel Sharon


    I suoi genitori provenivano dall'Europa dell'Est - tipici ebrei delle regioni slave - e lui fece carriera nell'esercito israeliano, osannato dai suoi amici e odiato a morte dai suoi nemici, questi ultimi vittime dirette o indirette del suo brutale modo di agire. Non a caso lo chiamavano "Bulldozer": brutale Ariel Sharon lo fu anche in politica, e spesso fu qualche sua decisione testarda, fuori luogo, a senso unico, a scatenare l'Intifada (= resistenza armata) palestinese.


    I libri di Storia occidentali lo ricorderanno forse come un governante oculato - giacché noi in Occidente facciamo sempre finta di non vedere e non sentire -, ma nella memoria degli arabi Sharon rimarrà sempre "Il Macellaio di Beirut": nel settembre 1982, nel corso della Guerra Civile del Libano (1975-1990), milizie cristiane libanesi alleate con gli israeliani entrarono nei campi profughi di Sabra e Shatila dove trucidarono oltre 2.000 palestinesi (uomini, donne e bambini che erano stati costretti a lasciare le loro case per rifugiarsi in quella zona alla periferia di Beirut). Sharon allora era Ministro della Difesa e una commissione israeliana attestò la sua indiretta colpa per il genocidio.
    Nonostante ciò, nel 2001 divenne capo del governo, e lo rimase fino al 2006. Onorato e rispettato come "eroe di guerra", nel 2005 riuscì a far passare in parlamento un decreto che sorprese non pochi: il ritiro dalla Striscia dei Gaza dei coloni israeliani che vi si erano insidiati. Per questo Sharon ebbe degli amari dibattimenti con i vecchi camerati del Likud (il partito di destra di cui era cofondatore) e decise di dare la stura a una nuova formazione politica, la Kadima ("Avanti"), che si dichiara più moderata.

                                Si combatte nella spianata sacra di Gerusalemme

    Ora i media e i capi di Stato occidentali, nel ricordare la sua figura, sottolineano quella sua decisione di abbandonare gli insediamenti abusivi nei territori occupati. Peccato però che a tale "storica" mossa Sharon venne costretto dalle circostanze negative da lui stesso create!
    Difatti Israele era stato bersaglio dei razzi Qassam, sparati dalla Striscia di Gaza dopo lo scoppio della Seconda Intifada (16 aprile 2001). Le operazioni militari israeliane del 2004 chiamate "Arcobaleno" (a maggio) e "Giorni di Penitenza" (a settembre), atte a distruggere i tunnel sotterranei e smantellare le infrastrutture di Hamas (Movimento Islamico di Resistenza palestinese; "hamas" ovvero حماس sta per "entusiasmo, zelo"), non dovettero portare i risultati sperati e costarono fin troppo a Israele: ecco il motivo della "sorprendente" decisione del premier di restituire ai palestinesi una parte dei territori occupati (decisione che, come abbiamo detto, fu stoltamente osannata dall'Ovest filo-israeliano).



    Chi oggi critica gli arabi, che esultano per la morte di Ariel Sharon e gli augurano di tutto cuore una buona permanenza all'inferno, dimentica o ignora qual è la biografia di questo uomo.

    Nato nel 1928 in quella parte della Palestina allora assegnata al controllo dei britannici, e su cui sarebbe sorto lo Stato di Israele, fu una figura controversa fin da giovane. Il suo background culturale ce lo dipinge come un contadino "votato alla musica" (nel kibbutz prese lezioni di pianoforte e violino), ma la sua carriera militare (dove sarebbe avanzato fino al grado di alto generale) è, giocoforza, tutt'altro che caratterizzata da gesti gentili, culturali, umanistici.
    Contribuì alla nascita dell'esercito israeliano come membro dei gruppi paramilitari Jewish Haganah nella guerra del 1947-48, che portò alla "Nakba" (parola araba che significa "Giorno della Catastrofe" e che indica la cacciata e-o fuga di 700.000 palestinesi e la distruzione di numerosi loro villaggi a opera degli israeliani).

                    

    Il protegé di David Ben-Gurion era un comandante implacabile; non a caso una delle sue biografie reca il titolo Il Cesare d'Israele. Nella Guerra dei Sei Giorni fu l'unità di Sharon a conquistare il Sinai, e durante la Guerra dello Jom Kippur (1973), cui lui partecipò nonostante già pensionato, fu l'attraversamento del Canale di Suez da lui voluto a quanto pare senza ordine ufficiale a dare la svolta decisiva al conflitto. Quel "colpo di testa" contribuì alla creazione del mito di Sharon come protettore e paladino dello Stato ebreo. Per gli arabi ovviamente lui era, e sempre rimarrà, un terrorista di Stato, nonché criminale di guerra. Come abbiamo visto, "Bulldozer" avrebbe ricoperto la carica di Ministro della Difesa, da cui dovette dimettersi dopo il genocidio in Libano (ma fu l'intera guerra libanese a provocare troppi morti: quasi tutti civili innocenti).


    ... Nel frattempo la sua vita privata veniva caratterizzata da una serie di tragiche circostanze: un suo figlio morì a soli undici anni nella fattoria di famiglia per un colpo partito accidentalmente da un fucile, la sua prima moglie perse la vita in un incidente d'auto, la seconda morì di cancro... Sharon però non si arrendeva e si rialzava, così come si è sempre rialzato dopo ogni sconfitta politica. Continuò imperterrito a macinare strada, divenendo titolare di diversi ministeri. Fu quando era Ministro dell'Agricoltura che fece pressione affinché si costruissero nuovi insediamenti nelle zone occupate (fu ciò a contribuire al nomignolo di "Bulldozer"). Indimenticabile il suo appello rivolto ai coloni nel 1988, poco prima che negli Stati Uniti si tenesse una conferenza su una possibile nuova ripartizione di quei territori: 
    "Correte e impossessatevi di più terra possibile, allargate le colonie. Tutto ciò che arraffate adesso rimarrà nostro, mentre ciò che non prendete andrà a loro [nelle mani dei palestinesi]".

    I funerali di Sharon si terranno lunedì nel suo ranch, nel deserto del Negev. L'ex premier è morto a 85 anni in un ospedale di Tel Aviv dopo otto anni di coma.




    Ciò che segue è la condanna di un religioso belga contro la politica di Israele e il gioco "da gnorri" della comunità internazionale. Lasciamo dunque la parola a Dom Armand Veilleux, abate dell'abbazia cistercense di Scourmont, in Belgio.


     Se non è genocidio...
    L’assenza quasi totale di reazione della comunità internazionale davanti ai metodi crudeli e barbari cui sta facendo ricorso in questi giorni lo Stato d’Israele contro il popolo palestinese è un esempio flagrante dell’assenza sempre più totale di rispetto per i valori morali o, più semplicemente, dell’assenza di moralità in seno alla comunità internazionale. I Paesi dell’Europa e dell’America del Nord si fregiano della democrazia e hanno iniziato a farne dono al resto del mondo, in particolare alla parte del pianeta ricca di petrolio, salvo imporre questo regalo con la voce delle armi, a prezzo di distruzioni massicce delle infrastrutture materiali, senza contare le enormi perdite in termini di vite umane. A partire dal momento in cui l’economia neoliberista si è imposta come valore fondamentale dei Paesi che si credono sviluppati, dove tutti gli altri valori sono stati infine a questo sottomessi, praticamente ogni valore morale è scomparso dalle relazioni fra gli uomini e soprattutto fra i popoli. Abbiamo assistito, nel corso degli ultimi anni, a tutta una serie di movimenti democratici “teleguidati” secondo un metodo messo a punto dalla Cia e promossi da tutta una serie di organizzazioni che le servono da copertura o che sono stati creati per fare il suo lavoro, in particolare The National Endowment for Democracy e le relative numerose filiali, come anche l’Open Society del miliardario George Soros. Gli Stati Uniti hanno montato, nel 2000, una massiccia operazione sul piano diplomatico a mezzo stampa, un’armata di pollsters (sondaggisti ‘a servizio’, ndr) e decine di milioni di dollari per rovesciare Slobodan Milosevic in Serbia. Poiché nessuno piange la sua fine, si è dimenticato che il fine non giustifica i mezzi e si sono chiusi gli occhi sul fatto che l’intervento massiccio di una potenza straniera nella manipolazione di un processo elettorale costituiva un pericoloso precedente. Lo stesso procedimento consente qualche anno dopo di rovesciare Edouard Shevardnadze in Georgia e di sostiuirlo con Mikhail Saakashvili, che non ha affatto la statura politica di uno Shevardnadze ma che ha la qualità di essere più filo-occidentale. Uno sforzo analogo impiegato dieci mesi più tardi per rovesciare Kustunica in Bielorussia è fallito. Anche in Ucraina sono stati impiegati tutti i milioni necessari e l'artiglieria pesante per fare in modo che Yuscenko fosse il vincitore malgrado Kuchma avesse preso più voti. Le campagne di protesta sono state organizzate appena qualche ora dopo l'inizio della votazione e i pollsters occidentali davano l'11% in più a Yuscenko ben prima che si chiudessero i seggi. Lo stesso metodo ha sprofondato Haiti in un marasma ancora più tragico di quello che il Paese aveva conosciuto da generazioni ma è fallito in Venezuela, dove gli esperti americani hanno totalmente trascurato il sostegno della popolazione venezuelana che, nella sua stragrande maggioranza, continua ad essere riconoscente ad Hugo Chávez per averla liberata della lunga teoria di governi corrotti che avevano gettato il popolo nella miseria malgrado la manna del petrolio. La lista di queste elezioni "democratiche" teleguidate dall'esterno non smette d'allungarsi, senza dimenticare, certamente, l'ultima elezione in Libano. Quando la nazione palestinese, con una votazione svoltasi secondo tutte le regole della democrazia e sotto gli occhi di osservatori stranieri che ne hanno certificato la correttezza, elegge per sé un governo che non piace ai regimi di Tel Aviv e di Washington, la comunità internazionale rifiuta di riconoscere l'autorità di questo governo liberamente eletto. Non solo rifiuta di riconoscerlo, ma sottomette tutta la popolazione palestinese a sofferenze ancora più grandi di quelle che subisce da più di mezzo secolo. Concretamente, si tagliano tutti i sussidi (resi necessari da tempo a causa della distruzione sistematica dell'economia palestinese) e nessuno sembra trovare anormale che Israele rifiuti di versare al governo palestinese le tasse riscosse a suo nome e versate dai contribuenti palestinesi: cosa che, secondo il diritto civile, costituisce un furto puro e semplice. Prima di riconoscere il governo di Hamas, la comunità internazionale vorrebbe che questo rinunciasse alla violenza. Bei sentimenti, senza dubbio! Ma si conosce un altro caso nella storia in cui si è creduto opportuno domandare ad un popolo occupato militarmente e attaccato militarmente praticamente tutti i giorni di rinunciare a difendersi? Certo, si può chiedere ai palestinesi di non attaccare i civili in Israele, ma perché nessuno osa chiedere anche ad Israele di cessare i suoi assassinii sistematici in Palestina, che sacrificano ogni volta un numero di civili più grande dei “sospetti” che intende far fuori con missili lanciati dall’alto in strade stipate di civili? D’altronde non c’è nessuno nella comunità internazionale che abbia il coraggio e il senso morale di ricordare ai governi che guidano Israele e Washington che la tradizione dei Paesi civili vuole che si arrestino e si giudichino le persone “sospettate” di crimini piuttosto che assassinarle prima di dimostrare il loro crimine. Evidentemente è impossibile a chiunque biasimare i dirigenti dello Stato di Israele, quali che siano, anche per il crimine più evidente contro il diritto internazionale, senza farsi trattare da antisemita; e, siccome nessuno desidera sentirsi affibbiare questo aggettivo, questo ricatto continua ad essere efficace anno dopo anno. Come si può rimproverare ai dirigenti palestinesi di non controllare i gruppi estremisti che agiscono sul loro territorio o in Israele quando da decenni si fa di tutto per rendere il territorio palestinese assolutamente ingovernabile con attacchi e controlli militari incessanti, con la neutralizzazione delle vie di comunicazione fra le diverse parti del territorio, e con la distruzione massiccia e ripetuta di tutte le infrastrutture? Come si poteva rimproverare ad Arafat di non controllare la violenza in Palestina quando lo si teneva prigioniero nel suo rifugio mezzo distrutto e senza comunicazioni con l’esterno? Si chieda pure ad Hamas di riconoscere lo Stato d’Israele; ma si domandi anche allo Stato d’Israele di smettere di impedire, come fa da più di mezzo secolo, la costituzione di uno Stato palestinese. Gli si chieda soprattutto di cessare la sua attività frenetica degli ultimi anni – la costruzione del muro della vergogna, in particolare – finalizzata a rendere praticamente impossibile in avvenire la realizzazione di uno Stato palestinese. È normale che si reagisca al rapimento di un giovane soldato ebreo, ma è per stanchezza o per abitudine che nessuno fa niente di fronte al sequestro frequente di centinaia di palestinesi - fra i quali numerosi bambini - che imputridiscono nelle carceri di Israele? La reazione di estrema violenza al rapimento del giovane soldato da parte del governo dello Stato di Israele, che ha punito collettivamente la popolazione di Gaza privandola di elettricità ed acqua potabile e distruggendo gravemente le infrastrutture (ponti in particolare) sopravvissute ad attacchi precedenti, costituisce, in termini di diritto internazionale, un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità. L’arresto della quasi totalità dei membri del governo palestinese – da poco eletto democraticamente – è un gesto di follia arrogante reso possibile solo dalla convinzione dello Stato d’Israele di possedere agli occhi della comunità internazionale una completa immunità che lo autorizza a tutto, anche a ciò che viene considerato ‘terrorismo’ e ‘crimine contro l’umanità’ quando è fatto da altri. Sono anche deluso dal fatto di vedere che le autorità della Chiesa cattolica, che hanno versato tanto inchiostro per difendersi da quelle che percepivano come accuse nell’immaginazione fertile di Dan Brown, l’autore del Codice da Vinci, ne hanno trovato ben poco per reagire al presente dramma. Gli inviti a riprendere i negoziati, genericamente indirizzati “a tutte le parti”, suonano vuoti come gli appelli a “contenersi” rivolti da George Bush a Israele. Non mi faccio avvocato di alcuna violenza. Condanno e respingo tutte le violenze che divorano il Medio Oriente e che riguardano i popoli di Israele e della Palestina. Ma l’immoralità dei “due pesi, due misure” della comunità internazionale mi scandalizza e mi addolora. Continuo a rifiutare la parola “terrorismo”, il cui uso attuale è macchiato da una tremenda ipocrisia. Perché l’esplosione delle bombe umane in Israele sarebbe atto di terrorismo, e il lancio di bombe inumane sulla Palestina dall'alto no? Perché gli attacchi contro i soldati della sedicente “coalizione” in Afghanistan o in Iraq sarebbero terrorismo e la sorte inumana e illegale riservata alle vittime del carcere abietto di Guantánamo no? In un precedente articolo ho utilizzato l’espressione “genocidio palestinese” che ha suscitato la sorpresa, lo scandalo e la collera di certuni. Conosco le definizioni – peraltro molto ampie e imprecise – di “genocidio” date da diversi documenti delle Nazioni Unite. Ma resta il fatto che la parola genocidio vuol dire etimologicamente l’atto o il tentativo di provocare la morte di una nazione (génos). Se il fatto di impedire sistematicamente, per più di mezzo secolo, ad un popolo di costituirsi in nazione e di avere un proprio Paese, il fatto di mantenere questo popolo – privato della maggior parte del suo territorio – in campi di rifugiati, dove regna una povertà abietta, e di sottometterlo ad umiliazioni costanti e sistematiche, a un’occupazione civile e militare e ad ogni sorta di abuso non può chiamarsi “genocidio”, che i linguisti mi inventino un neologismo, perché non esiste nessun’altra parola di nessuna lingua moderna per descrivere una tale situazione.                              
           Dom Armand Veilleux


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    Leggi questa breve ma impressionante biografia di Ariel Sharon  sul libanese Daily Star,
    oppure questo amaro ricordo dal titolo "Nemico della pace" sull'Aljazeera

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    venerdì, gennaio 03, 2014

    Danny Kaye (IX)

    The Danny Kaye Show

    Si aspetta ancora il DVD di questa trasmissione veramente unica. Danny cantava e ballava da solo oppure con ospiti - Harry Belafonte, Louis Armstrong, gli Herman's Hermits... - e interpretava sketch di un umorismo senza precedenti. Le sue imitazioni di grandi compositori (cercate su Google "Danny Kaye Show Beethoven") o di figure storiche (indimenticabile il suo Napoleone!) testimoniano del bagaglio culturale di cui era dotato questo impareggiabile comico. 


    [An Hour with Danny Kaye, del 1960, fu una promettente anticipazione dello spettacolo di cui parliamo.]


    Il Danny Kaye Show venne trasmesso dalla CBS per quattro anni: dal 1963 al 1967. Molti americani, allora appena dei ragazzini, ne hanno ancora una piacevole - e nostalgica - reminiscenza.











    The Danny Kaye & Sylvia Fine Homepage
    sul sito della Libreria del Congresso degli USA!