sabato, febbraio 15, 2014

E' uscito 'Zerovirgolaniente'!

Ecco il libro che, stranamente - ma forse no -, reca lo stesso nome del mio blog: Zerovirgolaniente.

Contiene otto romanzi brevi, o novelle, che vanno dal dramma dei poveri immigrati ai problemi (di carattere più maccheronico, certo) dei nostri emigrati. 
In mezzo ci sono storie davvero "istruttive" (come recita il sottotitolo). Una su tutte: "La Trabanteide", ambientata al tempo della Riunificazione delle due Germanie.



Nonostante le sue numerose pagine, il libro è quasi gratis (meno di un euro!). In compenso è disponibile unicamente in forma di e-Book per Kindle.

Love is real, real is love



... Love is feeling , feeling love
Love is wanting to be loved


Love is touch, touch is love
Love is reaching, reaching love
Love is asking to be loved


Love is you
You and me
Love is knowing
we can be


Love is free, free is love
Love is living, living love


Love is needed to be loved

giovedì, gennaio 16, 2014

Un thriller con risvolti spionistici - il primo caso della reporter di colore Miriam Mayer



Un omicidio a Monaco di Baviera. Miriam Mayer, che è alla ricerca del suo primo scoop di cronaca nera, si butta sul caso senza sospettare che, dietro alla "banale" uccisione di un macró russo, si aprono scenari ben più ampi e... pericolosi.

Le ricerche la porteranno nella San Pietroburgo fresca di Glasnost, con l'inflazione alle stelle e molti cittadini certi che le cose andavano meglio prima, al tempo del comunismo. Occorre trovare a tutti i costi la piccola Katrinka: la "matrioska" formato mignon sa, o potrebbe sapere, tante cose su certi affari sporchi tra ex burocrati sovietici e un misterioso personaggio dell'alta politica tedesca...


Oltre dieci anni fa, Mario Biondi (lo scrittore, non il cantante!) mi chiese di mandargli un romanzo giallo per conto dell'editore per cui lavorava. Scrissi in fretta Matrioska. Per un motivo o per l'altro, la pubblicazione non avvenne e io mi disinnamorai del progetto (prendendo decisamente distanza dal mondo dell'editoria ufficiale).

Pochi mesi fa, scartabellando tra vecchi files, ritrovai quel famoso giallo semi-incompiuto. Ho iniziato a rilavorarlo e vi ho aggiunto le scene finali. Et voila! Eccolo bello pronto per chiunque possieda un Kindle.
Devo dire che Miriam e la piccola Matrioska (questo il nuovo e definitivo titolo!) sa molto di Mario Biondi, della sua straordinaria sapienza come editor e della sua conoscenza della letteratura angloamericana (ha tradotto nella nostra lingua molti best seller). Ma io ci ho messo molto del mio, modestamente. Prima cosa, ho cambiato l'ambientazione: da Milano a Monaco di Baviera...

Dopo le storie di Smoke - cyberdetective privato e i racconti horror-noir firmati con lo pseudonimo franc'O'brain, Miriam e la piccola Matrioska è il primo vero tentativo che faccio di sfornare un thriller di ampio respiro.
Tentativo meravigliosamente riuscito, come io stesso devo ammettere. Ma quanti anni sono passati da quando esposi al grande Biondi la trama originale! Spesso i libri hanno una gestazione lunga e travagliata.


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Krimiromanzo

Miriam Mayer è una giornalista di colore con passaporto tedesco. Finora ha scritto di moda, ma lei spera di potersi guadagnare i galloni come cronista di nera. Per farlo le occorre convincere il direttore del 'Kompakt', giornale per cui lavora.
Il primo caso in cui si imbatte la conduce nel giro della prostituzione. E poi anche più in là.

In che modo la sparizione della giovanissima Katrinka è collegata alla morte di Ivan Filippovic, notorio macrò? E quale ruolo ha nella vicenda Johnny, lo sfigato bullo di periferia? ...


domenica, gennaio 12, 2014

E' morto un altro criminale di guerra

Un sionista, un dittatore sanguinario, il terrore della Cisgiordania: Ariel Sharon


I suoi genitori provenivano dall'Europa dell'Est - tipici ebrei delle regioni slave - e lui fece carriera nell'esercito israeliano, osannato dai suoi amici e odiato a morte dai suoi nemici, questi ultimi vittime dirette o indirette del suo brutale modo di agire. Non a caso lo chiamavano "Bulldozer": brutale Ariel Sharon lo fu anche in politica, e spesso fu qualche sua decisione testarda, fuori luogo, a senso unico, a scatenare l'Intifada (= resistenza armata) palestinese.


I libri di Storia occidentali lo ricorderanno forse come un governante oculato - giacché noi in Occidente facciamo sempre finta di non vedere e non sentire -, ma nella memoria degli arabi Sharon rimarrà sempre "Il Macellaio di Beirut": nel settembre 1982, nel corso della Guerra Civile del Libano (1975-1990), milizie cristiane libanesi alleate con gli israeliani entrarono nei campi profughi di Sabra e Shatila dove trucidarono oltre 2.000 palestinesi (uomini, donne e bambini che erano stati costretti a lasciare le loro case per rifugiarsi in quella zona alla periferia di Beirut). Sharon allora era Ministro della Difesa e una commissione israeliana attestò la sua indiretta colpa per il genocidio.
Nonostante ciò, nel 2001 divenne capo del governo, e lo rimase fino al 2006. Onorato e rispettato come "eroe di guerra", nel 2005 riuscì a far passare in parlamento un decreto che sorprese non pochi: il ritiro dalla Striscia dei Gaza dei coloni israeliani che vi si erano insidiati. Per questo Sharon ebbe degli amari dibattimenti con i vecchi camerati del Likud (il partito di destra di cui era cofondatore) e decise di dare la stura a una nuova formazione politica, la Kadima ("Avanti"), che si dichiara più moderata.

                            Si combatte nella spianata sacra di Gerusalemme

Ora i media e i capi di Stato occidentali, nel ricordare la sua figura, sottolineano quella sua decisione di abbandonare gli insediamenti abusivi nei territori occupati. Peccato però che a tale "storica" mossa Sharon venne costretto dalle circostanze negative da lui stesso create!
Difatti Israele era stato bersaglio dei razzi Qassam, sparati dalla Striscia di Gaza dopo lo scoppio della Seconda Intifada (16 aprile 2001). Le operazioni militari israeliane del 2004 chiamate "Arcobaleno" (a maggio) e "Giorni di Penitenza" (a settembre), atte a distruggere i tunnel sotterranei e smantellare le infrastrutture di Hamas (Movimento Islamico di Resistenza palestinese; "hamas" ovvero حماس sta per "entusiasmo, zelo"), non dovettero portare i risultati sperati e costarono fin troppo a Israele: ecco il motivo della "sorprendente" decisione del premier di restituire ai palestinesi una parte dei territori occupati (decisione che, come abbiamo detto, fu stoltamente osannata dall'Ovest filo-israeliano).



Chi oggi critica gli arabi, che esultano per la morte di Ariel Sharon e gli augurano di tutto cuore una buona permanenza all'inferno, dimentica o ignora qual è la biografia di questo uomo.

Nato nel 1928 in quella parte della Palestina allora assegnata al controllo dei britannici, e su cui sarebbe sorto lo Stato di Israele, fu una figura controversa fin da giovane. Il suo background culturale ce lo dipinge come un contadino "votato alla musica" (nel kibbutz prese lezioni di pianoforte e violino), ma la sua carriera militare (dove sarebbe avanzato fino al grado di alto generale) è, giocoforza, tutt'altro che caratterizzata da gesti gentili, culturali, umanistici.
Contribuì alla nascita dell'esercito israeliano come membro dei gruppi paramilitari Jewish Haganah nella guerra del 1947-48, che portò alla "Nakba" (parola araba che significa "Giorno della Catastrofe" e che indica la cacciata e-o fuga di 700.000 palestinesi e la distruzione di numerosi loro villaggi a opera degli israeliani).

                

Il protegé di David Ben-Gurion era un comandante implacabile; non a caso una delle sue biografie reca il titolo Il Cesare d'Israele. Nella Guerra dei Sei Giorni fu l'unità di Sharon a conquistare il Sinai, e durante la Guerra dello Jom Kippur (1973), cui lui partecipò nonostante già pensionato, fu l'attraversamento del Canale di Suez da lui voluto a quanto pare senza ordine ufficiale a dare la svolta decisiva al conflitto. Quel "colpo di testa" contribuì alla creazione del mito di Sharon come protettore e paladino dello Stato ebreo. Per gli arabi ovviamente lui era, e sempre rimarrà, un terrorista di Stato, nonché criminale di guerra. Come abbiamo visto, "Bulldozer" avrebbe ricoperto la carica di Ministro della Difesa, da cui dovette dimettersi dopo il genocidio in Libano (ma fu l'intera guerra libanese a provocare troppi morti: quasi tutti civili innocenti).


... Nel frattempo la sua vita privata veniva caratterizzata da una serie di tragiche circostanze: un suo figlio morì a soli undici anni nella fattoria di famiglia per un colpo partito accidentalmente da un fucile, la sua prima moglie perse la vita in un incidente d'auto, la seconda morì di cancro... Sharon però non si arrendeva e si rialzava, così come si è sempre rialzato dopo ogni sconfitta politica. Continuò imperterrito a macinare strada, divenendo titolare di diversi ministeri. Fu quando era Ministro dell'Agricoltura che fece pressione affinché si costruissero nuovi insediamenti nelle zone occupate (fu ciò a contribuire al nomignolo di "Bulldozer"). Indimenticabile il suo appello rivolto ai coloni nel 1988, poco prima che negli Stati Uniti si tenesse una conferenza su una possibile nuova ripartizione di quei territori: 
"Correte e impossessatevi di più terra possibile, allargate le colonie. Tutto ciò che arraffate adesso rimarrà nostro, mentre ciò che non prendete andrà a loro [nelle mani dei palestinesi]".

I funerali di Sharon si terranno lunedì nel suo ranch, nel deserto del Negev. L'ex premier è morto a 85 anni in un ospedale di Tel Aviv dopo otto anni di coma.




Ciò che segue è la condanna di un religioso belga contro la politica di Israele e il gioco "da gnorri" della comunità internazionale. Lasciamo dunque la parola a Dom Armand Veilleux, abate dell'abbazia cistercense di Scourmont, in Belgio.


 Se non è genocidio...
L’assenza quasi totale di reazione della comunità internazionale davanti ai metodi crudeli e barbari cui sta facendo ricorso in questi giorni lo Stato d’Israele contro il popolo palestinese è un esempio flagrante dell’assenza sempre più totale di rispetto per i valori morali o, più semplicemente, dell’assenza di moralità in seno alla comunità internazionale. I Paesi dell’Europa e dell’America del Nord si fregiano della democrazia e hanno iniziato a farne dono al resto del mondo, in particolare alla parte del pianeta ricca di petrolio, salvo imporre questo regalo con la voce delle armi, a prezzo di distruzioni massicce delle infrastrutture materiali, senza contare le enormi perdite in termini di vite umane. A partire dal momento in cui l’economia neoliberista si è imposta come valore fondamentale dei Paesi che si credono sviluppati, dove tutti gli altri valori sono stati infine a questo sottomessi, praticamente ogni valore morale è scomparso dalle relazioni fra gli uomini e soprattutto fra i popoli. Abbiamo assistito, nel corso degli ultimi anni, a tutta una serie di movimenti democratici “teleguidati” secondo un metodo messo a punto dalla Cia e promossi da tutta una serie di organizzazioni che le servono da copertura o che sono stati creati per fare il suo lavoro, in particolare The National Endowment for Democracy e le relative numerose filiali, come anche l’Open Society del miliardario George Soros. Gli Stati Uniti hanno montato, nel 2000, una massiccia operazione sul piano diplomatico a mezzo stampa, un’armata di pollsters (sondaggisti ‘a servizio’, ndr) e decine di milioni di dollari per rovesciare Slobodan Milosevic in Serbia. Poiché nessuno piange la sua fine, si è dimenticato che il fine non giustifica i mezzi e si sono chiusi gli occhi sul fatto che l’intervento massiccio di una potenza straniera nella manipolazione di un processo elettorale costituiva un pericoloso precedente. Lo stesso procedimento consente qualche anno dopo di rovesciare Edouard Shevardnadze in Georgia e di sostiuirlo con Mikhail Saakashvili, che non ha affatto la statura politica di uno Shevardnadze ma che ha la qualità di essere più filo-occidentale. Uno sforzo analogo impiegato dieci mesi più tardi per rovesciare Kustunica in Bielorussia è fallito. Anche in Ucraina sono stati impiegati tutti i milioni necessari e l'artiglieria pesante per fare in modo che Yuscenko fosse il vincitore malgrado Kuchma avesse preso più voti. Le campagne di protesta sono state organizzate appena qualche ora dopo l'inizio della votazione e i pollsters occidentali davano l'11% in più a Yuscenko ben prima che si chiudessero i seggi. Lo stesso metodo ha sprofondato Haiti in un marasma ancora più tragico di quello che il Paese aveva conosciuto da generazioni ma è fallito in Venezuela, dove gli esperti americani hanno totalmente trascurato il sostegno della popolazione venezuelana che, nella sua stragrande maggioranza, continua ad essere riconoscente ad Hugo Chávez per averla liberata della lunga teoria di governi corrotti che avevano gettato il popolo nella miseria malgrado la manna del petrolio. La lista di queste elezioni "democratiche" teleguidate dall'esterno non smette d'allungarsi, senza dimenticare, certamente, l'ultima elezione in Libano. Quando la nazione palestinese, con una votazione svoltasi secondo tutte le regole della democrazia e sotto gli occhi di osservatori stranieri che ne hanno certificato la correttezza, elegge per sé un governo che non piace ai regimi di Tel Aviv e di Washington, la comunità internazionale rifiuta di riconoscere l'autorità di questo governo liberamente eletto. Non solo rifiuta di riconoscerlo, ma sottomette tutta la popolazione palestinese a sofferenze ancora più grandi di quelle che subisce da più di mezzo secolo. Concretamente, si tagliano tutti i sussidi (resi necessari da tempo a causa della distruzione sistematica dell'economia palestinese) e nessuno sembra trovare anormale che Israele rifiuti di versare al governo palestinese le tasse riscosse a suo nome e versate dai contribuenti palestinesi: cosa che, secondo il diritto civile, costituisce un furto puro e semplice. Prima di riconoscere il governo di Hamas, la comunità internazionale vorrebbe che questo rinunciasse alla violenza. Bei sentimenti, senza dubbio! Ma si conosce un altro caso nella storia in cui si è creduto opportuno domandare ad un popolo occupato militarmente e attaccato militarmente praticamente tutti i giorni di rinunciare a difendersi? Certo, si può chiedere ai palestinesi di non attaccare i civili in Israele, ma perché nessuno osa chiedere anche ad Israele di cessare i suoi assassinii sistematici in Palestina, che sacrificano ogni volta un numero di civili più grande dei “sospetti” che intende far fuori con missili lanciati dall’alto in strade stipate di civili? D’altronde non c’è nessuno nella comunità internazionale che abbia il coraggio e il senso morale di ricordare ai governi che guidano Israele e Washington che la tradizione dei Paesi civili vuole che si arrestino e si giudichino le persone “sospettate” di crimini piuttosto che assassinarle prima di dimostrare il loro crimine. Evidentemente è impossibile a chiunque biasimare i dirigenti dello Stato di Israele, quali che siano, anche per il crimine più evidente contro il diritto internazionale, senza farsi trattare da antisemita; e, siccome nessuno desidera sentirsi affibbiare questo aggettivo, questo ricatto continua ad essere efficace anno dopo anno. Come si può rimproverare ai dirigenti palestinesi di non controllare i gruppi estremisti che agiscono sul loro territorio o in Israele quando da decenni si fa di tutto per rendere il territorio palestinese assolutamente ingovernabile con attacchi e controlli militari incessanti, con la neutralizzazione delle vie di comunicazione fra le diverse parti del territorio, e con la distruzione massiccia e ripetuta di tutte le infrastrutture? Come si poteva rimproverare ad Arafat di non controllare la violenza in Palestina quando lo si teneva prigioniero nel suo rifugio mezzo distrutto e senza comunicazioni con l’esterno? Si chieda pure ad Hamas di riconoscere lo Stato d’Israele; ma si domandi anche allo Stato d’Israele di smettere di impedire, come fa da più di mezzo secolo, la costituzione di uno Stato palestinese. Gli si chieda soprattutto di cessare la sua attività frenetica degli ultimi anni – la costruzione del muro della vergogna, in particolare – finalizzata a rendere praticamente impossibile in avvenire la realizzazione di uno Stato palestinese. È normale che si reagisca al rapimento di un giovane soldato ebreo, ma è per stanchezza o per abitudine che nessuno fa niente di fronte al sequestro frequente di centinaia di palestinesi - fra i quali numerosi bambini - che imputridiscono nelle carceri di Israele? La reazione di estrema violenza al rapimento del giovane soldato da parte del governo dello Stato di Israele, che ha punito collettivamente la popolazione di Gaza privandola di elettricità ed acqua potabile e distruggendo gravemente le infrastrutture (ponti in particolare) sopravvissute ad attacchi precedenti, costituisce, in termini di diritto internazionale, un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità. L’arresto della quasi totalità dei membri del governo palestinese – da poco eletto democraticamente – è un gesto di follia arrogante reso possibile solo dalla convinzione dello Stato d’Israele di possedere agli occhi della comunità internazionale una completa immunità che lo autorizza a tutto, anche a ciò che viene considerato ‘terrorismo’ e ‘crimine contro l’umanità’ quando è fatto da altri. Sono anche deluso dal fatto di vedere che le autorità della Chiesa cattolica, che hanno versato tanto inchiostro per difendersi da quelle che percepivano come accuse nell’immaginazione fertile di Dan Brown, l’autore del Codice da Vinci, ne hanno trovato ben poco per reagire al presente dramma. Gli inviti a riprendere i negoziati, genericamente indirizzati “a tutte le parti”, suonano vuoti come gli appelli a “contenersi” rivolti da George Bush a Israele. Non mi faccio avvocato di alcuna violenza. Condanno e respingo tutte le violenze che divorano il Medio Oriente e che riguardano i popoli di Israele e della Palestina. Ma l’immoralità dei “due pesi, due misure” della comunità internazionale mi scandalizza e mi addolora. Continuo a rifiutare la parola “terrorismo”, il cui uso attuale è macchiato da una tremenda ipocrisia. Perché l’esplosione delle bombe umane in Israele sarebbe atto di terrorismo, e il lancio di bombe inumane sulla Palestina dall'alto no? Perché gli attacchi contro i soldati della sedicente “coalizione” in Afghanistan o in Iraq sarebbero terrorismo e la sorte inumana e illegale riservata alle vittime del carcere abietto di Guantánamo no? In un precedente articolo ho utilizzato l’espressione “genocidio palestinese” che ha suscitato la sorpresa, lo scandalo e la collera di certuni. Conosco le definizioni – peraltro molto ampie e imprecise – di “genocidio” date da diversi documenti delle Nazioni Unite. Ma resta il fatto che la parola genocidio vuol dire etimologicamente l’atto o il tentativo di provocare la morte di una nazione (génos). Se il fatto di impedire sistematicamente, per più di mezzo secolo, ad un popolo di costituirsi in nazione e di avere un proprio Paese, il fatto di mantenere questo popolo – privato della maggior parte del suo territorio – in campi di rifugiati, dove regna una povertà abietta, e di sottometterlo ad umiliazioni costanti e sistematiche, a un’occupazione civile e militare e ad ogni sorta di abuso non può chiamarsi “genocidio”, che i linguisti mi inventino un neologismo, perché non esiste nessun’altra parola di nessuna lingua moderna per descrivere una tale situazione.                              
       Dom Armand Veilleux


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Leggi questa breve ma impressionante biografia di Ariel Sharon  sul libanese Daily Star,
oppure questo amaro ricordo dal titolo "Nemico della pace" sull'Aljazeera

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venerdì, gennaio 03, 2014

Danny Kaye (IX)

The Danny Kaye Show

Si aspetta ancora il DVD di questa trasmissione veramente unica. Danny cantava e ballava da solo oppure con ospiti - Harry Belafonte, Louis Armstrong, gli Herman's Hermits... - e interpretava sketch di un umorismo senza precedenti. Le sue imitazioni di grandi compositori (cercate su Google "Danny Kaye Show Beethoven") o di figure storiche (indimenticabile il suo Napoleone!) testimoniano del bagaglio culturale di cui era dotato questo impareggiabile comico. 


[An Hour with Danny Kaye, del 1960, fu una promettente anticipazione dello spettacolo di cui parliamo.]


Il Danny Kaye Show venne trasmesso dalla CBS per quattro anni: dal 1963 al 1967. Molti americani, allora appena dei ragazzini, ne hanno ancora una piacevole - e nostalgica - reminiscenza.











The Danny Kaye & Sylvia Fine Homepage
sul sito della Libreria del Congresso degli USA!

giovedì, gennaio 02, 2014

La vera piramide della felicità

(Ebook Amazon - per Kindle)




L'introduzione:


>> Su Internet mi sono imbattuto in svariate "piramidi della fortuna" e "della felicità". Trattasi di talismani che vengono offerti a prezzi variabili.
La nostra piramide non costa nulla. Non è un oggetto. Non viene né fabbricata né smerciata in alcun luogo. Come già illustrato in NO SMOKE – Le sigarette sono nazi, un piano determinato, una programmazione, necesse per il raggiungimento di uno scopo. Sì, di astrazioni, teorie, proposte ecc. ce ne hanno già inculcate tante, ma è bene (e va tutto a nostro vantaggio) intendere la vita come progetto.
Magari anche come opera d'arte; perché ciò che non può fare la vita, può farlo l'arte, ovvero: realizzare il sogno di un'esistenza piena.
E' bene intendere la vita come una piramide a spicchi da riempire, come una serie di piani da realizzare.
Va tutto a nostro beneficio l'azione; agire. Agire non tanto d'impeto, scagliandoci a testa bassa contro un muro, quanto più usando il metodo "step by step". <<


Questo "manuale" è dello stesso autore di NO SMOKE - Le sigarette sono nazi.



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Il sottotitolo di La vera piramide della felicità è: "Come rendere vincenti le nostre nevrosi".
Ecco due citazioni da questo trattato di filosofia pratica:



"Persuadiamoci che noi possiamo raggiungere qualcosa.
Possiamo raggiungere 'molto'.
E' un'idea che può essere confutata solo mettendola in atto.
Ci affacciamo una prima volta giustamente carichi di scetticismo e anche un po' impauriti, sapendo quanto sia subdola questa nostra società. Gli ostacoli sono già tutti lì, e ci sembrano più infidi che mai. I mulini a vento di Don Chisciotte; ma concreti, e pieni di spuntoni e spigoli affilati. Cominciamo ad affrontarli, uno dopo l'altro... e ci accorgiamo che questa nostra lotta ci dà una maggiore forza, ci infonde coraggio e, sì, un sottile senso di euforia."



"Vogliamo migliorarci? Miriamo a una meta alta, 'de facto' irraggiungibile. Facendo così saremo forse tacciati di utopismo, ma, scalando e scalando, avremo conquistato una posizione in tutti i modi favorevole rispetto a quella che occupiamo oggi. Tradotto in valori di scala sociale: dal punto 0 saremo arrivati forse al 10, al 100. E, anche se il 1000 pare ancora l'Everest, ci ritroveremo meglio situati di quanto non lo fummo all'inizio dell'arrampicata."


lunedì, dicembre 30, 2013

Danny Kaye (VIII)

(DANNY KAYE) Un pizzico di follia

 E' il primo film di Kaye per la Paramount e quello che diede il via alla sua collaborazione con il duo di produttori/registi Norman Panama e Melvin Frank. Ma - particolare non trascurabile - è anche il primo film della Dena Productions (la ditta fondata da Danny e da Sylvia Fine) e il comico poté godere di maggiore libertà di... movimenti. Non è un caso che per molti questa è la sua commedia più riuscita insieme a Il Giullare del Re.

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Titolo originale: Knock on Wood

Regia: Melvin Frank e Norman Panama (che sono anche gli autori dello script)

Anno: 1954



Interpreti:
Danny Kaye .... Jerry Morgan/Papa Morgan
Mai Zetterling .... Ilse Nordstrom
Torin Thatcher .... Langstrom
David Burns .... Marty Brown
Leon Askin .... Gromeck
Abner Biberman .... Papinek




Sinossi:
Il ventriloquo Jerry Morgan (Kaye), che lavora in un locale parigino, esce da un'ennesima storia d'amore sfortunata. Il motivo dei suoi fallimenti: ogni volta che ha una relazione seria, uno dei suoi pupazzi "parlanti", Clarence (l'altro si chiama Terrence), si comporta in maniera impossibile perché geloso.
Abbandonato dunque anche dall'ultima fidanzata Audrey, Morgan si convince di avere turbe psichiche; ma è più grave la persecuzione da parte di certi oscuri agenti, convinti che lui sia in possesso di preziosi documenti.
Il ventriloquo non lo sa, ma l'uomo che gli fornisce i fantocci, tale Papinek, è membro di un'organizzazione di spie che ha rubato i piani segreti per la costruzione di nuove armi potenti. Morgan si accinge a partire per Zurigo, dove vuole farsi curare, e proprio nella notte della sua partenza Papinek nasconde i piani segreti dentro Clarence e Terrence. Ora, c'è un altro gruppo di spie che vuole mettere le mani su quei microfilm, ed ecco dunque che lo squilibrato giovanotto viene pedinato anche da loro. E, come se non bastasse, sulle sue calcagne si pone finanche la polizia, che lo sospetta di essere un assassino.
Sarà proprio la sua abilità di ventriloquo a tirarlo fuori dai guai.



Giudizio:
Film altamente umoristico ritagliato a misura su Danny Kaye, sebbene inizialmente il ruolo fosse destinato a Bob Hope. Contiene due o tre sketch comici veramente indimenticabili e alcuni bloopers, o errori banali, nelle scene girate a Londra (tipo le automobili con la guida a sinistra).






domenica, dicembre 29, 2013

Danny Kaye (VII)

(DANNY KAYE) Il favoloso Andersen




Titolo originale: Hans Christian Andersen

Regia: Charles Vidor
USA, 1952

Autori: Myles Connolly, Moss Hart

Interpreti:
Danny Kaye ....  Hans Christian Andersen
Farley Granger ....  Niels
Jeanmaire Zizi ....  Dora
Joseph Walsh ....  Peter
Philip Tonge ....  Otto 




E' una pellicola sul famoso scrittore danese che ci ha donato tante belle favole. Per molti, è questo il film migliore interpretato da Danny Kaye. Andersen è ritratto come figura gentile, amico dei bambini e degli animali. Nella storyline si intrecciano alcuni dei racconti più conosciuti del danese, e c'è inoltre posto per un balletto ispirato alla sua "Sirenetta".  

 Nella realtà Hans Christian Andersen (1805-1875) era un individuo  pessimista, dunque alquanto distante dal personaggio interpretato da Danny Kaye. Da giovane Andersen fece esperienza della povertà, ma riuscì ad affrancarsene grazie al suo talento artistico. Le sue fiabe sono molto particolari: sempre tremendamente concrete e nitide, anche quando descrivono sogni e visioni, e hanno d’altra parte la capacità di infondere il 'fiabesco' anche negli oggetti più umili e prosaici della realtà ("Il tenace soldatino di stagno"). 
Lo scrittore, eccentrico e spesso scorbutico, nonostante il suo pessimismo era un credente. Con invenzioni fantastiche come "La sirenetta", "Le scarpette rosse" e "La bambina dei fiammiferi" (o "La piccola fiammiferaia"), ci fa riflettere sulla collisione tra un desiderio terreno (l’amore, la bellezza, la necessità di sfamarsi) e il desiderio di Dio. A volte si ha la sensazione che l’ascesa al cielo sia una compensazione di una realtà troppo crudele. E che Andersen tenda a reprimere la sessualità sublimandola nell’abbraccio con il Creatore. Ma la potenza ribelle dell’eros si manifesta comunque (è una possibile chiave di lettura per "Le scarpette rosse").
Un pezzo forte delle sue fiabe è la personificazione di animali e oggetti (cui avrebbe poi fatto ricorso anche Walt Disney): "Il tenace soldatino di stagno", "L’ago del rammendo", "Il vecchio lampione" e, ovviamente, "Il brutto anatroccolo". Ne "Il brutto anatroccolo" possiamo leggere l’aspetto autobiografico: la vera natura del cigno, prima misconosciuta e infine vittoriosa, sarebbe una figura traslata del talento del poeta. Eppure questa fiaba, nonostante l'happy end, è costellata di prove dure e solitudine...
Fortunatamente non c’è solo tragedia nelle fiabe di Andersen, ma anche ironia, scherzo e humor. Un classico esempio è "La principessa sul pisello": un'"autentica" principessa perché riesce a dormire male e a sentire il fastidioso pisello sotto la schiena anche se è coricata su venti materassi "più venti piumini". 
E soprattutto "I vestiti nuovi dell’imperatore", storia di due burloni che vanno alla corte del re, promettendo di tessere un vestito di filo magico, per cui l’indumento risulta invisibile agli stupidi e agli scansafatiche. Nessuno a corte, né i funzionari né il re, osano confessare di non vedere niente. E dunque la finzione va avanti come se niente fosse. I due burloni tessono il nulla, e il re finisce per andare in processione nudo. Anche il popolo finge. Finché la voce del bambino innocente, che esclama "il re è nudo!", non smaschera l’ipocrisia del potere e la sua pompa magna.
 


Nel film - lo ribadiamo: non è biografico! - viene fuori soprattutto la poesia contenuta nelle opere di Andersen. Tra le canzoni scritte da Frank Loesser (e non da Sylvia Fine, la moglie di Kaye, come accaduto finora) ricordiamo: "No Two People", "The King's New Clothes" ("I vestiti nuovi dell’imperatore"), "Wonderful Copenhagen", "Inchworm", "The Ugly Duckling" ("Il brutto anatroccolo") e "Thumbelina" ("Pollicina"). Gli scenari e i costumi sono grandiosi, e la recitazione di Danny Kaye...  beh, occorre dirlo?... è semplicemente favolosa.


La sinossi:
Il ciabattino Hans Christian Andersen incanta con le sue favole tutti i ragazzi di Odense, ma l'incomprensione degli adulti, che gli rimproverano di sviare dalla scuola i suoi piccoli ascoltatori, lo obbliga a trasferirsi a Copenaghen. Qui trova lavoro al Teatro Reale, dove l'impresario gli fa fare un paio di scarpette per la prima ballerina Dora, che ne è entusiasta. Hans s'innamora della ballerina e sotto l'influenza di questo suo sentimento scrive una delle sue più belle favole, "La sirenetta", che formerà la trama di un balletto, rappresentato con straordinario successo al Teatro Reale. Hans non puo' assistere alla trionfale rappresentazione, in quanto il geloso marito di Dora, che è il coreografo della compagnia, lo rinchiude in uno sgabuzzino. Il ciabattino-favolista riesce a liberarsi solo la mattina seguente, e corre subito da Dora per dichiararle il suo amore; ma resta profondamente deluso nell'accorgersi che lei non lo ama. Mentre le gazzette incominciano a pubblicare con successo le sue favole, Andersen si avvia tutto mesto al borgo natìo, dove lo ha preceduto la fama e gli sono riserbate le più liete accoglienze.









venerdì, dicembre 27, 2013

Dany Kaye (VI)

(DANNY KAYE) L'ispettore generale


Titolo originale: The Inspector General
Regia: Henry Koster
Anno: 1949
Nazione: Stati Uniti d'America
Autori: Nikolai Gogol (commedia)
Harry Kurnitz (screenplay)

Danny Kaye ....  Georgi
Walter Slezak ....  Yakov Goury
Barbara Bates ....  Leza
Elsa Lanchester ....  Maria
Gene Lockhart ....  Podestà
Rhys Williams .... Ispettore Generale
(...)



Un film che istiga a risate isteriche, in cui Danny Kaye si riconferma un genio della comedy.


In questo riadattamento del celebre lavoro teatrale di Gogol, Kaye impersona Georgi,  venditore ambulante di un intruglio che lui e il suo compare-zingaro Yacov (Walter Slezak) spacciano per "elisir di lunga vita". I due arrivano nella vivace città di Brodny e vanno subito incontro a guai seri: apparentemente, il loro "elisir" è puro veleno. Il podestà e il suo corrotto entourage, che sono in trepida attesa dell'ispettore generale, decidono di condannare i due forestieri all'impiccaggione, sperando così di fare carriera. Georgi, in cerca di salvezza, si imbatte in una ragazza di nome Leza (Barbara Bates). Leza non ha un carattere docile, ma Georgi la "doma" cantando "Happy Times" (scritta, come tutte le altre songs, da Sylvia Fine). Sboccia tra loro l'amore.
Il giovane si trova in una situazione poco piacevole, però, e bisogna urgentemente pensare al da farsi. Tutto sembra aggiustarsi quando lui viene incredibilmente scambiato per il tanto temuto ispettore in missione segreta: si vede soffocato di omaggi, allettato da offerte di denaro prima timide e poi sfacciate... Ci mette un po' a capire l'equivoco, e cerca di sfruttare la situazione a suo vantaggio. Ovviamente, a un certo punto il vero funzionario governativo (Rhys Williams) arriva a Brodny. Yacov e Georgi sono di nuovo sul punto di essere impiccati. Ma Yacov riesce a rubare i documenti dell'ispettore e li consegna a Georgi, che viene "riabilitato" con tante scuse... Un colpo di scena segue l'altro fino al felice finale. 



Film ottimo con un cast eccezionale. Tra le canzoni più accattivanti: "Hail to Brodny", "Happy Times", "Yacov's Elixer", "Arrogant, Elegant, Smart", "The Gipsy Drinking Song".




lunedì, dicembre 23, 2013

Danny Kaye (V)


(DANNY KAYE) Venere e il professore

Titolo originale: A Song Is Born
Regia: Howard Hawks
Anno: 1948
Nazione: Stati Uniti d'America
Durata: 113'



Questo rifacimento in chiave musicale di Colpo di fulmine (Ball of Fire, 1941, con Gary Cooper e Barbara Stanwyck), diretto dallo stesso Hawks, è migliore dell'originale per il consueto motivo: la faccia da eterno bambino, davvero irresistibile, di Danny Kaye. Ma stavolta il  vero protagonista è un altro: il jazz. Per gli appassionati del genere è un piacere quasi divino vedere "jammare" il fior fiore degli strumentalisti di quell'epoca d'oro: Benny Goodman, Tommy Dorsey, Louis Armstrong, Lionel Hampton, Mel Powell e Charlie Barnet. L'operatore è il medesimo Gregg Toland di Colpo di fulmine, ma col Technicolor invece del bianco-e-nero.
Lo schema è quello solito della bella donna che si innamora del presunto stupido. A raccontare la storyline si fa presto; più difficile è invece cercare di spiegare i tanti momenti altamente umoristici. Le risate, in effetti, sono - una volta di più - assicurate. Una  chicca tra tutte: dopo che il professore Magenbruch (Benny Goodman) annuncia di aver "scoperto" lo swing, i colleghi gli chiedono di suonare senza musica. E Magenbruch: "Non si può suonare senza musica!" "Beh, Benny Goodman ci riesce" lo informano. Al che, Magenbruch replica: "Benny Goodman? E chi è?"



Il plot:
Un ricco mecenate ha lasciato per testamento una cospicua somma che deve servire alla compilazione di un'enciclopedia della musica. Il professore Hobart Frisbee (Danny Kaye) è uno dei membri - rigorosamente scapoli - dell'austero club. Poi ecco piombare in questo luogo di clausura l'attraente Honey Swanson (Virginia Mayo), che cerca un nascondiglio per sé e per il suo fidanzato. La polizia è alle loro costole...
Una vera gemma.







Con: 
Danny Kaye ... Professore Hobart Frisbee
Virginia Mayo ... Honey Swanson
Louis Armstrong ... Se stesso
Steve Cochran ... Tony Crow
Tommy Dorsey ... Se stesso
Charlie Barnet ... Se stesso
Lionel Hampton ... Se stesso
Benny Goodman ... Professore Magenbruch

domenica, dicembre 22, 2013

Danny Kaye (IV)

(DANNY KAYE) Sogni proibiti

 Oppresso e intimidito da una madre dominante, un impiegato di una rivista di storie "pulp" si abbandona a sfrenati sogni a occhi aperti, in cui, nei ruoli di capitano di vascello, di giocatore di poker su un battello che solca le acque del Mississippi, di chirurgo, di pilota dell'aviazione britannica, e persino in quello di designer di cappelli, affronta mille pericoli e finisce per salvare sempre la stessa ragazza (Virginia Mayo). Finché non resta coinvolto sul serio in una pericolosa avventura.
Come il film precedente, anche questo è a colori - cosa abbastanza rara per quell'epoca - e, a parte che è di una comicità irresistibile, fa registrare la partecipazione del mitico Boris Karloff nei panni di un sinistro psichiatra. 

Walter Mitty (Danny Kaye) è l'eroe di tutte le avventure di cui lui va fantasticando. Al contrario del suo immaginario alter ego, però, nella vita di tutti i giorni è un insicuro. Vive con la genitrice (Fay Bainter) e ha una sciapita fidanzata (Ann Rutherford) che è a sua volta succube di una madre possessiva (Florence Bates), e tutt'e tre le donne, chi più, chi meno, gli perdonano le sue distrazioni, la sua eccentricità. Un giorno, il sogno di vivere per davvero una storia dai toni romantici si avvera: Walter Mitty incontra una misteriosa, avvenente donna, che assomiglia stranamente a quella delle sue fantasie. Lei gli rifila un libro nero senza che lui se ne accorga; su quelle pagine è indicato il nascondiglio dei gioielli della corona olandese, scomparsi durante la Seconda Guerra Mondiale. Ben presto il giovanotto si ritrova al centro di un ginepraio che va ben oltre le sue fantasie più ardite e, affrontando oscuri personaggi tra malintesi a non finire, gli tocca ammettere che essere un eroe nella vita reale è impresa tutt'altro che facile.   




The Secret Life of Walter Mitty (1947)
Titolo italiano: Sogni proibiti
Diretto da Norman Z. McLeod
Autori: Ken Englund, Everett Freeman (da un omonimo racconto di James Thurber)


Interpreti:
Danny Kaye ....  Walter Mitty
Virginia Mayo ....  Rosalind van Hoorn
Boris Karloff ....  Dr. Hugo Hollingshead
Fay Bainter ....  Mrs. Eunice Mitty
Ann Rutherford ....  Gertrude Griswald
Thurston Hall ....  Bruce Pierce






venerdì, dicembre 20, 2013

Danny Kaye (III)


Preferisco la vacca (The Kid from Brooklyn)



Un remake del classico di Harold Lloyd - diretto da Leo McCarey - The Milky Way, del 1934. Con la partecipazione di alcuni attori dell'opera originale (p. es. Lionel Stander nel ruolo di Spider); e anche la regia è di Norman Z. McLeod, che diresse alcune scene di The Milky Way. Ma allora - ci si chiederà - in che cosa consistono le differenze? Presto detto: in Danny Kaye, nell'aggiunta di alcune canzoni e nel colore.



Burleigh Sullivan (Danny Kaye) è un timido lattaio che per caso mette K.O. Speed McFarlane (Steve Cochrane), un campione di pugilato che fa la corte a sua sorella Susie (Vera-Ellen). I giornali pubblicano la notizia e poi un fotografo riesce a cogliere l'attimo in cui il lattaio manda di nuovo al tappeto Speed. A questo punto, il manager del pugile decide di trasformare Burleigh in un professionista del ring.
Burleigh sta al gioco, ignaro che tutti i suoi avversari sono stati pagati per perdere contro di lui. Pensa di essere per davvero un grande campione e si monta la testa, cambiando stile di vita e sviluppando una relazione con la cantante di nightclub Polly Pringle (Virginia Mayo).
Ben presto, si ritrova a dover combattere per il titolo di Numero Uno: proprio contro Speed...

 

The Kid from Brooklyn (1946)
Titolo italiano: Preferisco la vacca
Diretto da Norman Z. McLeod
Autori: Frank Butler, Richard Connell (copione del film del 1936)

Interpreti:
Danny Kaye ....  Burleigh Sullivan
Virginia Mayo ....  Polly Pringle
Vera-Ellen ....  Susie Sullivan
Steve Cochran ....  Speed McFarlane
Eve Arden ....  Ann Westley







***

... e questo è l'originale: The Milky Way, con Harold Lloyd (1936)

lunedì, dicembre 16, 2013

Danny Kaye (II)




Ne L'uomo meraviglia (Wonder Man, 1945) Danny Kaye interpreta due gemelli "superidentici" ma dotati di personalità ben diverse.  
Buster Dingle, che si esibisce al Pelican Club con il nomignolo di "Buzzy Bellow", è un attorucolo senza grande talento, mentre suo fratello Edwin è un timido e serio studioso impegnato a scrivere un libro di storia. I gemelli Dingle non si sono visti da anni.
Buster, scomodo testimone di un omicidio commesso dal capo gangster "Ten Grand" Jackson (Steve Cochran), viene eliminato e gettato nel lago del Prospect Park, a Brooklyn. Torna al mondo come fantasma e chiede al fratello di fare giustizia. Il modo migliore di riuscirci è che Edwin prenda il suo posto fino alla data del processo...
Il fantasma di Buster - che può essere visto e sentito solo da Edwin - si impossessa a tratti del suo corpo, con risultati esilaranti. Le complicazioni sono accresciute (ancora una volta) dagli equivoci amorosi: Buster era fidanzato con Midge Mallon (Vera-Ellen), mentre Edwin ha un filarino con la bibliotecaria Ellen Shanley (Virgina Mayo).
Una gemma di comicità che non ci si stanca mai di guardare. Stupende le scene in cui Edwin scrive con entrambe le mani... Il film vinse un Oscar per gli effetti speciali.





Wonder Man (1945)
Titolo italiano: L'uomo meraviglia
Diretto da H. Bruce Humberstone
Autori: Arthur Sheekman (story), Jack Jevne (adaptation) ...
 
Interpreti:
Danny Kaye ....  Edwin Dingle/Buzzy Bellew
Virginia Mayo ....  Ellen Shanley
Vera-Ellen ....  Midge Mallon
Donald Woods ....  Monte Rossen
S.Z. Sakall ....  Schmidt



domenica, dicembre 15, 2013

Danny Kaye (I)

Prendo spunto dall'uscita de I sogni segreti di Walter Mitty (di e con Ben Stiller) per rispolverare un mia biografia di Danny Kaye (1913-1987), il comico per cui tuttora stravedo e che rimane l'unico, originale, inimitabile Walter Mitty!



Il vero nome di Danny Kaye era David Daniel Kaminski. Era il terzo e ultimo figlio di due ebrei ucraini impiantatisi a Brooklyn, e l'unico della nidiata che fosse nato in America (a casa sua si parlava yiddish; per i suoi genitori Danny rimase sempre "Duvidelleh"). A 12 anni conobbe Sylvia Fine, che più tardi, oltre a diventare sua moglie, avrebbe scritto numerosi sketch per lui.


David (come si chiamava allora) fu sempre uno spirito irrequieto. A tredici anni lasciò la scuola e fuggì in Florida. Ciò segnò l'inizio di un'odissea che lo portò a svolgere i più svariati mestieri, da venditore di rinfreschi a intrattenitore di strada. Si esibì nei teatri vaudeville e nei nightclub della zona dei monti Catskills prima di fare il commediante in Inghilterra. Al suo rientro negli States, nel 1938, rincontrò Sylvia Fine. Le loro strade si incrociarono precisamente in un accampamento per ebrei socialisti sui monti Poconos, in Pennsylvania.
I due convolarono a nozze nel 1940... per due volte: la seconda cerimonia si svolse secondo il rito ebraico, per calmare i genitori di lei che erano contrari alla loro unione.

Qui il comico divide una tazza di tè con Grace Kelly durante una pausa della lavorazione di Rear Window - Una finestra sul cortile



Nel 1941 Danny Kaye (come si chiamava adesso) apparve nello spettacolo di Broadway Lady in the Dark, dove presentò il famoso numero "Tchaikovsky," di Kurt Weill e Ira Gershwin, in cui cantava a velocità pazzesca i nomi di 54 compositori russi - reali e immaginari - in soli 38 secondi e senza mai tirare il fiato.
Il produttore cinematografico Samuel Goldwyn Jr. lo prese sotto contratto e la stella di Danny si accese definitivamente.
Sono almeno dodici i film interpretati da questo straordinario attore comico che non dovrebbero mancare in nessun archivio degli amanti delle buone commedie. Li esamineremo uno per uno, giacché le cose buone non devono cadere nel dimenticatoio.
Iniziamo subito con...



(DANNY KAYE) Come vinsi la guerra (noto anche come Così vinsi la guerra)


(Up in Arms, 1944). 

Molti lo considerano tra i 10 film più divertenti di tutti i tempi. Fin dal suo debutto Kaye si profila come il re dei commedianti, esperto - tra le altre cose - di impossibili scioglilingua. Il suo personaggio è quello di Danny Weems, un ragazzo d'ascensore timido e ipocondro (un eccellente prototipo di Woody Allen!). Di lui finirà per innamorarsi un'infermiera militare (Dinah Shore). Ma dapprincipio Danny ha già una ragazza: Constance (Mary Morgan). Peccato che Constance perda la testa per il compagno di stanza di Danny (Joe Nelson). Ciò per quanto riguarda le complicazioni sentimentali.
Tutti quanti vengono mandati nel Pacifico e il pauroso (e, non dimentichiamolo, ipocondro) Danny si ritrova a catturare da solo un intero plotone di giapponesi, divenendo, contro la sua stessa volontà, un eroe di guerra. Inutile dire che è a questo punto che la bella infermiera, ovvero la splendida cantante-attrice Dinah Shore, sarà definitivamente sua.
Numerose le scene indimenticabili: quella in cui un uomo entra nell'ascensore e racconta a Danny di essere appena stato dal dottore e di sentirsi perfettamente guarito. L'uomo si raschia la gola, e Danny: "Cos'è quello strano rumore?" Quando l'ascensore arriva al pian terreno, vediamo l'uomo che, con aria sgomenta, si stringe il petto.
Oppure la scena sulla nave, dove Danny, circondato da un gruppo di rudi marinai, apre e chiude la bocca al suono di una canzone di Dinah Shore, perché è vietato tenere un giradischi e il Nostro vuol far credere che è lui a cantare. I marinai strabuzzano gli occhi, poi il disco si incanta - "Now I know... Now I know... Now I know... " - e l'imbroglio è scoperto. ("Now we 'bout know!" sbotta uno dei marinai con forte accento newyorkese). O l'imitazione che Danny fa dello scozzese... O il suo soprannome di "Lampo Purpureo". E la sua immeritata fama di playboy...

Up in Arms (1944)
Titolo italiano: Come vinsi la guerra
Regia di Elliott Nugent
Autori: Owen Davis (commedia), Don Hartman ...
Interpreti:
Danny Kaye ....  Danny Weems
Dinah Shore ....  Nurse Lt. Virginia Merrill
Dana Andrews ....  Joe Nelson
Constance Dowling ....  Mary Morgan
Louis Calhern ....  Col. Ashley
George Mathews ....  Private Blackie Snodgrass






domenica, novembre 03, 2013

La ruota più grande del mondo? A New York

A New York si costruirà la ruota panoramica più grande del mondo. Il consiglio comunale ha dato segnale verde per il megaprogetto che mira a stabilire un record, superando Londra e Singapore

Così sarà la New York Wheel

I lavori dovrebbero iniziare nella primavera del 2014 e l'apertura al pubblico è prevista per il maggio 2016.
36 le "gondole", che consentiranno a 1440 persone di godere contemporaneamente del paesaggio della Big Apple. Un giro dovrebbe durare 38 minuti e permettere di saziarsi la vista con la Statua della Libertà, il porto, lo skyline di Manhattan e Brooklyn.


Sono attesi 36.000 visitatori al giorno, circa 4.000.000 turisti all'anno. I costi finora calcolati: 320.000.000 dollari (236.000.000 euro).

Nelle due foto sottostanti: il Singapore Flyer (altezza: 165 metri) e il London Eye, noto anche come "Millennium Wheel" (160 metri).





 

Il progetto della Ruota di New York è della Starneth B.V., la stessa ditta che nel 1999 realizzò il London Eye. 
La New York Wheel, che sorgerà sulla parte nord-orientale della costa di Staten Island, sarà alta 192 metri.

Saputo del progetto americano, Dubai non si dà pace, e ha già mostrato al mondo il modellino del Dubai Eye, destinato a superare la ruota newyorkese in altezza (210 metri!) e magnificenza.


Rimane da chiedersi perché intanto non si intaprende qualcosa per gli esseri umani che muoiono di fame, di sete e di malattie.